Speciale Lawrence Ferlinghetti

Speciale Lawrence Ferlinghetti

Per il centesimo compleanno di Lawrence Ferlinghetti Laboratori Poesia omaggia il poeta statunitense con una recensione al suo ultimo edito, Scoppi urla risate (Bigsur edizioni 2018) a cura di Vernalda Di Tanna.

 

«Venite, ora, bambini, svegliatevi – venite, è l’ora, svegliatevi – attenzione, vi stanno ingannando – attenzione, state sognando – venite ora, guardate – essere o non essere, che differenza fa?», scriveva così Jack Kerouac in uno dei suoi romanzi, Big Sur, ispirato alla cittadina omonima situata a sud della baia di Monterrey, ad un centinaio di chilometri da San Francisco. La genesi di Big Sur ebbe inizio mentre Kerouac era ospite nella baita del suo amico Lawrence, ovvero il suo editore, colui che grazie alla City Lights Bookstore (nome ispirato a “Le luci della città” di Chaplin) scoprì e pubblicò Howl (Urlo) di Allen Ginsberg. Il resto è storia. E come ogni storia che si rispetti bisogna averne memoria, ricordandone ogni falla così come celebrandone ogni traguardo. Ci sono traguardi difficili da raggiungere ed uno di questi è sicuramente il vivere una vita che sia il più possibile lunga, piena e affascinante, soprattutto attiva e premurosa nei confronti dell’altro da sé. E Lawrence Ferlinghetti può vantarsi – senza falsa modestia – di esserci ben riuscito, nella sua attesissima ed ultima fatica letteraria: Little Boy. Lawrence è un poeta centenario che dimostra l’energia e la volontà d’azione tipiche di un giovane incapace di darsi per vinto, perché costantemente attuale e spudoratamente controcorrente. Associato fortemente alla Beat Generation, Ferlinghetti ha dichiarato di non gradire la definizione che gli è stata addossata (quella cioè di “Ultimo dei Beat“) alla quale preferirebbe un’altra come “Ultimo dei Bohémien“. Non necessariamente bisogna sorprendersi di ciò, essendo il francese la sua lingua madre, dato che da giovane visse a Strasburgo con una parente; di conseguenza la sua formazione letteraria comprende in larga parte simbolisti e surrealisti francesi (Apollinaire, Verlaine, Prevért), oltre a poeti quali Thomas, Pound, Whitman, Keats, Yeats, Shelly, Sexton, Plath e Neruda, che spesso non dichiaratamente Ferlinghetti con molta – e spericolata – disinvoltura ama citare e riversare nei suoi testi. Testi a doppiofondo, in cui la lungimiranza del contenuto riesce a cingere la forma, senza calpestarla – anzi elevandola, uniformandola – poiché si tratta di un contenuto dedicato a tutti in una forma poetica alla portata di tutti, letterati e non. Questa camuffata semplicità del dire è parte di un più ampio progetto: tant’è che l’attivismo di Lawrence Ferlinghetti è di natura poetica, non politica, perché usufruisce del potere dell’arte e della parola per illuminare le coscienze, stimolandole. Uno dei principali obiettivi di questo poeta e libraio agitatore delle coscienze consiste nel risvegliare, in favore del popolo e degli umili, quella fetta di popolazione acculturata, ma assopita nella sua accademica culla. Ai poeti rivolge il suo “Manifesto populista“; sempre per loro (e non solo) scrive “Pietà per la Nazione“, edita nella raccolta Scoppi urla risate (Blasts cries laughter, New Directions, 2014) appena tradotta da Damiano Abeni per Big Sur Edizioni (2019). Alcuni tra i testi più significativi di quest’ultima raccolta (The Lord’s Last Prayer, History of the Airplane, Pity the Nation, South of the Bourder, Dragon’s Teeth, With Beckett) sono stati già tradotti da Leopoldo Carra (Greatest Poems, Mondadori, 2018) e ci forniscono un’ampia testimonianza dell’ironia terribilmente giocosa e dissacrante tanto quanto teneramente enigmatica di cui è capace il loro autore. Il testo che apre la silloge più recente è “L’ultimo padre nostro” una sorta di invettiva parodica della preghiera cristiana che presto tradisce il suo lato più affettuoso e sincero, bisognoso. L’invettiva diventa a sua volta un canto, una preghiera disperata che si sfoga attraverso versi pirotecnici: “Padre Nostro che fai arte in cielo/ Sia scarnificato il tuo nome/ A meno che non cambino le cose […]/ Dacci oggi il nostro pane quotidiano/ Almeno tre volte al giorno“. Ci sono poi componimenti di schietto stampo antimilitarista, come “Denti del drago” in cui i denti della fiera fiabesca sono la trasfigurazione poetica dei terroristi e dei soldati. Tante sono le allusioni alla sfera del mondo classico, greco in particolare, trattato parallelamente a quello della tecnologia (“fuggono tutti dai droni/ che seminano puro odio“). Tra i versi di “Scoppi urla risate” volano tanti droni e tanti uccelli: “E poi la celebre Fortezza Volante decollò irta di mitragliatori e testosterone per rendere il mondo sicuro per la pace e il capitalismo, ma gli uccelli della pace non si videro per niente né prima né dopo Hiroshima// E così poi uomini brillanti costruirono macchine volanti più grandi e più veloci e questi immensi uccelli fatti dall’uomo col piumaggio a reazione volarono più alti di qualsiasi uccello reale e parvero sul punto di volare dentro il sole e fondere le ali e schiantarsi al suolo come Icaro// E continuarono a volare e volare […] e poi un bel giorno un Terzo Mondo si vendicò e prese d’assalto gli immensi aeroplani e li scagliò dritti nel cuore pulsante dell’America-Grattacielo dove non c’erano uccelliere né Parlamenti di colombe e in un lampo accecante l’America divenne parte della terra bruciata del mondo”; “E tutti gli uccelli cantavano a una sola voce/ la voce di chi non ha voce/ la voce degli invisibili del mondo/ la voce dei diseredati del mondo/ i popoli contadini della terra/ che ora si stanno tutti sollevando// E tu da che parte stai/ cantavano gli uccelli/ Oh da che parte stai/ Oh da che parte stai/ nella Terza Guerra Mondiale/ la Guerra contro il Terzo Mondo?