Enrico Marià


 
Intervista di Michele Paoletti a Enrico Marià
 
 

Le poesie di Enrico Marià mi colpiscono ogni volta per la loro crudele bellezza. In ogni testo si respira un profondo senso di smarrimento e di impotenza di fronte ad un destino ineluttabile. I personaggi ogni volta evocati appartengono a una fitta schiera di ultimi in costante ricerca di un equilibrio per non affondare ancora di più nella miseria che li circonda: tossicodipendenti, ladruncoli, detenuti, vittime di abusi. Il rifugio sta nelle piccole cose, dice Marià, nel recinto di luce del frigorifero, in una mano che si tende e si fa polena ed è proprio attraverso una metafora marina che nell’ultimo testo lo sguardo dell’autore, tornato per un attimo bambino, si apre alla speranza.

 

Sembra che la pietà non sia propria dell’uomo, ma addirittura un sentimento indotto da qualcosa di esterno.

Sulla pietà posso dire questo: la vivo e la vedo come un qualcosa di immenso, un dono. Un qualcosa di una grandezza tale che non potrò mai contenere, governare né imbrigliare. È per me moto dell’anima. Istinto di un sentimento. Ragione della ragione. Credo sia una meraviglia indefinibile. Alla stregua dell’amore. Due necessità talmente nostre che non possiamo realmente possederle. Dove resta, soltanto, il farci da loro guidare nel loro toccarci, scuoterci, travolgerci.

 

I personaggi che evochi hanno tutti deposto le armi e sono in bilico su un abisso. La loro condizione di ultimi li rende in un certo senso maggiormente consapevoli della fine?

No. I CCCP Fedeli Alla Linea in “Morire” dicono “La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere/la morte è insopportabile per chi non deve vivere”. Per me il desiderio di morte è e può essere il più estenuante desiderio di vita. L’urlo di questa incapacità. Una inconsapevole consapevolezza. Ciò che forse non si vorrebbe mai sapere.

 

Nell’ultimo testo c’è quasi un capovolgimento di prospettiva. L’immagine è un dolce abbraccio, ma il tempo evocato non tornerà più. Aggrapparci al passato ci può aiutare ad andare avanti?

Ricordare voglio credere sia un esserci ancora. Un tempo oltre il tempo. “Aggrapparsi” a qualcosa, a qualsiasi cosa, non penso sia mai soluzione duratura, definitiva, finale. L’aggrapparsi lo sento come momento per tirare il fiato. Poi vi è il risalire. Renderlo possibile tocca a ognuno di noi e a nessun altro. Nel bene come nel male. E la memoria può essere un mezzo. Questo mi dice la mia vuota testa.

 
 
 
 
È un grido di bocche mute
il rifiuto di spogliarmi
alle visite mediche
alla partite di pallone.
Che ancora oggi me la faccio sotto
che non ho controllo dei muscoli dello sfintere:
«Tutto ciò che avete fatto
a uno solo di questi piccoli,
l’avete fatto a me»;
la diceva così Cristo
sul libro del catechismo.
Cancellami i segni degli abusi
portami al largo
la più bella polena,
dividimi luce
forma di un respiro-
morte a vita irriducibile,
la mia redenzione impossibile.
 
 
 
 
 
 
Mamma non umiliarti con le guardie
non giurare loro di non vedermi da giorni
né di non avere idea di dove sia,
non raccontargli della tossicodipendenza,
del Sert, che sono scappato dalla comunità.
Tanto mi sai a Carignano
ad afferrare i manici di una borsa
il tirarli così forte da far cadere
e trascinare a terra
una donna che avrà i tuoi anni.
Che penso al frigorifero
l’anima della casa,
ai nipoti che lo aprono
al loro sorriso
alle bibite
quel recinto di luce;
eroina, che altro non ti chiedo
iniziami alla pietà-
allo sguardo dei bambini
fratelli dei cani.
 
 
 
 
 
 
Schiuma di fiori
sugli scogli
con mia madre,
io bambino restavo-
primo orizzonte
il labbro del mare.
 
 
 
 
 
 

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