Fioriture capovolte – Giovanna Rosadini

Fioriture capovolte - Giovanna Rosadini

Fioriture capovolte, Giovanna Rosadini (Einaudi 2018).

 

Fioriture capovolte: corolle (e semi) che si espandono sottoterra, alla ricerca di sensi profondi, di legami con le radici che nella vita di superficie sfuggono. Significano anche il lato rovescio dell’esistenza, quando il dolore e le difficoltà sembrano prevalere, un mondo che si tende a rimuovere, ma in realtà è una faticosa ricchezza tutta da esplorare.

Con queste parole, apposte in quarta di copertina all’ultimo edito di Giovanna Rosadini, Fioriture capovolte, il lettore viene invitato ad avvicinarsi a un libro che è non solo un momento di riesame, di rivisitazione e di riflessione del proprio vissuto, ma soprattutto un affondo nella vita umana dal punto di vista di un’esperienza diretta, senza filtri né appesantimenti inutili. Nella profonda quanto complessa necessità/capacità di prendere atto della vita in quanto tale a prescindere da quello che si vorrebbe fosse stata e si vorrebbe sia.

 

Alcune settimane fa, recensendo La linea del cielo di Franco Buffoni (qui), avevamo parlato del problema dell’io in poesia. Ne riporto uno stralcio:

Buffoni parte dall’io non per eliminarlo ma per connetterlo a un io più collettivo. Per assimilare nella definizione di poeta quella di uomo in quanto tale. In quanto immerso in una storia, in una geografia, in quanto esistente in virtù delle relazioni che instaura.

Un paio di anni fa, in una mia breve collaborazione con il sito Zest, ho intervistato Franco il quale, a questo proposito, affermò (qui):

“Avevo vent’anni nel Sessantotto e la prima cosa che lessi quando cominciai a occuparmi di poesia da adulto fu il Manifesto aI Novissimi di Giuliani. Quindi potete immaginare quanti proclami ho ascoltato nella mia vita. Ma non sono mai riuscito a prenderli sul serio, cioè non ho mai pensato che attraverso delle parole d’ordine si potesse arrivare a produrre vera arte. Non credo che uno possa dire: abolisco l’io e arriverò a scrivere cose sublimi; se invece mi tengo l’io scriverò delle sciocchezze: non è possibile. Il vero punto non è abolire l’io; il vero punto è possedere una grande tecnica e una vera poetica. Una poetica non è qualcosa che ti costruisci abolendo l’io. Vivere in apnea è possibile. Per qualche minuto ci si può anche illudere. Persino Zanzotto lo ha fatto. Ma poi, per tornare a galla, dovette ricorrere persino al suo dialetto”.

 

L’affermazione chiave di Buffoni è: Il vero punto non è abolire l’io; il vero punto è possedere una grande tecnica e una vera poetica. Una poetica non è qualcosa che ti costruisci abolendo l’io. Vivere in apnea è possibile. Per qualche minuto ci si può anche illudere. Giovanna in relazione a questa affermazione è chiaro espone un io privo dell’io, parte da un’esperienza personale epurando i connotati più intimi e privati per arrivare a raccontare di sé in quanto essere umano, essere che cerca, persona che esplora e cerca un’identità. Ciò che resta della vita personale di Giovanna Rosadini è ciò che è strettamente necessario alla riflessione e alla scrittura pur all’interno di un’attitudine sentimentale che è da sempre la sua cifra stilistica.

Si veda ad esempio la prima sezione del libro in questione: Il mare fuori stagione. Questi testi appaiono come un canto d’amore fuori fase. Non si capisce se in tempi sbagliati, non coordinati, o se minato da una sfasatura interna che lo rende opaco, zigrinato. Ma alla fin fine non importa perché l’intenzione di Giovanna Rosadini non è raccontare sé stessa ma, attraverso un’esperienza colta in punta di dita, coglierne e dirne l’essenza. Perché in fondo raccontare la vita non può che passare attraverso la vita stessa, l’esperienza attraverso l’esperienza. Raccontare l’amore, la mancanza, la solitudine non può che passare attraverso un’esposizione di ciò che si è provato o si prova senza che il soggetto soffochi o ingombri dinamiche che fanno preziosamente parte più della vita di tutti che del solo singolo che le vive.

E il vero punto è possedere una grande tecnica e una vera poetica che Buffoni suggerisce in Giovanna si nota da un lato nel suo saper affrontare (e non sfruttare, come un po’ malignamente suggeriva Nietzsche) la propria esperienza con un atteggiamento e un’attenzione che molto hanno a che fare con la definizione di sacro, di ricerca del e nel sacro (si ricordi il precedente di Giovanna: Il numero completo dei giorni, Nino Aragno Editore 2010, recensito qui, dove d’altronde registriamo, a sintomatica conferma di questa ipotesi, la ripubblicazione del testo Siamo qui per ritrovarci in Fioriture capovolte con titolo Africa).

