Dialoghi – Speciale 8 marzo

Dialoghi – Speciale 8 marzo

 
 

Dialoghi – Speciale 8 marzo

 

In occasione dell’8 marzo abbiamo posto tre domande sulla letteratura a Laura Accerboni, Emilia Barbato, Ilaria Boffa, Clery Celeste, Annalisa Ciampalini, Beatrice Cristalli, Flaminia Cruciani, Cinzia Demi, Daniela Dose, Moira Egan, Gabriela Fantato, Marina Giovannelli, Ilaria Grasso, Allison Grimaldi Donahue, Monica Guerra, Giovanna Iorio, Maria Luigia Longo, Paola Loreto, Franca Mancinelli, Adriana Gloria Marigo, Giulia Martini, Gabriella Musetti, Melania Panico, Maria Milena Priviero, Rossella Renzi, Laura Ricci, Eleonora Rimolo, Giovanna Rosadini, Antonella Sbuelz, Luigia Sorrentino, Rossella Tempesta, Anna Toscano, Barbara Vuano, Zingonia Zingone, Elena Zuccaccia.

Tre domande dichiaratamente provocatorie che partono da quello che è un equivoco della letteratura: la distinzione tra letteratura maschile e femminile. La distinzione tra poeta uomo e poeta donna.

Partendo da questo equivoco abbiamo cercato di fotografare lo stato della donna in letteratura attraverso le parole di coloro che ogni giorno ci lavorano. Ogni giorno la vivono. Sono emersi quindi, senza alcuna pretesa d’esaustività, 35 punti di vista motivati che raccontano come un’autrice oggi si rapporta alla scrittura ma anche alla storia. Alla tradizione. Come la riscopre e la evolve.

 

Michele Paoletti

 
 
 
 

Laura Accerboni

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Sono d’accordo con una definizione più ampia. Certo la distinzione era funzionale. Ultimamente mi sono trovata a lavorare su alcune antologie di tendenza, dal 1920 al 2010: la presenza femminile è esigua. Ma credo che questo riguardi altre dinamiche, che esulano dalla poesia.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Penso che non dovrebbero esserci differenze tra un poeta e una poeta. Le distinzioni che farei sono diverse.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Ne ho tantissime. Se ne stanno in me come i ragni di Louise Bourgeois: «Come un ragno mia madre era una tessitrice./ Come i ragni, mia madre era molto brava./ I ragni sono presenze amichevoli che mangiano le zanzare./ Così i ragni sono al contempo protettivi e pazienti, ma anche predatori implacabili./ Una sintesi di delicatezza e forza, di pericolo e di protezione, proprio come mia madre». Per questo anche qui è difficile fare distinzioni di genere. Ma per rispondere in senso stretto alla domanda: Emily Dickinson, Marina Cvetaeva, Amelia Rosselli, Cecilia Meireles, Sylia Plath, Wisława Szymborska; tra le contemporanee Antonella Anedda, Mia Lecomte, Ida Travi, Mariangela Gualtieri, Dunya Mikhail e le più vicine Athena Farrokhzad, Sonja Harter, Ester Perquin, Leanne O’ Sullivan.

 
 
 
 

Emilia Barbato

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Ritengo che lo stile e la qualità della scrittura siano gli unici elementi determinanti. Credo che nella società attuale sia corretto parlare unicamente di letteratura.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

La poesia arriva e si esprime per ciascun poeta diversamente. É sicuramente frutto della sensibilità, delle esperienze, della formazione che ognuno ha maturato. Pertanto, non mi sentirei di affermare che esista una differenza netta tra una scrittura maschile ed una femminile.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Ho padri e madri poeti, amo leggere autori che possano essere per me dei maestri. Dovendo citare qualche autrice farei riferimento a Christine Lavant, Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Biancamaria Frabotta, Sibilla Aleramo, Cristina Annino, Giulia Niccolai senza nulla togliere a tutte le autrici che non ho citato.

 
 
 
 

Ilaria Boffa

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Non mi addentro mai nelle definizioni, sempre utili ma limitanti. La forza non sta nel racchiudere il mondo, un mondo, in un’etichetta, ma nel cancellarla e cambiarne la prospettiva. Vorrei trovare altri parametri che indichino il valore o il contenuto di un’opera. La bellezza ad esempio.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Nessuna e tutto. Il loro mondo É quello di due esseri umani e pur tuttavia per sensibilità, storia, influenze sociali e culturali, fisicità, osservano e raccontano universi a volte sovrapposti, coincidenti o asimmetrici e distanti.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Non mi sono mai affacciata alla letteratura e alla poesia cercando una somiglianza di genere. Sono stata folgorata dalla vicinanza di anima e mente.
Per citare solo alcune autrici che amo molto, ricordo: Anne Sexton, Sylvia Plath, Anne Carson, Mary Oliver, Virginia Woolf, Amelia Rosselli, Oriana Fallaci.

 
 
 
 

Clery Celeste

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Quando si parla di un’opera, di un testo o di un singolo verso credo che la distinzione tra autrice e autore venga meno. Deve venire meno. La letteratura ha per me un valore universale e la scrittura deve avere totale libertà di attraversare temi diversi, siano essi di natura femminile (come la maternità, ad esempio) o di natura maschile. Ognuno sente in modo individuale, sta quindi al singolo autore la capacità di entrare nel profondo delle cose.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Non ritengo ci sia una differenza tra autore donna o autore uomo, vale anche per la prosa. Ho letto recentemente un romanzo (Quante bugie hai detto questa sera, di Alessio De Girolamo, Terrarossa edizioni 2018) che parla della prima esperienza sessuale di una ragazzina. Ero certa l’avesse scritto una donna per la capacità straordinaria di entrare nell’intimità femminile più nascosta.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Cito alcuni nomi di autrici che stimo e che rileggo spesso, senza un ordine di preferenza: Francesca Serragnoli, Szymborska, Annalisa Teodorani, Agota Kristof, Cristina Campo, Hilde Domin. Ma ce ne sarebbero tante altre.

 
 
 
 

Annalisa Ciampalini

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Sì, sono sicuramente molto contenta che in letteratura non sussista più questa suddivisione. La letteratura e l’arte sono meravigliose e immortali proprio perché prendono vita dalle facoltà più alte dell’essere umano. Credo fermamente che l’eterogeneità degli individui che compongono il genere umano sia una ricchezza inestimabile, e che la bellezza che troviamo nell’arte, e più in generale disseminata per il mondo, derivi proprio da questa stupenda varietà. Considero pertanto fuori luogo adoperare una definizione specifica per la letteratura femminile.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

La poesia è qualcosa che nasce nel profondo, decanta nell’anima del poeta e ne fugge via sotto forma di versi. Una poesia scritta in maniera autentica è somigliante al suo autore, ne conserva le impronte. I testi poetici aiutano a scoprire varietà umane, ci rendono prossimi a una mente che non è la nostra. Se uomini e donne si differenziano per alcune caratteristiche fisiche e biologiche, non è detto che tali diversità siano sempre rintracciabili nei versi. Personalmente sono più portata a notare le caratteristiche, sempre variegate, che formano l’identità di un poeta, uomo o donna che sia.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Non è semplice rispondere a questa domanda, almeno per me che ho avuto una formazione letteraria non lineare. Comunque una ”madre poetica” è sicuramente Saffo: per le sue liriche luminose e piene di umanità, per quel suo essere al confine con il mito. Poi Emily Dickinson: poetessa straordinaria e dalla grandissima immaginazione. Accanto a queste poetesse universalmente note, sorgono altre “madri”, meno famose ma molto significative per me. Una tra queste è Margherita Guidacci.

 
 
 
 

Beatrice Cristalli

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Secondo me non stiamo parlando di una perdita di “definizione”. Nella mia ultima indagine a puntate per Treccani sul tema (Cantare la verità. Parole di donne nella poesia contemporanea) sono partita proprio da questo punto: la voce femminile (il linguaggio) esiste? Se sì, che vocabolario usa? Nelle ultime due puntate è emerso che analizzare gli strumenti linguistici e stilistici di una presunta poesia femminile può essere utile, ma non fornisce un quadro completo della direzione lirica. Pertanto, si può dire che oggi la poesia femminile si stia caricando di altro, di nuove realtà di indagine, per esempio quelle che sfiorano il genere saggistico-autobiografico (per parlare della poesia come una forma di esperienza e di testimonianza), o quelle legate alla dimensione transnazionale italofona (Compagnia delle Poete).

