3. Immagini e Social

dipinto di Mirko Bertelli

 
 

In questo minicorso estivo abbiamo discusso, a partire dal gruppo Facebook di Laboratori poesia (qui), di Emotività e sintesi (qui) e di io (qui). Adesso affrontiamo un altro aspetto della poesia appoggiandoci però a un’abitudine prima che a un testo. Abitudine che ci porta a una riflessione anche storica.

Oggi infatti, con l’esplosione socio-culturale dei Social Media (e alcuni parlano anche di evoluzione antropologica) non possiamo non considerare le dinamiche della poesia da Social. Per semplificazione tratteremo solo di Facebook, bypassando quindi Instagram e gli altri social con tutte le dinamiche derivate e derivanti (come ad esempio le instapoems su Instagram o le video poesie su Youtube).

Partiamo da una domanda fondamentale: la poesia su facebook può essere considerata poesia? Per rispondere dovremmo avere una chiara idea di poesia, cosa che la storia letteraria ci insegna non esistere. Possono esistere dei canoni che definiscono una poesia più rappresentativa di un periodo o di una società, ma non una definizione univoca. Necessariamente alcuni punti di riferimento esistono, nonostante oggi si faccia di tutto per demonizzarli a favore di un abbassamento e appiattimento del verso, in quanto è chiaro che un Montale o un Caproni non possono essere messi sullo stesso piano di un ventenne da blog.

Ovviamente affermiamo che non possono essere messi sullo stesso piano sapendo che nella realtà non è così. E non è nemmeno colpa nostra in fondo. Considerando infatti la poesia come un’espressione della cultura di una società non possiamo non contestualizzarla e analizzarla osservando anche la storia più recente. Si pensi ai vari talk-show dei primi anni duemila, o ai vari reality show modello Grande Fratello, dove la voce di un ragazzo giovane veniva e viene messa sullo stesso piano di quella di una persona anziana. La dinamica è deflagrante e basata sostanzialmente su un equivoco: tutti sono uguali.

Federico Rossignoli, in una delle nostre lunghe discussioni mattutine, ricordo mi disse: siamo tutti pari, ma non uguali. Perché porre sullo stesso piano un ragazzino e una persona con studi ed esperienza implica negare lo studio e l’esperienza. Implica abbassare il tono del discorso verso una riva prima di soluzioni, di risultati. Ma ricca di show basato sulla pancia più gretta e grossolana delle persone.

In poesia, come in politica, è avvenuta la medesima cosa. Oggi un ragazzo di vent’anni può scrivere un primo libro di poesia ed essere trattato (lo abbiamo già visto nella puntata precedente, in altri termini) come un novello De Angelis. La qual cosa potrebbe anche essere (non abbiamo ancora dimenticato Rimbaud), peccato che il capitalismo culturale in cui siamo scesi pretenda un’industrializzazione della figura del poeta che, da una parte, è (inconsapevolmente) obbligato a produrre un libro quasi ogni anno (pena l’oblio), da un altro punto di vista ha prodotto una (altrettanto inconsapevole, o almeno lo spero) spropositata fame di nuove voci e nuovi presunti geni poetici, tutti accomunati dall’essere molto giovani.

E allora quando vediamo ogni due mesi uscire un nuovo poeta grandissimo nasce un po’ il dubbio sulla sostanzialità del poeta e sull’esigenza di trovare (o costruire ad hoc) tali figure. Il che non vieta che fra questi ci sia il prossimo Sereni.

Da qui passiamo a Facebook, dove tutto viene misurato sulla base dei like. Più una poesia riceve consensi più piace. Sapendo però che il pubblico della poesia di Facebook non sono critici, o poeti, ma persone normalissime che vengono portate a credere, grazie alla dinamica del like, che la loro opinione è uguale a quella degli altri. Questa dinamica è stata talmente dannosa da produrre due colpi di coda: il primo implica la nascita degli haters contro chi si è permesso di mettere in campo competenze e critiche (a parte quanti hanno compreso che alla fine della fiera vince chi più urla e insulta), il secondo lo spostamento della figura dell’hater dal virtuale al reale (cosa tra l’altro assolutamente non nuova, si leggano i Promessi sposi ad esempio nel passo in cui accenna alla capacità di odiare qualcuno senza averlo mai conosciuto).