 

In questa direzione si legga un ottimo parallelo di Fiona Diwan su Bet Magazine Mosaico (qui):

Viene in mente la lotta di Giacobbe con l’angelo: affrontando l’angelo, cioè le proprie paure, le zone d’ombra, le debolezze, Giacobbe rinuncia al desiderio di sicurezza, torna in una notte antica e ancestrale. Ma accettando la sfida e confrontandosi col proprio avversario torna alla luce. Giacobbe ci dice che per guarire, bisogna accettare la propria ferita, la propria anima zoppa: solo questa consapevolezza ci consente di trovare le risorse per avere una vita buona e significativa. Ed è quello che fa Giovanna Rosadini con versi che sono una specie di bilancio a metà della vita, fra ricordi, snodi critici, gioie e regali inaspettati, vita che a ogni svincolo e passaggio di età offre sorprese e la possibilità di mettere a frutto quello che abbiamo fatto, chi siamo diventati.

 

Da un altro punto di vista lo stile di Giovanna si appoggia sovente a figure retoriche di suono quali le assonanze o addirittura le rime, spesso in chiusa ma non solo. D’altronde Giovanna già ci aveva abituato a questo stile, leggiamo infatti nel succitato Il numero completo dei giorni:

 
Quest’inizio c’è già stato, molto tempo
fa: vuoto sospeso dentro un altro vuoto,
riecheggiata eleganza del gioco – muovendo
dall’informe scuro e roco. Un mondo
è germogliato sui rifugi, nominato foglia
a foglia, stella a stella, sostanza sillabata,
fatta piena – parole accorse a dare forma,
materia germinata, vita moltiplicata sopra
la traccia di un’altra vita, membrana sbiadita
fino al nulla e rinverdita. Quest’inizio parla
una lingua riesumata, fissata nell’eterno
istante in cui è stata pronunciata –
eternamente prossima ad essere dimenticata.
 

A questo proposito si veda la bella definizione data da Luca Alvino in Minima et moralia (qui):

Dal punto di vista stilistico, ciò che colpisce nella poesia di Giovanna Rosadini è la costruzione del verso, così complessa e ricercata, pur se apparentemente scorrevole e lineare. Se da un lato infatti le lirichedi Rosadini non seguono quasi mai uno schema metrico definito, dall’altro si avverte in esse un ritmo ordinato, pulito, dettato da una scrittura misurata, particolarmente attenta agli equilibri interni alla frase poetica. Il passo della sintassi corre parallelo rispetto a quello dei versi, lo spezza, lo rinnega tramite numerosi accorgimenti tecnici, come l’andamento franto, i ripetuti enjambement, le rime spesso interne, la punteggiatura frequente. Tutte accortezze che costringono a percorrere un doppio binario nellalettura del libro: uno insegue il senso, il discorso poetico, l’argomento del testo; l’altro rincorre il metro, la struttura versale, le cesure prosodiche, la musica.

 

La seconda sezione del libro, Lo spazio bianco, appare come un periodo che il lettore troverà conseguente alla prima sezione. Un’accettazione delle zone d’ombra, dello spaesamento che, nel periodo stesso, porta alla necessità della rinominazione che è uno stare nei pensieri fino a Esercizi di rinominazione dove la ripetizione di a volte ci proietta in una dimensione di ipotesi e probabilità. Tutte comprese, tutte comprensibili. Perché per Giovanna Rosadini non ha tanta importanza la definizione certa della realtà quanto l’osservazione coinvolta (e spesso amaramente dolorosa, pur sempre in un’elegante posa di sobrietà, si legga ad esempio: Restare allora nella notte, accogliere / la sua lusinga è un balsamo per chi / non lascia tempo alla paura, tenebra / è una parola che risolve e cura) di tutto ciò che la realtà effettivamente è, è stata, avrebbe potuto essere. Matrice archetipica, in buona sostanza, del desiderio.

 

In questa sezione si nota inoltre un testo che esprime la scoperta consapevolezza del rapporto tra morte e rinnovamento:

 
Se fosse morta allora,
sarebbe stata un’altra.
 
Consegnata al rimpianto,
paesaggio incompiuto o magari
abbozzo fauve, un ritmo di colori
accesi senza una prospettiva
ordinatrice, un frutto nella gloria
del turgore, ancora ignaro
delle ombre a venire.
 
Ma avrebbe mancato
l’esuberanza giovanile dei figli,
l’eredità terrena incarnata
nelle pieghe di tenerezza
dei loro visi, nel vigore armonico
dei corpi, tesi, elastici,
pieni della luce aurorale
che dice: sì, vita, e: tutto deve, ancora, accadere.
 