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Sono da sempre scissa in merito al discorso di genere. E la mia ricerca è ancora in corso. Grazie a un confronto con Isabella Leardini su Domare il drago, è emerso che una differenza (curiosa) c’è ed è visibile a uno “stadio embrionale”, ovvero nelle scelte poetiche dei ragazzi e delle ragazze che si avvicinano alla pratica di scrittura. Nell’esercizio “di scavo” i primi privilegiano non solo un mascheramento, che coinvolge tanto l’uso della terza persona quanto una scelta lessicale desueta, ma anche una struttura più narrativa e “teatrale” rispetto alle seconde, più attente alla brevitas, all’uso di metafore e immagini intime. Non si tratta di una mera analisi stilistica. Il “punto zero” può essere una pista per indagare la nascita del linguaggio poetico femminile, che da sempre, lo confesso, lo associo a una più completa appropriazione del vero. Autenticità è la parola che penso sempre quando leggo le mie madri “letterarie”.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Sono poche e importantissime per il mio percorso umano e di scrittura. Le rileggo spesso. Rappresentano, con diversi gradi di intensità, tutto ciò di cui ho bisogno per fare ordine: di stile, di pensiero, di cuore. Sto parlando di Simone Weil, Elsa Morante e Christa Wolf.

 
 
 
 

Flaminia Cruciani

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Credo che sia necessario distinguere fra femminile e genere femminile. Se per letteratura femminile ci riferiamo ai romanzi rosa tipo Harmony, destinati a un pubblico femminile incolto, allora credo che aver perso la definizione sia stato fondamentale. Mentre credo che esista una letteratura femminile che vada oltre i generi, che li superi decisamente in uno spazio di eccedenza. Proprio perché c’è una letteratura femminile scritta anche da uomini e viceversa. Mi riferisco alla scrittura che risponde a una visione del mondo più aperta, accogliente e generosa. Penso a Baudelaire, Proust, Artaud, Bataille, Bachelard oppure a Derrida, in cui è in gioco un pensiero dell’apertura, dell’alterità, dell’ospitalità senza condizioni. Autori che si situano contro il fallogocentrismo dominante della cultura occidentale: il dominio incontrastato del logos come principio di verità assoluta, identificato con il maschile.
Parafrasando Derrida (che parlava del mostruoso) direi che le classificazioni rendono il campo d’indagine obsoleto e comico perché normalizzano, legittimano e riducono. In fondo lasciamo che il monstrum, il segno divino e il prodigio vivente della letteratura resti libero e inclassificabile ad ammonire, inquietare e a mostrare il mondo.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Non considero differenze di genere, ma di scrittura. Esistono elementi femminili e maschili nella scrittura di donne e di uomini, come dicevo nella risposta precedente. Il poeta quando scrive lo fa da un luogo generatore come la Chora, “che situa ma non si lascia situare”, che dà forma ma non prende nessuna forma. È come il demiurgo di cui ci parla Platone nel Timeo che scendendo nella Chora si priva della sua identità per creare il mondo. Per il poeta accade lo stesso, egli supera l’identità ristretta al genere e nella divina mania “distrugge il senso comune come assegnazione di identità fisse”.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Enkheduanna (2285-2250 a.C. – sacerdotessa di Ur e figlia di Sargon di Akkad), Saffo, Rabi’a al-Adawiyya, Ildegarda di Bingen, Simone Weil, Etty Hillesum,Virginia Woolf, Ingeborg Bachmann, Hélène Cixous, Amelia Rosselli, Sylvia Plath, Clarice Lispector, Cristina Campo, Anne Sexton, Siri Hustvedt. Fra le poetesse italiane contemporanee, Silvia Bre e Mariangela Gualtieri. Poi ho anche diversi padri letterari, che forse sono madri.

 
 
 
 

Cinzia Demi

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Sono d’accordo sul fatto che la poesia femminile rientri certamente nella definizione più ampia di letteratura ma, al tempo stesso ritengo che affrontare oggi, ad esempio, alcuni specifici percorsi tematici, come ad esempio quelli in sintonia con uno spirito religioso, sia appannaggio molto significativo della poesia femminile che diventa, sempre più spesso, mezzo comunicativo incandescente e, a volte, azzardo vero e proprio che è, in primis, un azzardo linguistico e stilistico consonante con quella poetica ricercata nelle viscere della propria interiorità, capace di trovare un contatto con l’altro da noi, per verificare se si è ancora in grado di avvicinarsi al divino attraverso l’umano, per provare a portare con la voce della poesia il senso vecchio e nuovo delle cose che ci appartengono. Si potrebbe analizzare in tal senso, di sicuro, il lavoro di alcune poetesse contemporanee, lavoro nel quale è possibile rintracciare non solo orme o riferimenti ma, interi percorsi di ricerca e confronto, veri itinerari spirituali – mistici a tratti – che inducono a riflettere su come la natura della poesia femminile – con buona pace per i detrattori della distinzione – prende spesso la complessità di tali vie interiori, diventando a volte lirica, preghiera, trascendenza, per trovarne conciliazioni.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Penso di avere già in parte risposto a questa domanda con ciò che ho scritto per la precedente e, premesso che il termine “poeta” volto al femminile non mi piace – così come tutte le declinazioni forzate della lingua italiana – “poetessa” infatti va benissimo, secondo me, la distinzione sta proprio nel diverso approccio agli argomenti trattati che parte da punti di vista che non possono che essere diversi, equivalenti è chiaro, ma diversi perché diverso è il sentire.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Molte, a dire il vero. Ho amato Saffo e Emily Dickinson, Sibilla Aleramo – più per la prosa forse – e Maria Luisa Spaziani … e anche la tanto bistrattata Alda Merini… ma più che alle madri mi sento vicina alle sorelle, tantissime e brave autrici odierne, con le quali condivido molte visioni ed ho un ottimo rapporto di stima e fiducia.

 
 
 
 

Daniela Dose

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

La distinzione era funzionale a sottolineare una letteratura più attenta ai sentimenti e all’indagine introspettiva.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Una poetessa mi sembra più delicata nelle sfumature linguistiche e nelle immagini che evoca.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Sono molte. La prima, impareggiabile, Louisa M.Alcott. Poi Marguerite Duras, Doris Lessing e Alda Merini.

 
 
 
 

Moira Egan

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Non credo che la distinzione sia persa. In Italia non so, ma negli Stati Uniti continuiamo a lottare per l’uguaglianza: per avere uguali opportunità di pubblicazione, di presenza nelle riviste e antologie, ecc. Per la visibilità e il “potere” nel mondo della letteratura. Ci sono ancora oggi “le poete” che usano le loro iniziali come nom de plume. Perché? Chi, dopo tutto, erano George Eliot, George Sand, Currer, Ellis, e Acton Bell?!

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Le donne vivono in corpi che per loro sono un costante promemoria della propria umanità, che sia mensilmente, o perché si ha un bebè dentro di sé, o perché si allatta quel piccolo, oppure perché si avvertono i cambiamenti che avvengono dopo la fine del periodo fertile. Anche se non scriviamo in modo diretto di queste esperienze, a causa loro noi comunque scriviamo con un senso innato di concretezza, di ciclicità, dell’essere strettamente legate alla natura.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Cronologicamente (la mia cronologia!): Emily Dickinson. Sylvia Plath. Marianne Moore. Elizabeth Bishop. Marie Howe. Lucie Brock-Broido. Cynthia Macdonald. Jeannette Winterson. Cristina Campo. Carol Ann Duffy.