Tutto questo potrebbe farci pensare (e onestamente io stesso ne ho ancora il dubbio) che la poesia da Facebook sia un sottoprodotto della pancia delle masse senza alcuna valenza culturale. Tu scrivi e metti lì, e poi le persone ti mettono il like. Se la poesia è Poesia nel momento in cui ha una conseguenza nella cultura allora questa non dovrebbe essere Poesia. Ma se affrontiamo la cosa da un altro punto di vista forse le cose possono cambiare un poco.

Si pensi ad esempio alle poesia d’occasione (è celebre l’Ode a Luigia Pallavicini caduta da cavallo di Foscolo, ma al tempo furono molti i poeti che scrissero alla bellissima nobildonna in augurio alla sua pronta guarigione), ai poeti marinisti (di cui spesso il valore è paragonabile a quello dei testi di Facebook), alle poesie goliardiche. Leggiamo qualche esempio:

 
 
Pulce sulle poppe di bella donna
 
Picciola instabil macchia, ecco, vivente
in sen d’argento alimentare e grato,
e posa ove il sol fisso è geminato
brieve un’ombra palpabile e pungente.
 
Lieve d’ebeno star fera mordente
fra nevosi sentier veggio in aguato,
e un antipodo nero abbreviato
d’un picciol mondo e quasi niente un ente.
 
Pulce, volatil neo d’almo candore,
che indivisibil corpo hai per ischermo,
fatto etiòpo un atomo d’amore;
 
tu sei di questo cor lasso ed infermo
per far prolisso il duol, lungo il languore,
de’ periodi miei punto non fermo.
 

Giuseppe Artale (1628/1679)

 
 
 
 
 
 
Ricordi di una morta. Per la morte di Emilia Adorni Raggi
 
De l’arrabbiato Can sotto i latrati,
sotto il ruggir de l’anelante fiera,
io t’ho visto esalare, o primavera,
di moribondo odor gli ultimi fiati.
 
E pur sorgi di nuovo, e i pregi usati
teco hai di molli fior, d’aura leggiera;
rinascer tosto entro la guancia altera
miro di rose iblee gli ostri beati.
 
Ma d’Emilia gentil che si morio
più non vedrò le belle guance e i rai,
dove un april rilusse, un sol fiorio.
 
Degli anni tuoi, mia vita, or che farai?
Vengan pur rose, escan pur gigli, oh Dio,
ch’un aprile per me non fia più mai!
 

Anton Giulio Brignole Sale (1605/1665)

 
 
 
 
 
 
Fulvia, fu la tua vita
voce canora che diletta e fugge,
neve ch’al sol si strugge,
alba che muor quand’è di sol vestita,
riso che in duol vaneggia,
lampo che tutto in un passa e fiammeggia.
 
Polve dinnanzi al vento,
iri che vaga in apparir sparisce,
nebbia ch’al sol svanisce,
pianto non di dolor ma di contento,
folgor che d’alto piomba,
sospir che tra le labbra ha cuna e tomba.
 
Ombra ch’ha ’l dì vicino,
vapor che si dilegua al sole ardente,
stella dal ciel cadente,
fior che ride e poi langue in un mattino,
volo d’augel rapace,
tempo che più non riede e va fugace.
 
Fronda da Borea scossa,
sogno che manca a l’apparir del sole,
fumo che in alto vóle,
onda sorgente che dal fonte è mossa,
aura ricca d’odore,
eco che langue in poche voci e muore.
 
Così la tua vita breve
fu tra noi riso, pianto, alba, vapore,
lampo, ombra, voce, fiore,
nebbia, fólgore, sogno, aura, eco, neve,
stella, iri, tempo, fronda,
fumo, volo, sospir, polvere e onda.
 

