Nerotonia – Rossella Pretto

Nerotonia, Rossella Pretto (Samuele Editore 2020, collana Scilla, prefazione di Flaminia Cruciani.

Vivere è probabilmente una delle cose più complesse che ci è dato subire in questa vita (mi si permetta il gioco di parole). Un vivere composto di collettività, di relazioni più o meno profonde, di conflitti e fallimenti.

Se mai c’è stato un Ingegnere (per fare il verso al Prometheus di Ridley Scott), un Dio o un Demiurgo, questo non si deve essere accorto di una contraddizione insita nell’essere umano. Abbiamo una mente che ci proietta verso un orizzonte senza fine, o un eterno permanere nel medesimo, che rifiuta la morte, eppure abbiamo necessità di un termine alla vita. Abbiamo un cuore che necessità di una stabilità emotiva certa, duratura quanto un sempre, eppure è insito nel respiro dell’essere umano il fallimento, il tradimento, la fine.

Tale contraddizione è sempre stata chiara nella Storia, tanto che la religione non di rado spiega che prima vivevamo in un accordo celestiale che poi, per volontà umana, si è spezzato, fratturato nella vita che conosciamo. Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte a una contraddizione in termini: perché creare un essere potenzialmente eterno e perfetto per poi dargli un’ampia possibilità di perdere tutto?

Molti chiamano questo libertà, libero arbitrio, elementi che a dirli suonano bene ma nella sostanza affermano solo che siamo esseri che desiderano qualcosa che non possono avere (Questo è l’amaro della vita: / che solo in due si può essere felici; / e che i nostri cuori sono attratti da stelle / che non ci vogliono, E.Lee Masters). Vogliamo l’amore e incontriamo il fallimento. Vogliamo la purezza e incontriamo lo squallore. Vogliamo la vita e incontriamo la morte.

Vivere, come dicevo, è una delle cose più complesse quando ci si rende conto della precarietà della nostra posizione nel mondo, nei confronti degli altri e di noi stessi. Una precarietà insostenibile per quanti l’affrontano a pieno petto. Ma pure questo rappresenta un problema: affrontare la vita significa non viverla, significa dover accettare una realtà molto meno vivibile di quella altrimenti data dalla pillola blu (per fare il verso, ora, al Matrix dei fratelli Wachowski).

In questo caso i poeti hanno una possibilità in più, un’ancora o uno scoglio a cui appoggiarsi: la letteratura. Scrivere infatti è, quando reso atto serio e consapevole, un modo per tramandare alla Storia quanto si è intuito della vita e dei suoi paradossi. Una narrazione vera e propria dell’esistenza che continua a parlare, ininterrottamente. E che non necessariamente deve piacere.

 

In questa direzione Rossella Pretto, in Nerotonia (Samuele Editore 2020, collana Scilla, prefazione di Flaminia Cruciani) si appoggia a piene mani a uno scoglio letterario che non salva, che ferisce, ma fornisce uno strumento in più per poter affrontare la contraddizione del fallimento.

Perché quest’opera è un’opera del fallimento che riesce a narrarsi, e in questo il suo compimento, che tenta una spiegazione a partire da un accaduto uscendo dall’accaduto stesso, sfiorando la contraddizione a monte della vita. Nerotonia è un’opera insostenibile perché fagocita l’insostenibilità della vita e delle relazioni e attraverso un filtro, un’identificazione letteraria autorevole, ne svolge le maglie. Senza soluzione, senza desiderio di soluzione, che già poter osservare la frattura è un successo concesso a pochi.

Un successo faticoso, un fallimento esso stesso nel suo essere successo. Una vita che assume altre vite, si identifica con altri personaggi, ne ripercorre le strade facendole proprie. È essere in tempi diversi una medesima vita, una medesima storia (stavolta con la s minuscola) ma con il valore aggiunto della letteratura che, in qualche modo, ha già narrato.