 
 
 
 

Gabriela Fantato

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

L’aggettivo “funzionale” mi infastidisce, poiché ha una connotazione utilitaristico/economicista. Di fatto ritengo fosse necessario. Era necessario sottolineare e valorizzare la specificità di genere per dar voce a una parte del mondo letterario, quello delle donne, che era assente da antologie, giurie di premi, guida di centri culturali importanti, direzione di case editrici..etc. Era un’assenza grave. Fu il movimento di “studi di gender”, fatto da filosofe, autrici, psicologhe americane, ad avviare studi e ricerche per dare voce e visibilità a ciò che era di fatto esistente, ma taciuto: l’importante presenza di scrittrici, filosofe e ricercatrici donne. E questo è servito a far sì che il mondo se ne accorgesse. Oggi il problema mi pare sia diverso, ma non sto ora ad approfondire.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Nessuna differenza, forse una attenzione più precisa delle poetesse alla corporeità, intesa come condizione ontologica di “essere al mondo con il corpo”, inteso sia come centro dell’esperienza di sé, sia di relazione con il mondo, ma non trovo che sia, oggi, un fattore esclusivo delle donne che scrivono.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Lessi a vent’anni le prime autrici, sentivo la loro “assenza”come gravosa. anche a scuola non me le avevano presentate. Ero parte dell’Associazione culturale “Melusine”, operante nel centro Milano Donna, e fummo le prime a conoscere Alda Merini, anni ’90. Lei veniva al nostro centro a parlarci di poesia, lessi i suoi libri con interesse. Poi lessi Amelia Rosselli, una poetessa determinante, via via scoprii, spulciando con attenzione manuali e cercando in biblioteca, le opere di Fernanda Romagnoli, Daria Menicanti, Gilda Musa (tra le italiane), ma ritengo che sia stata determinante per la mia formazione la lettura e lo studio dei testi sia poetici sia saggistici di Martina Cvetaeva e di Cristina Campo. Vere maestre, e ne sono molte altre, visto che ho letto sempre con passione i libri delle autrici, e amo tuttora le poesie di Cavalli e Anedda, ma tra le altre direi che Jolanda Insana, mancata pochi anni, fu per me non solo un’importante lettura, un vero “incontro”, così come lo è stato molti anni fa con Maria Pia Quintavalla la prima ideatrice a Milano di corsi di poesia e di un festival poetico di voci solo di donne .

 
 
 
 

Marina Giovannelli

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

La definizione di “letteratura femminile” è stata storicamente necessaria per evidenziare un’assenza (o rimozione) di un aspetto strutturale della scrittura: il suo essere espressione di un corpo sessuato e culturale, con tutte le conseguenze che ne derivano. Una volta acquisita questa nozione da parte di tutti si è potuto dare per scontato che la letteratura, specie la poesia, vada letta con chiarezza di coordinate di genere.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Il corpo di uomini e donne (e altro) narra storie diverse, tutte significative per l’elaborazione letteraria. L’esperienza sperimentata giorno dopo giorno, le tradizioni e i pregiudizi culturali, le lotte per la liberazione delle donne, per i diritti civili, per il mantenimento (difficile sempre più) dei diritti acquisiti, insomma tutto il peso e anche il tesoro della storia dei movimenti femministi, nonché la consapevolezza di questo percorso ancora in atto costituiscono il punto di partenza di ogni scrittura individuale. Su questa base si innestano cultura, sensibilità, inclinazioni, aspirazioni, tecnica, stile di ciascuno.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Molte, molte madri, ciascuna con un suo dono: il silenzio di Emily Dickinson, la provocazione di Anne Sexton, la cultura e il rigore di Sylvia Plath. Ma la mia prediletta, la rivelatrice del potere dell’inconscio sulla parola, insieme alla padronanza severa del metro e al rifiuto d’ogni banalità è l’amatissima Amelia Rosselli.

 
 
 
 

Ilaria Grasso

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Rispondo a questa domanda come lettrice forte e appassionata. Non sono un critico letterario e non ho studiato per esserlo. Sono solo una persona che la sera e nel tempo libero si butta a capofitto sui libri con impegno e curiosità provando ad acquisire quegli strumenti che mancano alla mia formazione di base. Tornando alla domanda, faccio presente che esistono ancora “manuali per donne” o “antologie al femminile” dunque non credo che la definizione “letteratura femminile” sia scomparsa. Non mi piace parlare per categorie ma per quello che la critica letteraria chiama “genealogie” o in altri termini “parentele” o “affinità”. Stesso discorso vale per la letteratura “post-coloniale” e per tutte le narrazioni che hanno come “soggetto” sfollati, impoveriti, queer e stigmatizzati di tutto il mondo. Ahimè abbiamo ancora molto lavoro da fare. Si potrà parlare di “letteratura” in senso ampio solo quando non avremo più bisogno di aggettivi per definire chi produce letteratura, chi ne usufruisce, chi per gusto la sceglie.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

La vera questione, secondo me, non si basa sull’eventuale differenza che può intercorrere tra “un” o “una” poeta ma sull’uso dei termini “poeta” e “poetessa”.
Prendiamo il caso di Maria Luisa Spaziani, da tutti definita “poetessa”, che reclamava, a buon diritto, di essere chiamata “poeta”. Idem Elsa Morante e tante altre. Per lungo tempo, nei decenni precedenti agli anni ’70, una donna che scriveva versi era definita “poetessa” in senso diminutivo.
In ragione di ciò se un giorno qualcuno ricorderà anche solo un mio verso riconoscendone il valore mi piacerebbe essere chiamata poeta.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Una su tutte Patrizia Cavalli per la sua leggerezza e per la struttura del suo pensiero. Le sarò grata a vita per avermi insegnato il cambio di prospettiva come strategia dell’esistenza. Al titolo di uno dei suoi libri dice “Le mie poesie non cambieranno il mondo” io rispondo che le sue poesie forse tutto il mondo non lo hanno cambiato ma il mio sì. Porto nel cuore il suo Eden (Mi hanno mandato via?/E io me lo rifaccio./E visto che ci sono lo miglioro).

Altra figura per me importante è stata Jolanda Insana per la forza, la tenacia, l’importanza delle lacrime (c’è una bellissima pagina a riguardo in “Satura di Scartuscelle”) e per avermi insegnato l’ironia come strumento di liberazione (Ci salva l’ironia perché mette le emozioni a bagnomaria).

Mi hanno insegnato molto anche Ana Maria Rodas e Anna Świrszczyńska. Con loro sono diventata una donna consapevole e più coraggiosa nel dire ciò che spesso molti si rifiutano spesso anche solo di vedere in se e negli altri ma anche di nominare e, se necessario, denunciare. Con loro ho scoperto l’impegno civile e l’importanza di portarlo avanti nel quotidiano e nelle azioni concrete. Indelebili i versi della Rodas (Rivoluzionario /questa notte/non sarò nel tuo letto./Non ti stupisca la sovversione d’amore, padrone antico./Tu ti dai da fare/e ti preoccupi tanto di problemi sociali/Non ti accorgi, buffone,/che in casa tua/ripeti esattamente/le maniere del miglior tiranno) o della Anna Świrszczyńska (Contro di me/è il cuore./Addestrato da millenni/alla crudele virtù del maschio).

Amo molto anche Vivian Lamarque per la capacità di leggerezza anche quando le cose della vita sono avverse (la mia superficie è felice,/ma venga venga a vedere sotto la vernice) e per la sua costante attenzione al mondo circostante e all’infanzia ben consapevole che partire con buone basi è importante nella vita. Di lei ammiro molto la perseveranza nell’intenzione di voler “fare gruppo” come dimostrano questi suoi versi : siamo piccole voci per un coro grande, voci tutte diverse / avanti che c’è tempo, che c’è posto / per tutti (quasi tutti).

Stessa operazione la fa anche Giorgio Ghiotti che con metodo e intenzione si muove aggregando, valorizzando e diffondendo versi e poeti. Cito lui perché, dalla sua pubblicazione di “Mademoiselles. Le nuove signore della scrittura” è presenza costante nella mia vita e compagno di esplorazioni letterarie, poetiche e di vita. Per me lui è “famiglia” e perciò gli sono molto grata.

Per quanto riguarda la prosa senz’altro Clarice Lispector per l’acuto e approfondito lavoro sulle passioni. Profonda gratitudine ho per Annie Ernaux per la capacità di raccontare e raccontarsi con grande onestà intellettuale, emotiva, sociopolitica e culturale. L’autenticità affilata della prosa e dei versi di Agota Kristoff mi ha arricchito e rafforzato. Per lei provo un forte sentimento di affetto e ringraziamento.

Capitolo a parte è stata ed è per me Herta Mueller per la sua grandezza e per aver avuto il coraggio di raccontare e raccontarsi nei momenti più bui della sua vita (l’esilio in Germania) e del mondo (ha scritto le sue opere durante la dittatura di Nicolae Ceaușescu). Le sarò infinitamente grata per le sue incursioni nelle lingue e nelle espressioni di uso comune all’interno de “Il re si inchina e uccide” perché mi hanno fatto capire che non ci sono parole totalmente femminili o totalmente maschili e come la differenza nel loro utilizzo può influire sui nostri approcci, sul “percepito” e sulla realtà in definitiva.

