Le cose innegabili – Nanni Cagnone

Le cose innegabili,, Nanni Cagnone (Avagliano Editore, 2018).

Le cose innegabili di Nanni Cagnone è una raccolta di settantuno testi preceduti da altrettanti numeri romani come a indicare “stanze poematiche”. La raccolta era già uscita nel 2010 in un’edizione d’arte, bilingue e fuori commercio, con traduzione dei testi in inglese da parte di Paul Vangelisti.

Si tratta di un progetto molto suggestivo e compatto. Già a partire dal titolo si avverte il rimando a qualcosa di non trascurabile, di cui non si può fare a meno. Ma cosa sono le cose innegabili a cui fa riferimento il titolo?  “E un giorno/non si resiste più/ ai particolari”: e se le cose innegabili fossero quelle che fino a un certo punto abbiamo considerato trascurabili? Ovvero se le cose trascurabili (apparentemente) diventassero “il tutto a cui aspirare”? Se le cose che fino a un determinato momento abbiamo considerato senza attenzione lavorassero sottese e si manifestassero in noi improvvisamente (magari proprio nei momenti meno opportuni)? Come una danza dei particolari, un “insistere delle ombre verso il buio”.

Spesse volte la poesia di Cagnone è stata definita “classica”. Intorno a questo concetto ci sono da fare alcune precisazioni. Se è vero che Cagnone ama un certo lessico talvolta anacronistico e un utilizzo di costrutti “fuori dal tempo” perché desueti, è pur vero che questi elementi nel loro insieme contribuiscono a fare della poesia dell’autore in questione una poesia unica, classica nel senso più alto del termine in quanto completa e sempre nuova, sempre contemporanea e viva. Cagnone utilizza delle parole-immagine uniche ed è maestro di visione. Penso alla poesia XI che comincia con “Sorriso inverno”. Talvolta risulta oscuro, anche inutilmente, ma credo che anche questa sia la particolarità della sua visione. Una poesia fatta di giri a vuoto e grandi vette dove improvvisamente tutto trova una direzione, come una sentenza: “è un mondo immeritato. / Occorre gratitudine”.

Le cose innegabili sono quelle manifeste? Sono quelle facilmente alla portata di tutti? O cosa sono queste cose imprescindibili?

“Così ripensi all’inverno/ all’invenzione del buio/ che mise in pericolo / i nostri sentimenti, /li costrinse nel respiro/ ma li promise a marzo/ marzo che irrompe/ come un teppista/nel cagionevole noi”.

Probabilmente la risposta è “scrivere la storia delle cose minute”, dei frammenti che pure hanno una loro interezza. Il cammino verso l’essenziale è cammino arduo eppure necessario: “quante cose ci vogliono/ per fare di noi/ qualcosa di semplice?”

 

Melania Panico

 
 
 
 
XI
 
Sorriso inverno.
Esaudire giardini in questa fossa,
quando con calma brevità
un mattino affonda nel crepuscolo
senza trasfigurarsi, non c’è tempo,
e l’attesa è un folgorato istante
che notte terrebbe in sé
qualora non sapesse
tutto amaro il fluire.
 
Avvolgimento, consumazione
 
 
 
 
 
 
XXXI
 
Vegliare accanto ai solchi
ove semi insonni maturano
senza rumore, senza sognarsi
spighe, poi andar via,
orme superstiti
su rovesciate zolle, simili
al coltivatore dell’inverno,
orfano di terra, che inutile
andrà verso una casa
come farebbe la grandine.
 
 
 
 
 
 
XLI
 
È simile a un assedio
questa luce,
a un volitare in arnie,
e nessun ridosso per noi
che verremo espugnati
prima del crepuscolo.
 
Cosí ripensi all’inverno,
all’invenzione del buio
che mise in pericolo
i nostri sentimenti,
li costrinse nel respiro
ma li promise a marzo –
marzo che irrompe
come un teppista
nel cagionevole noi.
 
 
 
 
 
 
LXII
 
Spazio finito, orlo di tamburo.
Ti conviene incarnarti finché puoi,
racimolare luce anche di notte,
far cammino nella bruma
e non lasciarlo mai solo
l’istante, se no punge ogni cosa.
 
In fondo, in fondo al mareggiare
dei tramonti, al maturare insicuro
bruciore senza trama delle pene,
il solenne episodio delle foglie –
stormire e basta. Stormire.
 
 
 
 

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