Non ero preparata – Melania Panico

Bozza automatica 1618

Ciò che colpisce e disarma della scrittura di Melania Panico è la centralità della parola. Parola che non salva e non fortifica, non offre certezze né risposte eppure ha una solidità e una potenza inaspettate, parole […] sempre sottili / rasoi impugnati di traverso. Nel suo nuovo lavoro, Non ero preparata (La Vita Felice, 2018), la scrittrice misura il tempo attraverso l’attesa, consapevole che il ritorno non è mai ritorno / senza peso da portare. Un peso che dà forma e consistenza a un dolore sordo, concreto e bianco come una pietra. Le poesie oscillano tra buio e luce, lo sguardo ora è accecato ora affilato, in febbrile spostamento sulle cose che chiedono esse stesse conferma del loro esistere. Ma gli oggetti non rappresentano punti riferimento, bensì resti, macerie, brandelli. Uno degli elementi simbolo della raccolta è la neve, la sua transitorietà e capacità di trasformarsi, ma anche l’estrema fragilità e la stretta connessione con il tempo e le stagioni. Una neve sulla quale vengono ammassate le verità, una neve che scompare ma che torna sotto forma di acqua, spasimo o attesa. Anche l’attesa è un tema che attraversa tutte le sezioni, si direbbe che tutte le poesie si trovino sospese tra qualcosa che c’è stato e qualcosa che deve ancora compiersi, preannunciato dalla luce. Luce che si muove lungo i vetri, che evidenza il vuoto e l’assenza. Luce che nell’ultima sezione del libro diventa anch’essa una domanda, una questione stesa sul tavolo tra le altre spesso irrisolte. I versi di Melania Panico, nella loro disarmante verità chiedono soltanto di essere ascoltati, offrendoci in cambio l’integrità della parola, la sua persistenza. E in apertura del libro troviamo uno dei passaggi più belli dell’intera raccolta, la questione verso la quale, forse, tende tutta la luce che trabocca dalle righe: Restare è un verbo che si impara tardi.

Restare dunque, in tensione continua, in direzione contraria all’ombra, contrastare il buio e cesellare il vuoto, restare tra le cose che abbiamo dimenticato, resistere con la pietà e la pazienza delle pietre.

Michele Paoletti

 
 
 
 
Dentro le cose arrese si tengono i paesaggi
fiumi che si scontrano, aria immobile
e noi che non torneremo più.
Il tempo guarisce col tempo
e non conta andare o chiedere
perché ci siamo ritrovati soli?
Restare è un verbo che si impara tardi
 
 
 
 
Ho l’estate confessata sulle dita
nella sigaretta
valuto se è giusto ristabilire il cordone
esaudire il desiderio di restarti
nelle mani
dopotutto la scrittura è mutata
ti aspetto e tornerai
tornerai radice
o erba scomposta
 
 
 
 
Della vecchia veranda
antistante la casa
è rimasto il profumo di menta masticata
– forse sto inventando il tuo ricordo –
bevo succo di mirtillo mischiato a fumo
tutto è diverso
e tutto di nuovo uguale
mi mordo il labbro inferiore
torturo il dito per aspettare un segno
allora è vero che ho insegnato al dolore una nuova via
che quello lì è un coro di beccafichi
e se non ci sono più
dico loro di restare
dico loro di lasciarmi ancora tempo.
 
Emigrano e per me è un lutto
 
 
 
 
La neve è quasi del tutto scomparsa
qualcosa cade dall’alto,
si raccoglie nel bicchiere.
Siamo fermi
e il mio addio alla casa
è accorgermi che non c’è più nessuno ad aspettare.
 
Respiro.
 
L’acqua è spasimo o attesa
mi concedo un parere
andare avanti oltre tutte le notti
e la luce nell’angolo del letto.
Sai che il perdono porta via tutto
sacrifica le altre cose
cammina da sé
 
 
 
 
La nostra questione è stata la luce
poi le mani poggiate sul tavolo a morire
e nella testa sempre la stessa canzone.
Si è alzato il vento, di cosa vogliamo parlare?
di cosa dobbiamo parlare?
Del perché non ci sia un altro posto
dove andare a parare, raccontare la storia
la nostra fine.
Siamo andati via ti ho preso il braccio in stazione
come in un film.
E dire che anche gli addii si possono fingere
 
 
 
 

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