Vorrei chiudere l’intervista con il risvolto del libro “L’UOMO contro GLI UOMINI LA DONNA contro LE DONNE” di Margaret Fuller per me molto importante soprattutto oggi :

[Se le donne fossero libere, se fossero così sagge da sviluppare a pieno la forza e la bellezza propria, non desidererebbero mai essere uomini o come gli uomini. La luna ben istruita non abbandona la propria orbita per sfruttare la gloria del suo compagno.
No, perché essa sa che una legge sola li governa, un cielo solo li contiene e un universo solo risponde a entrambi allo stesso modo.
Maschile e femminile rappresentano i due lati del grande dualismo radicale. Ma, in realtà, essi si fondono di continuo l’uno nell’altro. Ciò che è fluido si solidifica, ciò che è solido di fluidifica.
Non esiste un uomo completamente maschile, né una donna puramente femminile
.]

 
 
 
 

Allison Grimaldi Donahue

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Una volta si, la distinzione era funzionale. Ora spero che le cose siano cambiate, anche se c’è tantissimo lavoro da fare. Non siamo semplicemente uomo e donna, siamo più vari, siamo mille cose e queste cose possono cambiare, avere più o meno importanza durante la vita.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Non credo che siano differenze più note che fra qualunque poeta di qualsiasi genere. Io, personalmente, non mi sento che essere donna sia uno status ontologico e credo che ognuno di noi abbia la potenzialità di scrivere da punti di vista variati, diversi da noi stessi. Se mai la differenza esiste nel ricevimento del poeta o della poeta, nelle cose di cui possiamo parlare oppure le cose di cui dovremmo scrivere.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Sono tante. Saffo, Elizabeth Bishop, Nikki Giovanni, Adrienne Rich, Eileen Myles, Bernadette Mayer, Anne Carson, Lisa Robertson, Antonella Anedda, Judith Butler, Avital Ronell. La mia prima poeta che ho tradotto dal italiano quando studiavo a Firenze, all’università, Helle Busacca. Ma anche Carla Lonzi per la sua sperimentazione di forme che ha fatto auto-theory prima di tutti! E anche Patrizia Vicinelli, poeta meravigliosa, selvaggia di Bologna.

Io trovo madri, però, anche fra le scrittrici più vicine a me: Marilena Renda, Trinie Dalton, Mary Kim Arnold, Elizabeth Geoghegan, Catherine Malabou; le traduttrici Elizabeth Harris, Olivia Sears e Minna Proctor; le donne con cui faccio progetti di redazione a Anomalous Press: María José Jimenez, Anna Rosenwong, Kira Josefsson. Insomma, sono molto fortunata ad essere circondata da una comunità di scrittrici di ogni tipo, che nutre la mia pratica tramite amicizia e onestà.

 
 
 
 

Monica Guerra

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Non amo le categorie e non credo nelle distinzioni di genere. La letteratura femminile è stata considerata, come qualsiasi altra forma di arte, secondaria alla maschile, per molti secoli, se finalmente, oggi giorno, si colloca al di fuori di tali classificazioni, significa che si è compiuto un certo tragitto evolutivo. Credo che l’opera d’arte vada sempre ben oltre l’essere umano che la crea.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Penso che le differenze siano misurabili tra autore e autore, tra una singola sensibilità e un’altra, ma non posso credere che siano meramente riconducibili al sesso cui apparteniamo. Semmai la differenza è determinata dall’esperienza della vita di chi scrive. Credo che in parte il dolore costituisca una via privilegiata per crescere, umanamente e poeticamente.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

In primis devo citare Emily Dickinson, il suo sguardo sovente in bilico tra mondo esteriore e indagine introspettiva è stato forse il mio faro iniziale negli anni dell’adolescenza. Poi sono approdata alla letteratura russa, dove Anna Achmatova ha acceso un tumulto sentimentale e dove l’abisso delirante e numinoso di Marina Cvetaeva mi ha irretito. Una confessione: ho un rapporto conflittuale, di amore e di terrore, con Sylvia Plath. In ambito italiano nessuna autrice mi è più cara di Amelia Rosselli.

 
 
 
 

Giovanna Iorio

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

La letteratura, quando, prende in prestito le categorie delle Olimpiadi, genera scontri. Quando sono necessari, ben vengano. È sempre un momento interessante nello sport, come nella poesia, quando vi è l’esigenza di eliminare una categoria. I pesi piuma nel pugilato sono scomparsi nel 2012. Si riducono gli scontri e le competizioni. E si uniscono le forze.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

L’articolo? Un, una…

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Mater semper certa: Virginia Woolf. Per anni ho tenuto il suo ritratto sulla scrivania. Amavo il suo profilo elegante, il naso aquilino, brutto e sottile (mi faceva essere orgogliosa del mio, un po’ simile, che però io ho ereditato da mio padre). E poi tutti i suoi figli: Le Onde, Orlando, Una stanza tutta per sé, Gita al faro

 
 
 
 

Maria Luigia Longo

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Ne sono contenta e non credo che la distinzione le fosse funzionale ad alcunché; anzi, in un certo senso, la declassava in un recinto. Confinate in quella stretta definizione, mancava l’aria.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Sono amante di molti poeti e molte poetesse e non trovo differenze o peculiarità legate al genere. Ciascun poeta, come ciascun essere umano, ha caratteristiche e qualità sue proprie che derivano dalla sua interiorità, dalle esperienze di vita e dal sentire che lo rende unico. Ciascuno ha la sua lingua e il suo ritmo e modo di incedervi e di precipitarci dentro.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Le madri sono molte e diverse nel tempo e nelle mie diverse età. Ho spaziato da Isabella Morra a Emily Dickinson, da Saffo a Alejandra Pizarnik, da Elli Micheler alla Szymborska, dalla Gualtieri alla Cavalli, da Antonia Pozzi alla Valduga.
Donne diverse tra loro, donne meravigliose. Meravigliose penne.

 
 
 
 

Paola Loreto

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Come tutte le distinzioni, è servita a mettere in luce qualche tratto particolare ma rischia anche di delimitare un campo: di definire un’identità e dunque di diminuire il potenziale dell’espressione. Come tutte le riserve protette, serve a tutelare – e nei casi disperati a consentire di sopravvivere (ma non credo la scrittura femminile sia mai stata a rischio di estinzione, francamente: penso a Anne Bradstreet, la prima poeta, in assoluto, americana, nel 1650) – ma proibisce la circolazione davvero libera, alla pari, nei grandi spazi comuni. Credo che la scrittura femminile sia adesso grande e forte abbastanza da poter andare per il mondo. E che questo possa farle molto bene.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Posso rispondere solo sul piano delle grandi generalizzazioni. (Credo, in realtà, che ci sia un po’ di “un” poeta e di “una” poeta in ogni persona che scrive poesia. E non credo che una distinzione tra maschile e femminile sia rilevante nell’apprezzamento totale della qualità di una poesia.) E allora: nelle poete che conosco – o meglio, che ho amato e che amo – c’è una maggiore libertà dal “dover essere”, dalle mode, dagli imperativi dettati da un’immagine pubblica. C’è più intimità, più immediatezza, un corto circuito tra quello che è ovvio si possa/debba dire perché è lì, sotto gli occhi del corpo e/o della mente, e quello che scrivono o hanno scritto. Una percezione diretta dell’essenziale.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Più che madri compagne, amiche: Emily Dickinson, Antonia Pozzi. Tra le poesie che si stanno scrivendo sento come affine, pur nella sua diversità, quella di Mariangela Gualtieri, interessante quella di Mary Oliver, che però ci ha appena lasciati.