Guido Casoni (1561/1642)

 
(ringrazio Federico Rossignoli per la bibliografia fornita)
 
 

Ovviamente paragonare le poesie da Facebook alle poesie goliardiche, d’occasione e altro può essere cosa che lascia perplessi. Ma se abbandoniamo un attimo lo sguardo al testo (che in passato era viziato, per così dire, da una maggior cultura rispetto ad oggi) e ci concentriamo sulle motivazioni, allora forse il paragone non sembra più così azzardato. Si pensi ad esempio alle centinaia di poesie scritte per il bambino morto in spiaggia, per i migranti morti in mare, per la caduta del ponte di Genova, per i vari fatti di cronaca che muovono emozioni nelle masse. Di fatto abbiamo una poesia d’occasione. Che nasce e muore nel momento in cui viene pubblicata ma solo perché non esiste più un supporto fisico quale era il testo non virtuale.

Un aspetto su tutti, in questo piccolo speciale estivo, mi preme prendere in esame: le immagini. Un’abitudine ormai consolidata d’accostare nei social media poesie a foto o quadri. Prendiamo in considerazione alcuni post tratti dal Gruppo:

 
 

La sera prima di un inverno d’estate
 
Il sapore del fieno,
ora,
è dolce per sempre,
e dalle ombre dell’alba
sbucano gli alberi:
alle foglie il profumo
di colori alla frutta.
Odori di cicche
fumano via tutti i sogni
da una falena raminga
che non vuole dormire
sul ricordo di solchi
sopra ad una faccia per bene.
Tutta l’estate in un giorno d’inverno.
Tutto l’inverno in un giorno d’estate.
Un tempo lungo e lontano,
roba di pochi minuti,
ritorna puntuale
-puntura sul vivo-.
Senza mari
su cui poter naufragare,
si naviga a vista
nell’assenza di rischi
da poter raccontare
come storie incredibili,
come favole nuove.
Il destino è una corda
che non si riesce a spezzare,
e quando mostra l’uscita,
non si può più tirare.
Il sapore del fieno,
di un inverno d’estate,
ora, è dolce…
Per sempre.
 
Davide Bergamin
 
 
 
 
 
 

Rosa d’estate
 
La pioggia colora l’aria
rosa d’estate è il tramonto
rosa di cera è la tua pelle
i bottoni dei tuoi jeans sognano stanze di labbra
sei soffice quando mi spogli
piccola… Piccola
timidamente azzurra
rosa d’estate è il tuo smalto
non darmi del lei
sono un pennarello di luce con te
ti amo fissandoti
ti amo con la mezzanotte
è una stella la tua casa
è di respiro il tuo lavoro
il tuo sapore…
Il tuo sapore è vita per me
slegami
riempimi di alba
amami rosa d’estate
 
Mirko Bertelli
 
 
 
 
 
 

Ciabatte
 
Ciabatte,
scarpe scalcagnate
e salvagenti.
A questo è ridotta un’umanità dimenticata.
Costretti a realizzarle per due soldi
e ad usarle per sopravvivere.
 
In saldo
sulle spiagge
ciò che resta di loro.
 
Flavio Malaspina
 
 
 
 

Come si può vedere le immagini sembrano appoggiate al testo per dargli maggiore forza, sostanzialità. Cosa a volte utile, a causa di un verso debole, a volte totalmente inutile.

Perché la poesia deve essere essa stessa immagine disegnata con le parole, non cornice o viceversa. L’esito che inevitabilmente si ha è il medesimo delle molte performance di lettura musicata che producono, a un auditore attento, il dubbio che senza musica il testo non regga.

Prendiamo la prima poesia, di Davide Bergamin:

 
 
La sera prima di un inverno d’estate
 
Il sapore del fieno,
ora,
è dolce per sempre,
e dalle ombre dell’alba
sbucano gli alberi:
alle foglie il profumo
di colori alla frutta.
Odori di cicche
fumano via tutti i sogni
da una falena raminga
che non vuole dormire
sul ricordo di solchi
sopra ad una faccia per bene.
Tutta l’estate in un giorno d’inverno.
Tutto l’inverno in un giorno d’estate.
Un tempo lungo e lontano,
roba di pochi minuti,
ritorna puntuale
-puntura sul vivo-.
Senza mari
su cui poter naufragare,
si naviga a vista
nell’assenza di rischi
da poter raccontare
come storie incredibili,
come favole nuove.
Il destino è una corda
che non si riesce a spezzare,
e quando mostra l’uscita,
non si può più tirare.
Il sapore del fieno,
di un inverno d’estate,
ora, è dolce…
Per sempre.
 