Se non fosse morta allora,
mai sarebbe rinata
al ritmo lento delle parole,
nero su bianco, odierna sua dimora.
 

La terza sezione, che da titolo al libro, Fioriture capovolte, ha una prima poesia particolarmente importante in quanto riporta direttamente al testo d’incipit dell’intera raccolta e che rappresenta (come già avvertito) il primo de Il numero completo dei giorni:

 
Siamo qui per ritrovarci.
Dove l’inverno sa di primavera
e ogni cosa ha una fissità senza
tempo che consegna enigmi.
Animali immobili nella savana
e rocce incise dai millenni,
l’albero nudo nel sole e nel vento
e la donna che non dice, remota.
 
Ma dove la luce è più forte anche
l’ombra è più densa e profonda…
 

Che si collega a:

 
Considera quel che è stato consumato
il tempo perso e quello passato
per trovare una coerenza dell’insieme
un luogo, un viso, qualcosa che tiene
ancora legati a ciò che siamo stati,
il nostro allora fatto di ricordi usati,
fantasmi logori che ancora infestano
la mente, ci scorrono nel sangue,
e parlano un frastuono di altre lingue.
 
Poi, quando il fuoco avrà ingoiato tutto,
saremo estinti, saremo cenere,
saremo linfa per un nuovo frutto,
limpida e chiara a disegnare
nuove trame, rovescio esangue
che si apre alla domanda,
riflesso implicito che svela
una presenza, nudo paesaggio
di cui non si può più fare senza…

 

Queste appaiono immediatamente come coordinate fondamentali di un percorso strutturato di pensiero. Che porta a quel (tremendo nel suo significato e nelle sue possibili implicazioni): Ma dove la luce è più forte anche / l’ombra è più densa e profonda.

 

La sezione merita però un’attenzione particolare non solo perché omonima al libro, ma soprattutto per la sua complessità. Appare inizialmente come un osservarsi indietro, una sorta di flashback poetico che bene segue e reagisce allo spaesamento nebbioso di Lo spazio bianco. Si ripresenta il tema della nominazione (ricordiamo che dare un nome, nell’ambito ebraico, caro alla Rosadini, significa prendere possesso, consapevolezza, coscienza) in La nascita ci consegna un nome con un’accezione non tanto negativa quanto interrogativa: nell’informe primigenio / e smemorato, come fosse una bugia. Fino a Siamo nomi che chiamano se stessi che affronta nuovamente il tema ricordando in qualche modo anche il Tienimi nei tuoi pensieri quasi nella dimensione di una soluzione.

Quanti poi, come me, amano sottolineare le parole chiave sulla base di alcune figure retoriche, non potranno non apprezzare il secondo versi di ogni strofa dove, probabilmente in maniera non casuale, appare un’allitterazione emblematica nella seconda parola. Che echeggia e amplia e definisce il titolo Fioriture capovolte:

 
Siamo nomi che chiamano se stessi,
mentre fuori chi nomina il mondo
non misura i passi e non si cura
del male e del dolore, perché lo sa,
conficcato nel centro rotondo
della propria magmatica paura.
 
Noi, abbiamo dimenticato cosa sia
il freddo quando c’è la neve,
il buio ancestrale senza fondo
degli spazi aperti, greve di presenze
occulte che presidiano la via,
l’agguato implicito nelle loro esistenze.
 
Sappiamo come inclina la luce
sul finire del giorno, rispondere
eludendo la minaccia della voce
per mantenere integra la nostra
colpevole innocenza, e perpetuare
indefinitamente la nostra adolescenza.

 

Il periodo come dicevo appare particolarmente complesso perché, pur partendo da uno sguardo al passato, arriva a muoversi in una direzione presente testimoniando il fortissimo legame che esiste tra il passato e l’interrogazione sull’identità nel presente. Siamo stati tutti un inizio che porta a e non guardare indietro, a meno che / non sia per capir meglio dove andiamo.

 

In uno dei testi (Fossili domestici) inoltre compare una delle affermazioni chiave del libro che rende i tratti più sofferti, più dolorosi e oscuri (Siamo soli dentro la distanza / perduti nel senso di mancanza / che fa vuoto di ogni pieno/ dove tutto sembra alieno… […] È lo sguardo degli altri a mantenerci in vita / siamo un’impronta che rimane al cuore / di chi ci preme, a germogliare sulla ferita / il tralcio, il fiore oscuro che lega insieme. […] Il silenzio mi attraversa come una ferita / fa’ di me ciò che vuoi / da tempo sono arresa all’invisibile / quel che ho da dire al mondo / si è rappreso in un coagulo di gelo.), degli input verso un qualcosa di più luminoso, più aperto. Si legge infatti, in riferimento a un viaggio e alla cultura cinese: Un cavallo bianco / non è un cavallo perché Il possibile è / anche impossibile, e l’impossibile è / anche possibile. Così gli antichi maestri. Versi particolarmente significativi a fronte, ad esempio, di:

 
Un segno, ancora, che dica il sentimento plurale
dell’amore condiviso, una traccia sulla mappa
ad indicare la possibile meta, strumenti per poter
affrontare
             il residuo immedicabile del mondo.
 