 
 
 
 

Franca Mancinelli

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Credo poco negli aggettivi che accompagnano le parole “letteratura” e “poesia”.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Sento sempre di più l’identità come qualcosa di plurale e aperto, contenuto dentro un confine sottile che la vita quotidiana ci chiede di ribadire e confermare. Sto scrivendo da Calcutta, dove mi trovo da un mese per una residenza creativa. Uno dei primi messaggi che mi è arrivato da questa città viene dalle sue edicole colorate e adornate di fiori che costellano le strade invase da torrenti di traffico e dalla vita nella sua massima densità: ciò che la società occidentale ha richiuso e allontanato, come sintomo di fragilità e di pericolo, qui è ancora riconosciuto e venerato, nella sua potenzialità divina. Le tante divinità induiste sono la forma visibile di quel principio vitale in cui maschile e femminile, umano e animale fluiscono l’uno nell’altro.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Penso a donne che, per diverse ragioni, sono anche dei riferimenti nella mia esistenza: Rossana Abis, Antonella Anedda, Giovanna Rosadini. E poi a tante altre madri e sorelle maggiori che grazie alla poesia ho avuto la fortuna di incontrare. L’antologia curata da Giovanna Rosadini per Einaudi accogliendo un suggerimento di Mariangela Gualtieri, Nuovi poeti italiani 6 (2012), ha creato una piccola comunità di autrici che si sono ritrovate e riconosciute oltre le pagine. Potrei nominarle una per una con affetto e con la gioia di sentire la loro presenza, anche nel silenzio che compone e dilata il dialogo più intenso: Chandra Candiani, Antonella Bukovaz, Laura Liberale, Laura Pugno, Daniela Attanasio… E poi le compagne di strada fraterne come Francesca Matteoni, Azzurra D’Agostino, Carmen Gallo, Francesca Serragnoli, Renata Morresi, Francesca Perlini. E più mi fermo più si moltiplicano i nomi di queste donne con cui ho condiviso il cammino e che sento accanto, presenze care che ereditano insieme a me esperienze e voci che per secoli non hanno avuto lingua.

 
 
 
 

Adriana Gloria Marigo

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Sono d’accordo sulla eliminazione della distinzione “letteratura femminile”: il tempo ha procurato cambiamenti importanti, ma non definitivi nella visione dell’incidenza femminile nella letteratura e, più in generale, nella cultura. La definizione di genere, il termine stesso “ruolo” continua a rimarcare le differenze secondo il complesso di inferiorità; non ha accentuato la portata, l’impressività del valore della scrittura femminile. Le differenze ci sono, continueranno ad esistere: ciò che è problematico è la percezione di questo valore da parte degli uomini (ma anche delle donne). È in loro da ricercare il motivo pregiudiziale per il quale hanno sviluppato l’incapacità di accogliere la scrittura femminile come una realtà di pari incidenza, la credenza che la scrittura delle donne abbia un aspetto di inferiorità o, in ogni caso, ancillare. Le differenze, di per sé, non costituiscono gradi di valore, ma semplicemente modi differenti di accogliere interpretare restituire il mondo interiore, creare mondo intorno. Possiamo osservare che esistono campi di interesse differenti, ma gli esiti della scrittura possono essere, da entrambe le parti, ottimi buoni mediocri e ciò non dipende dal genere maschile o femminile. Il canone letterario italiano è chiaramente impostato sulle differenze di genere, ma le scrittrici e le donne della letteratura in generale (editrici, critiche letterarie, editor, …), nella acquisita consapevolezza che il discrimine esiste, sebbene la definizione di “letteratura femminile” sia superata, ma non ancora interiorizzata, possono avere peso importante se avranno chiaro e di conseguenza agiranno, che la distinzione era funzionale in un tempo in cui la scrittura femminile doveva uscire dalle strettoie in cui era cresciuta, viveva una azione emancipativa. Ora, a mio avviso, si chiede alla scrittura femminile una azione affermativa.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Mi è difficile trovare “l’eventuale differenza” tra un poeta e una poeta: ironicamente, dovrei riscontrarla nell’articolo indeterminativo che precede il sostantivo che resta invariato. Non è un caso, se accettiamo l’origine antica del nome, poiché saper scrivere poesia è sapienza innata, non sapienza acquisita. È sapienza innata che si affina alla luce dello studio: un poeta, una poeta esistono in virtù della poesia che li ha investiti della sua potenza.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Anche oggi mi pongo questa domanda, poiché ritengo di avere avuto più “padri” letterari che “madri”: questo soprattutto in poesia. Ma di certo, in misura intimistica e ammirata, vi sono state Marguerite Yourcenar e Anna Maria Ortese per il romanzo, Maria Zambrano e Cristina Campo per il pensiero, Anna Achmatova e Maria Luisa Spaziani per la poesia.

 
 
 
 

Giulia Martini

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Ogni distinzione crea un movimento (tra la cosa distinguibile e la cosa effettivamente distinta; o ancora, tra la cosa effettivamente distinta e un’altra cosa effettivamente distinta con cui viene messa in rapporto) e questo movimento mi sembra già più interessante che parlare di “letteratura femminile” (se esiste e non si limita alla sua storia).

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

L’articolo indeterminativo davanti.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

“Madre” non lo so ma sicuramente è stata un modello di riferimento la poesia di Patrizia Cavalli (su cui mi sono laureata). Poi bisogna stare attenti che il modello di riferimento non diventi un abito stretto, una cattività – cioè che le madri non diventino cattive (penso al quadro di Giovanni Segantini).

 
 
 
 

Gabriella Musetti

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Intanto non parlerei di “definizione” per letteratura femminile, già parlare di “letteratura femminile” induce in qualche equivoco, anche se molti usano questi termini.
Mi pare che non si sia capito bene quali sono i problemi che vanno sotto questi termini. Dire: “secondo te la distinzione era funzionale” usando un verbo al passato induce a pensare che forse neppure nel passato poteva avere senso “distinguere” una letteratura scritta da donne. Ma il punto focale del problema, infatti, non è e non era “distinguere”, ma “dare valore, far emergere, mettere in circolazione, mostrare pubblicamente, ecc.” una scrittura letteraria che si era sempre fatta ma che restava in ambiti ristretti, familiari, di amicizie, o addirittura personali. Le donne hanno sempre scritto, poche, naturalmente, quelle che avevano accesso a una istruzione superiore. Ma anche le poche avevano difficoltà a trovare ascolto pubblico per le loro scritture, a essere considerate scrittrici a tutti gli effetti. Allora da questo punto di vista il lavoro di scavo e studio della produzione femminile è stato fondamentale per fare emergere tante scritture nascoste, disperse, o mai ripubblicate. Anche per sfatare quei pregiudizi di imitazione del “genio” degli uomini. Oggi c’è maggiore consapevolezza su questi temi a livello generale, tuttavia resistono ancora diversi equivoci.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Anche questa domanda mi sembra piuttosto sbrigativa. Potrei dire che la poesia delle donne ha una maggiore attenzione al corpo, ma verrei subito smentita da molti poeti che del corpo hanno parlato a lungo. Se mettiamo da parte gli stereotipi che circolano sulla poesia delle donne forse alcuni temi restano un ambito specificamente femminile: la maternità, il rapporto madre-figlia, le mestruazioni. Ma anche la sottrazione di soggettività, l’ottica e lo sguardo sul mondo. Ma forse è il rapporto con il sé che cambia, in un mondo in rapido cambiamento culturale e sociale come quello in cui viviamo oggi. Ma sarebbe un discorso lungo.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Tutte le donne che fanno poesia hanno avuto innanzitutto “padri” letterari, visto che i libri di testo anche a livelli di studio universitario e oltre sono caratterizzati di esempi e opere di poeti. Le “madri” spesso se le sono cercate singolarmente o in gruppi di lavoro e studio al di fuori dei “canoni” e spesso anche tra autrici di narrativa o saggistica, non solo poete. Io devo molto a Virginia Woolf, e generalmente alle autrici inglesi dell’Ottocento e Novecento. Per la poesia a Dickinson, alle russe Cvetaeva e Achmatova, ma anche a Cristina Campo, Margherita Guidacci, Daria Menicanti, Fernanda Romagnoli, e molte altre.

 
 
 
 

Melania Panico

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Sinceramente non ho mai creduto nella sottodivisione di “letteratura femminile”: mi sembra una riduzione. Come più volte mi è capitato di sottolineare, io credo nella scrittura e nello stile personale del singolo autore. Non mi sono mai posta il problema se esista una scrittura al maschile e quindi neanche se esista una scrittura al femminile. Mi interessa cosa voglia trasmettere l’autore e soprattutto in che modo.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

La differenza tra un poeta e una poeta è che uno è maschio e l’altra è femmina. Ripeto: identificare un modo di scrivere in base al genere mi sembra piuttosto riduttivo. Se si vuol far riferimento a una maggiore “sensibilità” delle donne rispetto agli uomini, c’è da ricordare che non tutte le donne hanno la stessa sensibilità, così come gli uomini. Ognuno è un micromondo. Quindi parlare di differenza sulla base di più o meno sensibilità mi sembra fuorviante.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Emily Dickinson, Nadia Campana, Giovanna Sicari.

