Giorgio Ghiotti

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Michele Paoletti intervista Giorgio Ghiotti

 
 

Giorgio Ghiotti è nato a Roma nel 1994 e vive tra Roma e Milano, dove studia Italianistica contemporanea e collabora con la casa editrice Bompiani. Ha esordito nella narrativa con la raccolta di racconti “Dio giocava a pallone” (nottetempo) e nella poesia con “Estinzione dell’uomo bambino” (Perrone, pref. di Vivian Lamarque). Ha pubblicato inoltre “Mesdemoiselles. Le nuove signore della scrittura” (Perrone), “Rondini per formiche” (nottetempo), “Via degli Angeli” (Bompiani, con Angela Bubba). Il suo ultimo libro di poesia è “La città che ti abita” (Empirìa, pref. di Biancamaria Frabotta).

 
 

Come nascono le tue poesie?

Nascono il più delle volte da un bisogno di dialogare, ancora, con gli “irraggiungibili”, con quelle persone che il caso tiene lontane e che, nella poesia, trasformandosi in veri e propri personaggi sono in grado di tenere a una distanza più tollerabile. Quando questo accade, è una piccola grazia, e allora può darsi che la poesia nasca, più ancora che dalla necessità di un dialogo, dallo stupore per la possibilità concreta che quel «parlar facile, nel dire agli altri» si realizzi – sto rubando l’espressione a Caproni. Per questo amo Caproni che scrive un intero libro per la sua amatissima Annina, o Penna che canta i suoi fanciulli senza posa, e ancora Sereni e Raboni con la loro (a tratti pericolosamente ambigua) contiguità tra i vivi e i morti. Dico che gli “irraggiungibili” ce li tiene lontani il caso, non il destino, perché l’idea di destino sta più dietro i regimi che le democrazie. Poi resta sempre vero quel che scrisse G. Bernanos: si dice “il caso”, ma il caso ci somiglia.

 

Maria Grazia Calandrone afferma che “I poeti attraversano, raccontano la storia, fanno un’indagine concreta, vivono nel mondo, nei fatti e hanno il dovere di intervenire il più possibile nel dibattito pubblico”. Quale dovrebbe essere, secondo te, il ruolo della poesia nella società attuale? E quello del poeta?

Penso esattamente quello che ha scritto Maria Grazia Calandrone, impegnata da molto tempo in incontri con gli studenti di vari licei. I poeti devono intervenire nel dibattito pubblico anche se sempre meno persone li ascoltano. Non in quanto poeti, ma in quanto intellettuali e cittadini. Faccio un altro esempio: Michela Murgia è scrittrice e intellettuale lucidissima, e tiene incontri, convegni, interventi pubblici per combattere il fascismo, il sessismo, l’omofobia, il razzismo che caratterizzano tragicamente la nostra contemporaneità. È una battaglia difficile, specialmente oggi, specialmente in Italia, ma va vinta a ogni costo. Bisogna schierarsi con parole che siano comportamenti, perché le parole costruiscono realtà nelle quali, nel bene o nel male, abiteremo. Mi domandi qual è il ruolo della poesia, e io non posso che rispondere con Benjamin: il valore politico di un’opera letteraria è il suo valore letterario. Anche scrivendo buoni libri, buone poesie si educa alla bellezza, e educare alla bellezza vuol dire educare all’alterità, alla cultura, alla compassione, al futuro. Perché questo sia possibile c’è bisogno che chi scrive non intenda la letteratura a gloria di sé (come fanno oggi molti poeti anche giovanissimi impegnati in un’autopromozione costante e invasiva) ma a beneficio di tutti.

 

La poesia è sempre più presente nei social. Pensi che questo rapporto possa portare ad una maggiore diffusione dei testi poetici, che possa in qualche modo crearsi una sinergia?

La presenza della poesia nei social è assillante. Ma i veri poeti sui social non parlano di sé, parlano per lo più della poesia altrui, perché i veri poeti butterebbero giù dalla torre tutte le loro poesie per salvarne una sola di un poeta amato. I social danno spazio al poetico, più che alla poesia. È il poetico che attacca sulla pelle dei più sprovveduti; la poesia vera è sempre un po’ in disparte, e di sicuro non cresce nei social. I personaggi crescono nei social, non la poesia. Ci fossero ancora, almeno, le storiche collane editoriali a fare chiarezza tra il gran caos contemporaneo di chi scrive versi, e invece vanno via via perdendo autorevolezza – quando non chiudono del tutto. Penso a quella meraviglia ch’era la collana Poesia di Garzanti, la cui ultima grande poeta è stata Jolanda Insana. Morta lei l’anno scorso, si è estinta (quasi?) del tutto. E chi ce lo ridà il bel verde delle copertine? Per fortuna editori piccoli ma agguerriti di ieri e di oggi suppliscono alla mancanza di ascolto delle grandi collane nei confronti delle nuove giovani voci della poesia. Quanto sarebbe bello – no, quanto sarebbe giusto che le grandi collane aprissero le porte ai giovani meritevoli poeti. Così io me li vedo i prossimi (spero tanti) libri di Gianluca Furnari, di Ivonne Mussoni, di Salvatore Azzarello, di Gabriele Galloni, di Chiara Piscitelli, Davide Quarracino e ancora altri nello Specchio mondadoriano, nella Bianca di Einaudi, nella Fenice di Guanda (altra scomparsa), nella Poesia Garzanti. I nomi vanno fatti perché se non si fanno nomi si deve star zitti. Non esistono “i giovani poeti”, esistono alcuni poeti che sono anagraficamente giovani, alcuni già fatti e formati che hanno certamente da imparare dai maestri, ma non hanno nulla da invidiare loro. Del resto il dialogo intergenerazionale è una delle pochissime cose alle quali credo incondizionatamente, ma perché funzioni deve esserci una volontà da entrambe le parti. Uno dei dialoghi più stimolanti e felici li ho avuti con la scrittrice Luisa Adorno. Lei è del ’21, io del ’94. Non c’era alcun ostacolo tra noi, solo un’intesa perfetta. Un tempo i direttori di collana avevano abbastanza coraggio e lungimiranza da pubblicare nella stessa collana il grande maestro e l’esordiente, e il poeta affermato riconosceva il giovane di valore portandolo alla luce. Oggi accade ancora ma quanto è più raro, e invece ci tocca leggere libricini come quello di Viviani che vorrebbe essere riconosciuto dai giovani ai festival letterari.