 

L’ultima sezione del libro, Un ritorno, appare come il riuscito tentativo di ritornare nel mondo, nella realtà vissuta. Se prima infatti la tematica, nella sua gravosa complessità non di rado agra, si esprimeva come un riflesso del tempo, un riflessione che dal desiderio arrivava allo spaesamento fino all’interrogazione di sé partendo dalla memoria degli anni andati, qui Giovanna Rosadini torna fisicamente nei luoghi a lei cari che hanno scritto, verrebbe quasi da dire nominato, il suo passato.

Il concetto di nominare torna ad esempio in S. Giorgio e il drago quando si legge: Tu che ti guardi vivere, / e non vedi la distanza. / Tu che mi insegni il valore / di chiamarsi col nome. L’acqua si fa dominante (anche per il ritorno geografico, a Venezia) come elemento dove scoprire la deriva e l’approdo con tutte le implicazioni possibili. Leggiamo versi come: All’improvviso / la linea della terraferma, / continuum di luci e forme / sfilacciati dalla corsa – / si tuffa in un buio acquatico […] Qui dove ciascuno è naufrago […] Nella stanza simile a un acquario / siamo i pesci che si cercano e si perdono […] Qui il tempo ha la sua misura acquatica / di una memoria stratificata, un passato / che riverbera e misura del presente / in cui siamo e ci muoviamo. Amore, deriva, misura, approdo, memoria, perdono come l’io ogni connotato e specificità per diventare idea assoluta che unisce, riconosce, dialoga le persone. Siano esse uomo e donna, madre e figlia, amica e amica.

 

La nebbia, vista nella sezione Lo spazio bianco come nebbia che occulti e attutisci / potessimo disfarci nel tuo corpo di latte / impunemente senza strascichi o rinvii per poi proseguire in tempo cieco e bloccato, evo trastremato / fino al nulla della specie, al vuoto d’intenzione e un coagulo di gelo, qui diventa (in un testo non a caso intitolato Venezia, anni ’80): Odore di acque intorpidite, / intermittenza di slabbrate, / intempestive conversazioni .

Anche il concetto di gravità viene ripreso:

 
Il mondo è sibilato fuori
come l’ossigeno residuo in una navicella
spaziale, siamo quasi in apnea,
irreali quanto la propria voce ascoltata
in registrazione, o un corpo
sospeso in assenza di gravità.
 

Che riporta al testo (oltre a rimandare alla succitata citazione di Buffoni: Vivere in apnea è possibile. Per qualche minuto ci si può anche illudere), sempre presente in Lo spazio bianco:

 
Tienimi nei tuoi pensieri,
soltanto così mi sentirò di essere,
ancora, un cuore vivo che possa
osare l’insistenza del battito
e lasciare l’inerzia
al sasso trascinato dalla corrente
sul margine della risacca.
 
Nessuno può restare a terra,
in assenza di gravità.
 
 

Il testo dell’ultima sezione ha una chiusura emblematica, riassuntiva:

 
Il futuro ha orizzonti limitati,
nessuno di noi può pensarsi
separato e in altro luogo,
ma, anche se poi la vita avrà il suo corso
saremo sempre gli amici che siamo stati.
 

Chiusa che fa riferimento, praticamente in ogni suo verso, a diverse tematiche (l’orizzonte della vita, il pensarsi, la separazione, la relazione con l’altro) affrontate nelle pagine precedenti.

 

Giovanna infine conclude il libro, similmente a come lo aveva iniziato, con un testo esterno alle sezioni che ulteriormente compedia e approfondisce le tematiche succitate. Rispondendo infine alla domanda fondamentale, quasi fosse il significato ultimo di tutto il percorso del libro: perché si scrive?

 
Si scrive sul vuoto e sull’assenza,
assorbiti dal silenzio, friabile di ricordi
decomposti che prendono alla gola,
nella frana del tempo che tutto divora
e trasforma, cercando la propria voce
e l’altrui orma nella terra impastata
di buio, dove ogni cosa ormai tace.
 
Si scrive, ed è una lotta con l’ombra
che sempre sfugge e sempre ci minaccia
presi da un’onda che lascerà una traccia.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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