 
 
 
 

Maria Milena Priviero

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Sono d’accordo con questo esito. Non servono distinzioni. Le donne e gli uomini leggono e raccontano la vita con sguardo e sensibilità diversi. In modo complementare direi e dunque necessari entrambi alla letteratura.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Forse ho già risposto a questa domanda nella prima. Penso sia difficile generalizzare fra queste due scritture. Forse più esplicita quella maschile e più sottesa quella femminile.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Emily Dickinson e Wislawa Szymborska

 
 
 
 

Rossella Renzi

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Non credo nella distinzione tra “letteratura femminile o maschile”, credo nella letteratura. Poi, la letteratura si può descrivere usando aggettivi che ne raccontino le specificità, e la letteratura femminile può (sottolineo può) avere una sua specificità, ma non è determinante.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Nessuna.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Ho avuto madri e padri letterari. E mi sono sentita in sintonia con voci maschili e femminili, in questo caso per vicinanza di situazioni o di vissuti: come la maternità, il rapporto col corpo, uno sguardo femmineo sul mondo. Le mie “madri letterarie” sono tante, ne citerò solo alcune: Emily Dickinson, Anne Sexton, Amelia Rosselli, Nadia Campana, Anise Koltz, Giovanna Sicari.

 
 
 
 

Laura Ricci

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Arrivate a questo stadio di ormai maturo femminismo sono d’accordo, mi dà anzi un poco fastidio quando si parla di “letteratura femminile”, perché sembra designare un recinto che non ha più ragione di essere. Purché non ci si dimentichi del fatto che per secoli il canone letterario ha escluso le donne e che, in questo senso, c’è ancora molto da fare; e che bisogna allargare e cambiare il canone – andare “Oltrecanone”, come in un interessante volume a cura di Anna Maria Crispino esorta a fare – per includervi a pieno titolo e in abbondanza le scritture femminili. Esistono visioni del mondo e scritture differenti, di autrici e di autori, che bisogna escludere o includere, con tutte le loro sfaccettate diversità, in base al valore letterario. Altra cosa, invece, è la letteratura femminista, un pensiero che interessa espressamente la saggistica, e che si manifesta secondo linee sociologiche, filosofiche, semiologiche, antropologiche o altro che è corretto e irrinunciabile dichiarare esplicitamente.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Penso che non ci sia nessuna particolare differenza, se non la corretta distinzione grammaticale del termine. Almeno da un punto di vista letterario. Può esserci, invece, differenza di pensiero e di recepimento e di visione del mondo, come accade non solo per la differenza di genere, ma anche per altre differenze.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Penso di avere molte madri letterarie, e ho anche alcuni padri che, attraverso la letteratura, hanno contribuito e contribuiscono ad arricchire e indirizzare la mia visione della vita e del mondo. Dovendo scegliere alcune madri simboliche per me più forti e determinanti, nominerei Emily Dickinson e Wislawa Szymborska per la poesia, e Virginia Woolf e Katherine Mansfield per quanto riguarda la prosa. Forse possono apparire scontate, ma sono loro che mi hanno trasmesso, a suo tempo, il desiderio di scrivere e, soprattutto, quello di fare della scrittura un rigoroso scopo del vivere.

 
 
 
 

Eleonora Rimolo

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Credo che sia anacronistico pensare ancora all’esistenza di una distinzione in questo contesto. Il sentire è di per sé un’esperienza eterogenea e quindi individuale. Ogni modo di vedere il mondo, di viverlo e di descriverlo è personale e prescinde dal genere femminile o maschile. La differenza di sesso così come la differenza di cultura, ad esempio, sono grandi categorie che aiutano a orientarsi ma dentro cui confluiscono altrettante infinite difformità.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Non credo che esista una differenza. D’altronde già Coleridge alle soglie del 1800 sosteneva che i veri artisti dovessero avere una mente androgina.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Ho un rapporto complesso con le “madri”, ma se dovessi fare dei nomi direi: Maria Giuseppa Guacci Nobile (“madre” della letteratura romantica), Giovanna Sicari (“madre” della letteratura contemporanea – purtroppo scomparsa), e Gabriella Sica – “madre” letteraria vivente e con cui sono in dialogo costante.

 
 
 
 

Giovanna Rosadini

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Sono d’accordo sull’auspicabilità di questo esito, ma temo che non sia stato ancora raggiunto. Basti considerare che le antologie di poesia (inclusa “Poesia italiana del Novecento” di Sanguineti pubblicata da Einaudi nel 1969, certo un curatore e un editore non conservatori e retrivi, ristampata più volte senza aggiornamenti) non contengono presenze femminili fino ai tardi anni ’70 del Novecento (Mengaldo inserisce la sola Amelia Rosselli nella sua canonica antologia del 1978, ma per invertire la tendenza sarà decisiva la diffusione del movimento femminista, che darà il via a lavori come “Donne in poesia” di Biancamaria Frabotta). Ancora negli anni Zero del nuovo secolo il riconoscimento pubblico delle autrici di poesia (la loro presenza nelle antologie, nelle principali collane editoriali, nei premi letterari), era nettamente minoritaria, a maggior ragione se rapportata al loro apporto numerico e alla qualità dei loro testi. Tanto che un lavoro come “Nuovi poeti italiani 6”, da me curato e uscito nel 2012 per Einaudi, è nato proprio per colmare questo tipo di lacuna, e dare visibilità editoriale ad autrici ancora immeritatamente lontane dalla ribalta di un pubblico adeguato di lettori. E, ancora una volta, le polemiche seguite all’uscita del libro hanno evidenziato quanto necessaria fosse un’opera del genere, e quanto lontani ancora si fosse da quella “definizione più ampia di letteratura” citata nella domanda.
Pertanto, pur auspicando l’evoluzione della letteratura in una“ Letteratura” priva di distinzioni di genere o di altro tipo, ma definita solo da parametri qualitativi, credo che ancora oggi ci siano dei criteri che distinguono la letteratura femminile, proprio perché storicamente emarginata e marginalizzata.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci fra un poeta e una poeta?

Dalla ricognizione fatta per mettere a punto la mia antologia sono emerse peculiarità che ancora oggi caratterizzano la poesia/letteratura femminile in quanto prodotto storico, ragione per la quale ritengo la distinzione di cui sopra ancora funzionale, e, personalmente, preferisco essere definita una “poetessa”.
Mi pare innegabile, per esempio, il legame fra scrittura e vita delle autrici, così come il radicamento della loro scrittura nel corpo e nel bios; l’emarginazione storicamente subita, inoltre, rende la letteratura femminile da un lato più fiduciosa nello strumento linguaggio, e animata da una forte tensione conoscitiva; dall’altro più libera da tutti i condizionamenti di un canone letterario essenzialmente maschile. Inoltre, la scrittura femminile ha una indubbia componente empatica, che, anche in presenza di un “io” lirico, tende a trascenderlo, aprendosi a un “noi” corale.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Temo, ahimè, di aver avuto (edipicamente) soprattutto “padri”… A partire dagli amatissimi Montale e Sereni, per arrivare a Raboni che ho avuto la grande fortuna di conoscere e frequentare un po’ negli anni in cui lavoravo per Einaudi.
Con la gigantesca Amelia Rosselli, che pure avrebbe potuto essere una “madre”, non ho mai sentito grande affinità… Piuttosto con Cristina Campo, Antonia Pozzi, Fernanda Romagnoli…
Ho avuto ed ho, invece, sorelle e sorelle maggiori, come Patrizia Valduga, Antonella Anedda e Mariangela Gualtieri. Di grande stimolo è lo scambio e il lavoro con le autrici della mia generazione, come Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene o Laura Pugno (ma anche Laura Liberale o Antonella Bukovaz). O le più giovani Elisa Biagini e Franca Mancinelli…

 
 
 
 

