Arsenij Tarkovskij

Arsenij Tarkovskij

 
 

Il padre del regista Andrej (che morirà tre anni prima di lui), Arsenij Tarkovskij (1907-1989), vide pubblicato in patria il primo volume di poesie Neve imminente> solo nel ’62. Il poeta mistico, lirico, epico, fu a lungo perseguitato ed epurato. Alla sua famiglia d’origine deve l’amore per la letteratura e le lingue (il nonno di Andrej, poliglotta, era scrittore di racconti e saggi). In casa conosce il pensiero di Gregorij Skovoroda. Amico di Bulgakov, nel ’32 (quando nasce Andrej) è accusato di misticismo e costretto a interrompere la collaborazione alla radio. In Italia è arrivato nell’89 con Scheiwiller.

Le poesie, qui pubblicate, sono nel volumetto Via del Vento La steppa e altre poesie con traduzioni di Amedeo Anelli e Stefania Sini.

La poesia di Arsenij vedeva nella sconvolgente bellezza della natura la cifra misteriosa del divino che è in noi e fuori di noi, e la terra portava i segni (il pane indurito) delle carestie e sofferenze del suo popolo.

Perché i regimi temono tanto i poeti? La poesia di Arsenij è una delle risposte possibili.

 

Pierangela Rossi

 
 
 
 
La steppa
 
La terra da sola ingoia se stessa,
e caccia la testa nel cielo,
rammenta vuoti della memoria
ora con l’uomo, ora con l’erba.
 
L’erba sotto un fiore di cavallo,
l’anima dentro un telaio di ossa,
e solo una parola, una parola
nella steppa traluce sotto la luna.
 
S’addormenta la steppa come morisse,
e su kurgani grossi macigni
giacciono, sono monaci guardiani,
fradici, ebbri di stagno di luna.
 
Per ultima muore la parola.
Ma il cielo s’incammina mentre
una punta di acqua passa di nuovo
attraverso il rigido scudo di terra.
 
Soffia di lappola la mano destra,
scintilla la sella di cavalletta,
pettina l’ala piena di sonno,
arcobaleno, l’uccello di steppa.
 
Fino alle spalle nel latte blu-grigio
dal paradiso Adamo è nella steppa
e il dono franco di parola ragione
restituisce agli uccelli e alle pietre.
 
Il delirio d’amore dell’autocoscienza,
l’anima, infonde a radici di erbe,
i loro nomi trepidanti
ancora nel sonno ha ricreato.
 
 
 
 
La fine della navigazione
 
Sbollono nelle rade i battelli,
come inchiostro si coagula l’acqua,
si fa notte su un lucore di piombo,
e se abbiamo causato sofferenza alla terra
è lieve questo male e in via di guarigione.
Quante le stelle che brillano sulla vastità di neve
e profondo è il silenzio che avvolge la terra,
tutto è in una morsa di gelo,
a stento s’affaccia un’ultima sirena.
 
 
 
 
Grigorij Skovoroda
 
Non cercava riparo né cibo,
in disaccordo con l’iniquità e il mondo.
Il più babelico e indigente
tra tutti i monarchi del Salterio.
 
Viveva, l’orgoglioso asceta, secondo
L’antico libro dei libri, poiché esso
è l’autentico segno dell’amore della verità
e l’anima del mondo.
 
Nella natura trova appiglio l’arbitrio:
la steppa scorre sotto i nostri piedi,
spolvera sulla strada dei carrettieri
di sale di Sivas il pane indurito,
 
pregano gli uccelli con fervore,
placidi baluginano gli eloquenti fiumiciattoli,
i piccoli animali di casa
come candeline stanno dritti nei giacigli.
 
Oltre le tentazioni terrene,
dalle lettere del suo alfabeto
brilla un cielo più terso dello zaffiro
spalancato alle ali dell’intelletto.
 
 
 
 

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