 

Questo è un chiaro esempio di poco controllo del testo. L’immagine infatti c’è ma non è quella appiccicata sotto. Proviamo a isolarla:

 
 
Il sapore del fieno, ora,
è dolce per sempre
e dalle ombre dell’alba
sbucano gli alberi:
alle foglie il profumo
di colori alla frutta.
Odori di cicche.
Tutta l’estate in un giorno d’inverno.
Il destino è una corda
che non si riesce a spezzare.
 
 

Togliendo semplicemente le parti in eccesso, dove l’autore indugia su spiegazioni inutili, resta un magma estremamente espressivo e colorato. Con alcune sorprese:

 
 
Il sapore del fieno, ora,
è dolce per sempre
e dalle ombre dell’alba
sbucano gli alberi:
alle foglie il profumo
di colori alla frutta.
Odori di cicche.
Tutta l’estate in un giorno d’inverno.
Il destino è una corda
che non si riesce a spezzare.
 
 

Restando sempre sull’estate leggiamo Mirko Bertelli che, a differenza del precedente, usa un suo stesso quadro per accompagnare il testo (il che può rappresentare un motivo):

 
 
Rosa d’estate
 
La pioggia colora l’aria
rosa d’estate è il tramonto
rosa di cera è la tua pelle
i bottoni dei tuoi jeans sognano stanze di labbra
sei soffice quando mi spogli
piccola… Piccola
timidamente azzurra
rosa d’estate è il tuo smalto
non darmi del lei
sono un pennarello di luce con te
ti amo fissandoti
ti amo con la mezzanotte
è una stella la tua casa
è di respiro il tuo lavoro
il tuo sapore…
Il tuo sapore è vita per me
slegami
riempimi di alba
amami rosa d’estate
 
 

A prescindere dal fatto che il quadro è dello stesso autore, questo è un classico esempio di testo che necessita, in virtù della sua debolezza, di un’immagine a cornice. E la debolezza del testo deriva non da un’ispirazione, che evidentemente c’è, ma da uno scrivere emozionale privo di controllo. Non dimentichiamo infatti che poesia è controllo.

 
 
La rosa d’estate è un tramonto
è la tua pelle rosa di cera
sono i bottoni dei jeans
che sognano stanze di labbra.
La rosa d’estate è il tuo smalto
un pennarello di luce con te
e io ti amo fissandoti
con la mezzanotte
il tuo sapore di vita.
Slegami, riempimi d’alba
rosa d’estate.
 
 

Anche in questo caso, ma con un’azione più invadente rispetto al precedente, un’azione di taglia e cuci ha reso il testo più efficace, più diretto. Ed essenzialmente non più bisognoso di un’immagine di sostentamento.

L’ultimo testo invece è di Flavio Malaspina:

 
 
Ciabatte
 
Ciabatte,
scarpe scalcagnate
e salvagenti.
A questo è ridotta un’umanità dimenticata.
Costretti a realizzarle per due soldi
e ad usarle per sopravvivere.
 
In saldo
sulle spiagge
ciò che resta di loro.
 
 

In questo caso l’immagine inserita nel testo (di Alberto Sachero) c’è ed è forte, ma persa in un testo emblematicamente già breve. Perché la sintesi (ne abbiamo parlato nella prima lezione, qui) non implica brevità ma densità. Un testo può essere sintetico pur essendo molto lungo, perché svolto (ad esempio) in una narrazione.

 
 
Ciabatte,
scarpe scalcagnate
e salvagenti.
In saldo
sulle spiagge
ciò che resta di loro.
 
 

Tolti i due versi troppo espliciti (ricordiamo che il lettore non è uno sciocco, non bisogna spiegargli tutto ma farglielo sentire) resta un’immagine potente che bene si armonizza con l’immagine che l’autore sceglie a cornice. In questo caso, e solo in questo (dei tre visti), l’immagine può essere considerata un buon accompagnamento in virtù del fatto che il testo regge benissimo in piedi da solo.

In buona sostanza quindi sarebbe buona norma e stile non inserire immagini nei testi pubblicati su Facebook, ma concentrarsi sullo scrivere buone immagini sintetiche e dense ed efficaci rimandando l’eventuale cornice a libri d’artista o altro.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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