Antonella Sbuelz

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale? Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Rispondo alle tue domande con una riflessione unica, perché credo sia impossibile scindere la questione che poni.
Ritengo che i gender studies siano stati importanti come tappa di un percorso di ricerca e riflessione più attento al soggetto-donna, e capace dunque di ripensare paradigmi interpretativi spesso cristallizzati, se non sclerotizzati.
Mi sembra però che oggi le nuove consapevolezze, inaugurate da movimenti spesso dirompenti, aprano prospettive che vanno al di là di un semplice e convenzionale bipolarismo di genere: le appartenenze identitarie si sono fatte più complesse e sfumate. Penso ad esempio al pensiero della filosofa Rosi Braidotti, che parla di appartenenza aperta alle molteplicità: siamo sempre più soggetti fluidi, identità nomadi e inquiete.
In un simile contesto anche i paradigmi letterari devono aprirsi a una nuova complessità, che tenga conto delle aspirazioni e della libertà di transitare da un genere all’altro, da una sensibilità all’altra, da una modalità espressiva all’altra, senza rigide distinzioni convenzionali.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Ho sempre letto moltissimo, fin da piccola, e questo rende particolarmente difficile individuare madri e padri letterari: ogni lettura, che tu ne sia consapevole o meno, lascia tracce, sposta equilibri, tocca nervi più o meno profondi e nascosti. Ma se penso alle prime grandi scrittrici di cui mi sono innamorata da ragazza devo senz’altro nominare almeno Marguerite Youcenar, di cui ho divorato tutto intorno ai vent’anni, e Simone de Beauvoir. Un posto a sé può essere reclamato da Virginia Woolf, sempre estrema e potente nei suoi effetti su di me. Tra le Italiane soprattutto Elsa Morante (che, stranamente, ho più amato nelle atmosfere rarefatte e sospese dell’Isola di Arturo che nelle drammatiche rievocazioni de “La Storia”) e alcuni testi di Clara Sereni (penso soprattutto a “Il gioco dei regni”).
Da adolescente, nell’età in cui sei una spugna emotiva, mi colpì molto anche “Una donna” di Sibilla Aleramo: al di là del profluvio degli esclamativi e di un lessico spesso ancora ottocentesco, spiccavano la spietatezza impudente dell’introspezione e la rilettura di un vissuto capace di andare controcorrente.
Sempre adolescente, amai molto anche gli ultimi romanzi -quelli memoriali- di Gianna Manzini, e in particolare “Ritratto in piedi”.
Ma anche il pensiero di alcune filosofe è stato importante per il mio percorso: penso soprattutto ad Hannah Arendt, Julia Kristeva, Luce Irigaray.
Per chiudere, mi piace ricordare una riflessione della canadese Anne Michaels, contenuta nel suo splendido romanzo “In fuga”: “Scrivi per salvarti (…) e un giorno scriverai perché ti sei salvato (…). Proverai una terribile vergogna per questo. Fa’ che la tua umiltà cresca più della tua vergogna”.

 
 
 
 

Luigia Sorrentino

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Intanto bisognerebbe intendersi su cosa è “letteratura”, ma questo richiederebbe una discussione molto ampia. La poesia, se la sua domanda si riferisce alla poesia, non dovrebbe esprimere un’identità di genere. La poesia per sua natura, è fondativa di valori universali che nulla hanno a che fare con l’identità maschile o femminile in sé. Il poeta o la poeta, si afferma nella propria poesia. É lì che si definisce la sua essenza umana, si dichiara la sua verità.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Non credo ci sia una differenza tra un poeta e una poeta. La poesia è creazione. Quello che davvero conta è che la parola della poesia arrivi a compimento.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Madri, sorelle, figlie. Anche qui tutta questa differenza non c’è. Antigone è figlia e sorella di Edipo, così come Edipo è figlio e marito di Giocasta. La mia poesia non ha una madre letteraria, ha una sorella, un fratello… proviene cioè da una stirpe ammalata, da identità complesse, paterne e materne.

 
 
 
 

Rossella Tempesta

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Le distinzioni sono perniciose, si tratti di generi o di razze: il genere è PERSONA, la razza è UMANA, la differenza, che è – quella sì- preziosa, non necessita di etichette ma si fa apprezzare da sé, in tutta la bellezza delle sfumature.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Quella biologica, è innegabile, conduce a tessere una trama del vissuto fatta di esperienze diverse, che dalla biologia e dall’ambiente maschile/femminile traggono differenti “credenze” cioè danno origine a un sentire comune, ma non identitario, appunto.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Un elenco che non avrà mai fine, dal quale, tra passato e presente, mi vengono alle labbra Grazia Deledda, Anna Maria Ortese, Oriana Fallaci, Virginia Woolf, Flannery O’Connor, Donna Tartt, Siri Hustvedt. Tra le italiane contemporanee amo la scrittura in prosa (e in poesia) di Valentina Diana, di Claudia Priano, Nadia Terranova, Gaja Lombardi Cenciarelli, Sandra Petrignani, Brunella Schisa…ma sto certamente tralasciando qualche scrittrice che amo.
In poesia i miei amori sono tanti e tanti nasceranno ancora, perché la scrittura delle donne in poesia è fertilissima, anche se non ha eco editoriale sufficiente a farla giungere alle orecchie di un pubblico.
Dal passato traggo sicuramente due adorate italiane Margherita Guidacci e Fernanda Romagnoli.
Mi fa tenerezza Antonia Pozzi, mi lascia spiazzata e come percorsa da elettricità aliena la “straniera” Amelia Rosselli.

 
 
 
 

Anna Toscano

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Credo che la distinzione sia stata a un certo punto fatta a forza, e giustamente, vedendo come nella letteratura fossero considerati solo gli autori uomini e non le autrici donne. È un dato di fatto, infatti, che tutti i manuali scolastici e anche universitari contengano una presenza schiacciante di voci maschili e le pochissime voci femminili vengano spesso relegate in un box di approfondimento. Come reazione a un certo punto si è parlato, e a lungo, di letteratura al femminile, per darle la giusta dimensione, il giusto spazio, il corretto approfondimento. Questo è accaduto ma con scarso risultato concreto: nelle antologie continuano a non essere presenti o in minor numero le autrici donne, seppur, sia chiaro, a parità di qualità di scrittura, o migliore, nei convegni continua a esserci un numero schiacciante di relatori maschili, e via dicendo.
La letteratura al femminile non entra nella definizione più ampia di letteratura oggi, ma è la letteratura, una letteratura di cui fanno parte anche gli autori. Ecco capovolgerei così i termini.
Auspico smetteremo di parlare di letteratura femminile e letteratura maschile un giorno, così come di genere femminile e genere maschile, ma certo avverrà quando ci sarà pari spazio e dignità per tutti.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Tutti i poeti sono diversi, indipendentemente dal genere, fare distinzioni sulla poesia rispetto al genere di chi la scrive non serve a nulla. Questo in teoria generale. Per il personale ci sono delle affinità che portano a leggere alcuni libri e non altri, alcune penne e non altre. Io, per esempio, in poesia leggo solo donne ma non lo faccio come una presa di posizione, assolutamente. Tra tutto quello che leggo ciò che scrivono le donne mi piace immensamente di più e dunque se debbo scegliere cosa leggere va da sé che leggo autrici donne. È come dire se debbo bere qualcosa bevo ciò che mi piace di più, preferisco dunque bere un tè verde piuttosto che un orzo, senza togliere qualità e meraviglie a uno o all’altro.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Moltissime, difficile farne un elenco sarebbe molto riduttivo; tra le altre direi assolutamente Elsa Morante per prima, Natalia Ginzburg, Goliarda Sapienza, Patrizia Cavalli, Sibilla Aleramo, Simone De Beauvoir, Grazia Deledda, Anna Banti, ÁgnesHeller, Sibilla Aleramo, Wislawa Szymborska, Jane Austen, Virginia Woolf, Christa Wolf, Agota Kristof, Jozefina Dautbegović, Janet Frame, Anna Maria Carpi, Bianca Tarozzi, Antonella Anedda, Grace Paley….

 
 
 
 

Barbara Vuano

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Non mi piace parlare di letteratura femminile, ma di letteratura di genere, e secondo me esiste una differenza nella letteratura di genere: le donne hanno un proprio portato specifico, una risonanza diversa, sia in prosa che in poesia. È vero che non è possibile generalizzare e che esistono molto differenze all’interno dei generi e esiste pure il transgender e il genere in divenire, tuttavia la mia identità sta ancora nella mia specificità di donna che sbuca da ogni pagina che cerco di scrivere e nelle pagine che leggo con maggior passione.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Mi ritrovo con molta più immediatezza nelle poesie scritte da donne, le cerco istintivamente, anche se leggo e amo tutta la poesia. Le poesie scritte da donne più ancora della narrativa, condensano una propriocezione diversa, immagini, visioni, rivelazioni che percepisco come affini.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

Le mie madri di riferimento in poesia sono: Emily Dickinson, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, e fra le contemporanee Ida Travi, Mariangela Gualtieri, Chandra Livia Candiani.

