non potrete ammazzare gli spettri – Ada Sirente

 
 

eri nato per il moto
loro ti hanno spiegato
le gabbie, le stasi, le fasi
di studio –
 
dopo ti hanno rinchiuso
bisogna spiegarti
anche il sole
 
 
 
 
hanno detto
il soggetto scartato non
è servito allo scopo

 
qualcuno l’ha buttato
tra i rifiuti speciali nessuno
 
si è accorto che il cuore
continuava a pulsare
tra gli aghi
 
 
 
 
se il castello è
per restare non potrete
ammazzare gli spettri
 
sono rimasti a ricordarci
che si può contemplare l’errore

 
 

(Ada Sirente, L’ampiezza dello spettro, Oèdipus, 2016)

 
 

In questi testi Ada Sirente, con un tratto crudo, rapido ed essenziale, tratteggia il rischio che l’uomo corre quando si affida integralmente alla ragione, alla scienza, rischiando di perdere la propria sensibilità nei confronti dei propri simili e degli altri esseri viventi.

Il fine di tale ricerca, per quanto nobile o positivo possa apparire, nel momento in cui impone uno scarto di umanità troppo alto, al punto di desensibilizzare le condotte, diventa qualcosa di riprovevole, una devianza da quella che – si deduce a contrario – appare essere una comprensione sensibile e mai indifferente all’esistere altrui.

“eri nato per il moto” inizia la Sirente nel primo testo, raffigurando un essere che l’uomo, per contemplare le proprie “fasi di studio”, decide di rinchiudere, “spiegandogli” qualcosa di innaturale, ovvero “le gabbie, le stasi”, e finendo per dover “spiegare” anche qualcosa che, in natura, è quanto di più evidente e palese ad ogni forma di vita: “il sole”.
Già qui si presenta in tutta la propria efficacia il tratto innaturale di una vita trascorsa in cattività, imposta contro la propria volontà agli animali oggetto di studio (ma spesso anche senza tale giustificazione teleologica), i quali possono concludere un intero ciclo biologico senza nemmeno conoscere la luce del giorno.

Nel secondo testo, la crudezza di tale processo affronta il caso del “soggetto scartato”, quando “non è servito allo scopo”. La brutalità con cui viene “smaltito” tale soggetto (che viene di fatto trattato come un oggetto inanimato, a riprova di quel procedimento di desensibilizzazione) è tutta nel distico centrale: “qualcuno l’ha buttato / tra i rifiuti speciali” pur non accorgendosi che, “tra gli aghi”, “il cuore / continuava a pulsare”.

Anche qui c’è una ennesima prova di desensibilizzazione dell’uomo, costretto dal procedimento scientifico a trattare i “soggetti” analizzati e studiati alla stregua di strumenti da laboratorio: il mancato riconoscimento di un cuore che continua a pulsare suggerisce la completa indifferenza da parte di chi, con un tale potere sulla vita altrui, lo gestisce in modo irresponsabile e senza alcun rispetto – in assenza di un castigo di alcun genere, sia esso di natura materiale, morale, metafisica, o interiore.
Nel terzo testo si suggerisce proprio questo, la presenza di una coscienza morale che non può essere dissolta, per quanto appaia indebolita, svilita, accantonata, una coscienza che viene trasfigurata nella più antica proiezione materiale della colpa e del rimorso: “non potrete ammazzare gli spettri”: i fantasmi rimordono, restando, perché “sono rimasti a ricordarci / che si può contemplare l’errore”.

Si può, dice la Sirente, e non si deve, proprio a riprova che, nonostante tale desensibilizzazione operi a livello capillare nella società moderna, complice l’espansione della coscienza scientifica e la caduta di referenti morali di natura metafisica, resta la possibilità (e soprattutto la scelta) dell’uomo di costruirsi e condividere una legge morale interiore, che significhi in primo luogo riconoscimento e rispetto per la vita che accomuna ogni essere animato, rendendo il dolore di ciascuno di essi prossimo al nostro.

Mario Famularo

 
 
 
 

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