 

Hai esordito con una raccolta di racconti, Dio giocava a pallone (nottetempo, 2013). Ci vuoi raccontare qualcosa di Giorgio Ghiotti narratore? Qual è il tuo metodo di lavoro?

Fosse per me scriverei, in narrativa, solo racconti. Anche il romanzo pubblicato con nottetempo nel 2016, Rondini per formiche, è in realtà un racconto lungo. Ho iniziato a leggere i libri “da grande” con Natalia Ginzburg e i suoi racconti esemplari: La madre, Valentino, La strada che va in città, É stato così. Per paradosso – uno dei numerosissimi di questo paese – l’Italia ha avuto e ha ancora eccezionali scrittori di racconti, ma dal momento che gli editori sono convinti che i racconti non vendono li pubblicano in pochissimi. Tra questi pochissimi, l’allegria e l’intelligenza di Racconti edizioni, neonata casa editrice che ha già pubblicato raccolte di fuoriclasse come Eudora Welty (trad. Mantovani e Zani) e Margaret Atwood (nella luminosissima traduzione di Gaja Cenciarelli). Per quanto riguarda il metodo di lavoro, parto quasi sempre da un personaggio, e se me ne innamoro è fatta. Qualche giorno fa per esempio, parlando al telefono con una mia cara amica scrittrice, Angela Bubba, ho iniziato a raccontarle di questa persona e quelle parole sono diventate l’incipit di un racconto che devo ancora scrivere: “Sono andato da Marisa stamattina. Pioveva. Aveva l’aria affannata, respirava male. L’ho trovata seduta sul divano, la testa così scema tra le mani, se la teneva come una palla di stracci quasi non fosse la sua.”

 

Cosa pensi della poesia contemporanea? Ci sono autori ai quali ti senti particolarmente affine?

La (vera) poesia italiana contemporanea gode di ottima salute. Poi ci si lamenta sempre, da copione, ma non dimentichiamo che sono usciti negli ultimi due anni libri come (faccio titoli di autrici anche assai distanti tra loro) Madre d’inverno di Vivian Lamarque, La materia prima di Biancamaria Frabotta, Il bene morale di Maria Grazia Calandrone, Tu, paesaggio dell’infanzia di Alba Donati, Aprile di là di Francesca Serragnoli, E io che intanto parlo di Anna Maria Carpi, Lighea di Mariagiorgia Ulbar – stacco. Sono anche usciti libri molto brutti, o molto commerciali, che riferito alla poesia è quasi sempre la stessa cosa.

 

Quali sono i tuoi maestri, i punti di riferimento a cui torni quando scrivi?

I fondamentali ai quali torno costantemente e nei quali trovo ristoro e respiro quando scrivo in prosa: Natalia Ginzburg, Giovanni Arpino, Lalla Romano; in poesia: Giorgio Caproni, Gino Scartaghiande, Biancamaria Frabotta, Sandro Penna, Patrizia Cavalli.

 

Stai lavorando ad un progetto in particolare? Ce ne vuoi parlare?

Sto lavorando a due nuovi progetti di poesia, uno a completamento dei primi due (una sorta di piccola trilogia poetica della giovinezza) e uno molto diverso, quasi un poema. Ho poi chiuso una nuova raccolta di racconti, vediamo quali strade prenderà.

 
 
 
 
Volevo almeno un’isola di pace
un continente intero
o una camera in comune – poca luce
a illuminare la nuca ed il suo enigma.
Volevo leggi ad ammaestrare le parole
a dire che non tutto si può dire
per poca fantasia o per non sciupare
ciò che sta chiuso in un segreto.
 
 
 
 
 
 
Mi sono chiesto come ti avrei
pensata da morta e la risposta
è stata: sicuramente viva.
Se ti penso ora è tra le piante
grasse della cappa disposte
in fila indiana in vasi neri,
tu pure vegetale e umana insieme.
Dev’esserci un punto che non muta
in questa scena, non so
se nella trama che insegui
tra i fornelli o nel moschino
che schiva il tuo fendente.
Può darsi che sia vera soltanto
la distanza dalla quale ti osservo
e ti fa tanto più bella
di te, altra te scolpita nella luce
mentre il giorno si dà il cambio
con la lampada, staffetta
elettrica momento quasi sacro.
 
 
 
 
 
 
Io guarirò da questa mia paura
che mi tiene costante vivo ostaggio
di certi giorni buoni, certi a futura
memoria di me che m’incoraggio
da solo, ripetutamente. Ognuno
dovrebbe poter dire: non sono niente
eppure capitato qui da un sottomondo
alieno (in quanto conosciuto un tempo,
ormai dimenticato) mi do la pace
giusta del momento e godo il sole,
il verso, l’arte, io resto qui, io faccio
la mia parte per quanto piccola d’insetto
che cammina a gola sulla terra.
 
 
 
 

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