 
 
 
 

Zingonia Zingone

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Le “definizioni” sono un incasellamento che limita la libertà espressiva. Dal mio punto di vista, non esiste una distinzione tra letteratura femminile e “una letteratura più ampia”, esistono invece delle circostanze che sorgono dalla trasformazione della società e degli equilibri umani al suo interno, che incidono e si riflettono nella letteratura (femminile, maschile, eccetera) come in altre espressioni artistiche. Sarebbe pertanto più corretto dire che è cambiato il ruolo della donna nella società moderna e questo comporta un novità anche riguardo le tematiche affrontate e l’ottica con cui vengono messe a fuoco.
Mi chiedete se la distinzione di prima era funzionale? Non credo nella “funzionalità” della letteratura come qualcosa appartenente a un gruppo, bensì come risultato dell’autenticità del singolo autore e della sua capacità di trasmetterla. È in quell’atto creativo “puro” che il sentire individuale diviene universale e quindi assume una funzione. Il ragionamento inverso lo percepisco come una forma di ideologia letteraria che, soprattutto per quanto riguarda la poesia, va a contraddire la natura stessa dell’espressione fondante. La poesia, come ogni forma di arte, non nasce dal pensiero, ma dall’altrove e trova la sua forma unica attraverso le nostre esperienze personali.

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Il punto cardine è la differenza tra l’essere maschile e l’essere femminile. La poesia esprime quanto di più profondo e intimo c’è nell’essere umano, perché è proprio lì in quell’intimo profondo, dove si trova “l’altrove” e per esprimerlo ci avvaliamo del nostro “sentire”. Diceva San Tommaso d’Aquino che i sensi sono le finestre dell’anima, e se consideriamo che il sentire avviene in funzione della nostra natura, è inevitabile che nello scrivere emerga dal più profondo la differenza tra una natura e l’altra. Infatti, la percezione femminile è diversa da quella maschile e la risonanza che ha il femminile nel maschio è diversa da quella che ha il maschile nel maschio, come nella femmina è diversa la risonanza maschile da quella femminile. La parola poetica è portatrice di quella risonanza, ed è una portatrice efficace quando la risonanza è intrinseca e non imposta da fattori esterni.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

I miei riferimenti principali li ho trovati nella letteratura latinoamericana. Le mie madri più prossime sono la peruviana Blanca Varela, l’argentina Alejandra Pizarnik e la nicaraguense Claribel Alegría, tutt’e tre esponenti del novecento. Hanno in comune l’asciuttezza dei versi e l’efficacia delle immagini. Tuttavia, sono poetiche tra loro molto diverse sia nell’estetica che nei contenuti, sono infatti il riflesso di personalità diversissime. La Pizarnik è donna degli abissi più bui, bambina mai amata; la Varela, introversa, ferita dalla perdita degli affetti più cari, trasfigura il dolore in bellezza, è simile a un pozzo ai margini di un campo verde; l’Alegría è vitalità combattente che si rinnova e anche ironia, amore e gioia. In ciascuna ritrovo una parte di me.
Sono stata in passato anche una lettrice appassionata di letteratura francese sia dell’800 che del primo ‘900, e conservo l’ammirazione che avevo per Colette e Marguerite Duras in quanto capaci di analizzare la psicologia della femmina (e dico esplicitamente femmina), anche nei risvolti più audaci, in maniera molto coinvolgente.
Forse, da qualche parte, dovrei aggiungere anche Santa Teresa d’Avila. Ma se entriamo nel terreno mistico, usciamo dalla maternità letteraria… lì c’è la vera essenza e di mamme ne ho parecchie.

 
 
 
 

Elena Zuccaccia

 

Da tempo ormai la letteratura femminile ha perso la sua “definizione” per entrare nella definizione più ampia di letteratura. Sei d’accordo con questo esito o secondo te la distinzione era funzionale?

Mi pare un buon segno. Non esiste la letteratura maschile, quindi non vedo perché dovrebbe esistere la letteratura femminile.
Chiaramente la questione è più complessa e spinosa, e lo dimostrano la storia e tutte le penne femminili nascoste sotto pseudonimi maschili, per evitare non so quale vergogna e per essere prese in considerazione.
Oggi ci si può firmare, sull’essere prese in considerazione mi pare ci sia ancora da fare.
Mi sembra quindi un buon segno, intanto, che si possa non parlare di letteratura femminile ma solo di letteratura.
Penso che dovremmo evitare i separatismi. Delle definizioni, delle librerie, degli eventi. Storicamente ci si deve passare, per emergere, per dire ci siamo. Ma poi si devono superare, altrimenti ci si emargina da soli.

Non mi interessa, poi, se esista o meno una scrittura femminile, da distinguersi quindi da una scrittura maschile.
Nel ragionare di cosa significa dovremmo appellarci a stereotipi (la donna guarda all’interno, l’uomo guarda all’esterno) che non mi interessano e che per fortuna la realtà smentisce sempre.

Sono attratta da scritture di cui non capisco il sesso e che scavalcano quindi questi stereotipi, ma auspico un tempo in cui non ci baleni più in mente “Che potenza, sembra scritto da un uomo” oppure “Quest’uomo scrive con la sensibilità di una donna” e in cui non si debba più rimarcare “Questo l’ha scritto una femmina” – così come non ci stupisce che sia Ingmar Bergman, un regista uomo, ad aver meglio descritto la psicologia femminile, e non ci sconvolge che Kathryn Bigelow realizzi film d’azione e violenza ad alta tensione da Oscar.

Nel mio piccolo, ho provato su me stessa questa questione delle aspettative: una femmina che indossa vestitini a pois non può scrivere un libro che si chiama ‘ordine e mutilazione’ e che ha in copertina un verme che si mangia la coda senza che a sorprendere sia questo stridere delle due cose. Io non do peso a queste questioni, e anzi mi diverto anche ad ottenere un risultato spiazzante senza alcuno sforzo, solo accostando una presenza gentile a immagini di autofagia.
Ma mi rendo conto che è simbolo e sintomo di qualcosa che ancora non va.

Forse perché sono una donna, non mi accorgo nemmeno di essere una donna, tantomeno una donna che scrive, che legge, che lavora con i libri, che indossa vestitini. Non mi interessa e mi piacerebbe non interessasse a nessuno.
Non sono mai stata attiva su queste questioni di genere, non perché ne ignorassi l’importanza, ma perché ingenuamente ritenevo fossimo in tempi abbastanza maturi da poter far parlare solo la carta (o la pellicola) – e non lo siamo, quindi è bene parlarne.

Su ilLibraio.it negli ultimi due anni sono usciti più d’un articolo sul tema, lascio il link dell’unico scritto da un uomo, Luigi Spagnol, perché parla agli uomini: qui.
Altri contributi al dibattito sono di Michela Murgia (“Il fatto che si pensi alle donne come a una variante minoritaria della normalità percepita è il cuore stesso del sessismo, per il quale il femminile è un’eccezione e rappresenta se stesso, mentre il maschile è la norma e rappresenta tutti”), Renata Gorgani (sulla minoranza delle donne nei piani alti dell’editoria), Elena Varvello (che indaga più ampiamente punti da me sopra sintetizzati, su scrittura femminile e maschile), Bianca Pitzorno (che chiude il dibattito affermando “probabilmente una scrittura femminile esiste. Ma può esserne autore un uomo come una donna”).

 

Qual è l’eventuale differenza che tu consideri esserci tra un poeta e una poeta?

Ho anticipato la risposta e, come detto sopra, se una differenza c’è, non mi interessa.
Voglio non aspettarmi nulla da uno scrittore uomo in quanto uomo o da una scrittrice donna in quanto donna.
Sono entrambi liberi di sorprendermi in altri modi.

 

Quali sono state le tue “madri” letterarie?

La mia scrittura è influenzata – visibilmente o invisibilmente, questo non lo so – dalla lettura e dalla conoscenza di Anna Maria Farabbi, dalla sua visione della poesia e delle cose (non necessariamente sempre uguale alla mia, ma sempre mi fa interrogare e quindi sempre mi influenza).
Ci sono tante altre donne che ho letto e leggo con piacere – Plath, Sexton, Aleramo, Pozzi, Campo, Ruggeri – ma se devo pensare a un’influenza madre penso a lei.

 
 
 
 

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