“. In questa direzione l’editore delle edizioni Sur, Marco Cassini, esemplifica al meglio il cuore del pamphlet poetico: “Nell’alternanza di urla e risate di tanto in tanto s’intromette uno scoppio (termine usato in omaggio a BLAST, la rivista pubblicata negli anni Dieci del Novecento da Wyndham Lewis ed Ezra Pound)”. Nel testo “Ma chi sono i barbari?” la voce della controcultura americana indaga l’alienazione dell’uomo contemporaneo. Quest’ultima incarna la barbarie che l’Uomo avrebbe già dovuto sconfiggere da tempo. Il bardo di San Francisco si è opposto all’apartheid, denunciando la segregazione razziale e, provando pietà per gli americani, ha composto (alla maniera di Khalil Gibrain) un testo che nella chiusa riprende i versi della nota canzone patriottica My Country, ‘Tis of Thee (“Mio paese, piangi già/ Dolce terra della libertà“). Ferlinghetti sembra suggerire che non sarà la tecnologia ad illuminare e a salvare il mondo, bensì adempiranno a tale responsabilità l’arte e la poesia. Risiede qui la chiave di lettura per la poetica attivista dell’Ultimo dei Bohémien. Inoltre, non tutti i volatili che Lawrence cita sono animali, aeroplani o droni: spesso si tratta di persone alienate in una gabbia virtuale dove “non c’è più alcun bisogno di conversare“, persone che usano i Social Network, in particolare Twitter (il cui logo è appunto un uccello). Il poeta centenario è noto anche per merito della sua forte passione ecologista e si è perciò definito attraverso un neologismo, ecològo (che coniuga i termini “ecologia” e “egloga“), coniato nel 1973 da Ginsberg in La caduta dell’America. Attualmente sta lasciando discutere molto di sé la giovanissima attivista svedese Greta Thunberg, la quale probabilmente verrà proposta come candidata al Premio Nobel per la Pace. Attesissimo anche il suo libro, “La nostra casa è in fiamme” che verrà pubblicato a maggio da Mondadori. Anche la ragazza come il poeta si batte per il clima che sta sempre più degenerando in malo modo e, forse, il segreto per adempiere a quel “rinascimento dello stupore” tanto sperato da Lawrence è custodito, oltre che nell’arte e nella parola, anche nella giovinezza, quindi in tutti quei giovani che ancora sognano e ancora lottano per un mondo migliore. E se è vero che “i tramonti sono ancora tramonti/ anche se sono soltanto/ tramonti monocolori/ […] con l’inquinamento che come il colesterolo cattivo/ intasa le arterie dell’universo” allora è vero anche che Ferlinghetti, nonostante il secolo che gli grava sulle spalle, è molto giovane dentro quando afferma: “In un sogno dentro un sogno ho sognato un sogno/ di lotta quotidiana per l’esistenza“. La sua giovinezza è sempre stata magnetica, e ne parla ai lettori di Scoppi urla risate anche Marco Cassini, nella sua nota: “presso il Bixby Canyon, nel cuore di una riserva naturale, il poeta ha un piccolo bungalow senza luce e senza corrente, dove Jack Kerouac si rifugiò dopo lo sconquassante successo di On the Road e scrisse il suo romanzo di ambientazione californiana. Quel giorno Ferlinghetti, mi raccontò di come, e perché, Kerouac durante quel periodo non riuscì mai a incontrarsi con Henry Miller (altro assiduo frequentatore di Big Sur); […] e snocciolò una serie di storie che ascoltavo tra il rapito e l’incredulo: dalla sua partecipazione allo sbarco in Normandia al momento in cui, mettendo piede a Nagasaki venti giorni dopo la bomba e vedendone di persona gli effetti devastanti, divenne <<istantaneamente>> un convinto pacifista. Poi passò agli aneddoti di cui probabilmente sapeva che la mia immaginazione era più ghiotta, quelli letterari: dal processo per oscenità che dovette subire per aver pubblicato Howl di Allen Ginsberg allo stato rovinoso in cui trovò l’appartamento in cui era ospite Charles Bukowski il giorno del suo reading alla libreria City Lights“.

 

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 
A SUD DEL CONFINE
 
I gringos e le gringas sulle sedie a sdraio
ingollano margaritas
e ascoltano i mariachi
e il ritmo dei guitarrones
E non sentono mai mai
i tamburi lontani dei diseredati
con le promesse fatte in piazza
e tradite nelle campagne
 
 
 
 
 
 
CON BECKETT
 
Ho sognato di vedere Samuel Beckett stanotte
che attraversava il giardinetto
dietro la scura carcassa cupa
della cattedrale di Notre-Dame
dove le foglie dei marronniers
fremevano sotto la pioggia
Indossava un consunto cappotto di tweed
con il collo tirato su
E ho immaginato che fosse appena uscito
dal Théâtre de la Poche
dove avevano appena messo in scena in francese
la millesima replica di Aspettando Godot
E si è seduto su una panchina bagnata
e fingeva di piangere mentre rideva
e fingeva di ridere mentre piangeva
 
E io ero seduto lì con lui
sotto i castagni
mon semblable mon frère!
 
 
 
 

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