Narrare, forse questa è la vera soluzione all’aporetico e forse è quanto ci è dato in quanto possibile, come Flamina Cruciani nella puntualissima prefazione pare dirci:

 

In questo denso componimento Rossella Pretto ci trasporta in una rivisitazione originale della tragedia shakespeariana di Macbeth, sviscerata dall’osservatorio femminile e sensuale di Lady Macbeth. Sullo sfondo è tutto il resto: Macbeth stesso s’intravede come un’ombra inerte, un interlocutore muto, che ha il vigore di una statua di sale. Ci conduce forte e potente la voce femminile della protagonista, ardente e ad alto voltaggio. In controluce appare l’autrice, che si sdoppia e si sovrappone a Lady Macbeth nelle sue labirintiche imprese di donna e come creatura della contemporaneità ne diventa il suo punto di arrivo.

È dunque la sfera femminile che s’impadronisce del potere, qui, che si impone con la sua forza ancestrale e magica, di donne streghe, di sorelle delle streghe, di maghe, con tutta la potenza della loro energia antica e inesauribile. una celebrazione trasversale della donna multiforme e della sua astuzia tentacolare di condurre il gioco e di determinarne le regole.

[…]

È, questo amore nero, famelico e scomunicato, consumato con le mani macchiate di sangue, fatto con tanti corpi da suonare. Sequenze sceniche in cui il fatidico prende e pretende le sembianze dell’amore, del suo nucleo cruento e instabile fatto di eros e thanatos, dentro un’architettura soprannaturale, gotica e misteriosa, sospesa come un incantesimo sopra chi legge, che sembra scomparire da un momento all’altro, portando via tutti, lettore compreso. C’è il quotidiano della nostra attualità che coincide con l’orizzonte medioevale e decadente, tratteggiati in modo che i due mondi appaiano gemelli, interpolati, sovrapposti e confusi. Ed è questa l’invenzione stupefacente, estraniante e scioccante della narrazione.

 

Narrare, dire, forse significa comprendere. Ma anche comprendere è una contraddizione perché comprendere modifica chi comprende creando altro spazio vuoto, come nell’osservazione degli elettroni in fisica, in una lunga catena di cani che si mordono la coda e che ribadiscono, nel complesso, una sola cosa: la complessità e l’insostenibilità della vita umana.

Cosa scegliere quindi? La pillola blu o la pillola rossa? Vivere o ignorare? Leggere o non affrontare quanto altri esseri umani hanno compreso? Non mi è dato dare un indirizzo di soluzione in questo breve pezzo e nemmeno credo potrei darlo. Ma per avvicinarci un poco alla sua risposta, o meglio alla risposta dell’autrice, una piccola domanda a Rossella Pretto a conclusione della nota.

Alessandro Canzian

 
 

AC: Qual è stata la scintilla dalla quale è scaturita questo libro?

 
Nerotonia - Rossella Pretto 1

RP: È la mia inesauribile ossessione per Macbeth, continuo a leggerlo e a pensarci, da una quindicina d’anni ormai. E più lo leggo, più sembra che mi sfugga. Mi sono laureata su quel testo, ma ne sentivo parlare da molto prima – di Shakespeare, in generale – quando veniva il nonno, Elio Chinol. Declamava qualche verso, gli occhi ispirati, il respiro che infondeva ai versi, la dizione consapevole di ogni parola pronunciata, il valore nel peso che acquistavano, la leggerezza di ciò che è universale. Sui Sonetti, in particolare, ha lavorato tutta la vita. Macbeth, invece, l’ha tradotto appositamente per la scena. Sapeva che le parole dovevano essere recitabili. E che il ritmo andava sostenuto a qualsiasi costo. Ritmo è movimento, azione. E il cortocircuito tra pensiero e azione è il cappio di Macbeth. Di lui ho scritto e continuo a scrivere in varie forme. Ma è come prendere la luna al laccio. C’è comunque qualcosa nel sangue che spinge a perseverare.

Mi chiedi della scintilla, e non c’è termine più adatto. Perché è proprio dal buio e dall’indistinto che tutto scaturisce, nel mio poemetto e nella storia dell’uomo. Nel guazzabuglio di quell’oscurità ecco la scintilla, che è parola, verbo; lì si profila la possibilità di essere, le condizioni ideali perché si manifesti la vita o l’amore, inteso come incontro/scontro di elementi che, insieme, generano un sistema più complesso, una forma nuova. Un sistema che man mano si evolve, però, e dovrebbe essere disciplinato, musicalmente accordato perché gli strumenti vibrino in sintonia. L’eterno problema dell’essere umano, delle relazioni. Vi è un intento di partenza che man mano si diluisce, va perso. E non ci si ritrova più. A quel fine non si giunge. Rimane il tentativo e il bisogno di comprendere gli snodi di un amore. Anne Carson in The Anthropology of Water scrive che una conversazione è un viaggio e ciò che valorizza è la paura. Qual è la paura nel linguaggio?, si chiede. «Nessun incidente del corpo può impedirgli di bruciare».

Nerotonia è la storia di un fallimento, di un allontanamento tragico, ma anche il riconoscimento di una singolarità che diventa consapevole, di una donna che tenta di appartenere e non trova requie. Vi è differenza tra uomo e donna e va riconosciuta, accettata come ricchezza. Può solo attraversare il buio, questa donna, farsi buia lei stessa e ammettere, alla fine, ciò che rimane: non solo macerie ma la possibilità del canto, la coscienza di essere grembo non più insterilito, ma che accasa storie, la sua e quelle di altri. Perché anche dopo la perdita di un figlio, per cui non esiste rassegnazione e non c’è parola per indicarne la condizione – «Sono vedova e… strano, non c’è la parola: chi perde i genitori diventa orfano; chi perde l’unico figlio diventa… niente», dice Violet, in Suddenly last summer di Tennessee Williams, prima di condurre il dottor Cukrowicz a vedere la giungla che ha ricreato nel giardino della sua villa, un giardino primordiale voluto dal figlio e in cui trova posto “la povera Signora”, una pianta carnivora che deve essere tenuta sotto vetro dal principio dell’autunno a primavera inoltrata, «la Venere carnivora, una creatura divoratrice che, giustamente, si chiama come la dea dell’amore» – dicevo, anche dopo lutti inenarrabili si può tendere l’orecchio e ascoltare. «Just breathe, just breathe I need you». Respira, respira, ti prego, ho bisogno di te, supplica Nick Cave, che sa il dovere di partire per cieli lontani per arrivare a dire che, al di là di quell’albero scheletrico, va tutto bene, va tutto bene, ora. Solo dopo l’attraversamento di quel terreno minato si accede, a volte, al miracolo che descrive Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso.

Miracolo: lasciando dietro di me ogni “soddisfazione”, senza essere né pago né satollo, oltrepasso i limiti della sazietà e, invece di trovare il disgusto, la nausea, o anche solo l’ebbrezza, scopro… la Coincidenza. La dismisura mi ha condotto alla misura; coincido con l’Immagine, le nostre misure sono le stesse: esattezza, precisione, musica: con il “non abbastanza”, io ho chiuso. Da questo momento, vivo l’assunzione definitiva dell’Immaginario, il suo trionfo». E l’Immaginario è ciò che mi guida e mi possiede, il suo indefinibile mondo. L’immaginario è il sogno, la sostanza di cui siamo fatti.

 
 
 

 
 
 
vi fu un tempo in cui non vi era
nulla
 

puoi concepirlo,
posso io?

 
nulla e dunque neanche il tempo e noi
non c’eravamo, io e te non c’eravamo
e non c’era inizio alle nostre discussioni
seduti nello studio a tentare l’improbabile
accordo, o in una sala, in piedi per terra
con i nostri tanti corpi da suonare
a volte tutti e altre solo uno
 
in quel tempo che non c’era,
un tempo del sentire di esserci
 

ché in quanto a esserci
io ero ancora nessuno

 
una strega gettò i suoi occhi
tra quelli che avrei saputo essere
i miei piedi
la paglia nella testa
che svelava vaticini
la mia arsa e vuota
incantata dall’imbroglio
di poter bastare a me stessa
 

e niente era
se non ciò che non era

 
 
 
 

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