Silvia è un anagramma – Franco Buffoni


Silvia è un anagramma, Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2020).

 

“Per un artista il fatto di essere omosessuale costituisce un modo unico e fondamentale di guardare al mondo, ai rapporti di relazione e naturalmente a sé stesso” (pag.288). Aggiungeremmo: soprattutto se si parla di poesia. Partiamo da questa citazione per cercare di inquadrare questo nuovo lavoro di Franco Buffoni, lavoro che ha già attirato molta attenzione, sollevato critiche e contestazioni, levate di scudo – verrebbe da dire – a difesa della “onorabilità” (termine quanto mai inappropriato in questo contesto) o della tutela della “privatezza” delle vite di cui nel libro si tratta, soprattutto (ma non solo) di Leopardi, Pascoli e Montale. I tre protagonisti figurano sulla copertina con la nota sottostante “Per una giustizia biografica” su bandiera arcobaleno e, poco più sotto, “NO OMOFOBIA” a doveroso memento: copertina che è in sé manifesto. Il libro è al tempo stesso un saggio di critica e di storia della letteratura affrontata con una prospettiva nuova (considerando come di vitale importanza il cosiddetto fattore “O” – pag.9) e uno scritto militante che affronta la questione, ancora oggi non completamente risolta, della difesa dei diritti della persona, a partire da quelli relativi all’orientamento sessuale, alla consapevolezza di genere, alla libertà di espressione, alla possibilità di vivere la vita che più naturalmente appartiene a ciascuno. Buffoni ci ricorda giustamente che risale al 17 Maggio 1990 la delibera dell’OMS che definisce l’omosessualità “una variante naturale della sessualità umana” (pag.10), ponendo fine sia alla concezione della omosessualità come reato perseguibile penalmente sia come “malattia” che dovesse essere curata e ospedalizzata. Eppure a più di 30 anni da quella data assistiamo, anche nel nostro civilissimo paese occidentale, a atti conclamati di omofobia che sfociano nella violenza, sopravvive ancora un linguaggio offensivo verso l’omosessualità, lo “stigma sociale” non è ancora stato rimosso a tutti i livelli della società; perfino nel mondo dotto della cultura universitaria e degli intellettuali, anche di sinistra, che dovrebbe essere scevro da pregiudizi anacronistici, ipotizzare l’omosessualità di “mostri sacri” della letteratura pare essere lesivo delle loro persone, irriverente, inopportuno (si veda il caso della “Uranian Muse” riferita a Eliot di cui si parla a pag. 254-255 dove Buffoni dà evidenza delle “contorsioni” critiche che ancora sopravvivono in certa accademia).

È un libro molto coraggioso quello di Franco Buffoni, il quale non ci ha mai fatto dubitare nemmeno in passato del suo spirito battagliero a difesa di una nuova consapevolezza etica che vada a rimuovere in via definitiva tutta una serie di pregiudizi e di retaggi anti-storici e mistificanti. Buffoni decide consapevolmente di contrastare, a livello critico, “il neutro accademico eterosessuale” (pag.12), cioè la linea ancora dominante nella critica italiana (e non solo) di relegare il fattore “O” a argomento da trascurare, derubricare o addirittura non considerare per una pruderie che nasconde in verità un’avversione a affrontare e prendere di petto la questione o, anche solo semplicemente, a assumere il fattore “O” come ipotesi possibile per una interpretazione nuova. Tuttavia, e concordiamo con Buffoni, il tema è effettivamente di primaria importanza, decisivo: permette di comprendere in modo davvero compiuto la scrittura degli autori e dare un quadro critico obiettivo, responsabile, aderente ai fatti. Come giustamente Buffoni ci ricorda, considerando soprattutto i periodi storici in cui l’omosessualità era considerata atto disdicevole, reato o malattia psichica (in ogni caso un comportamento soggetto a “stigma sociale”), è naturale ritenere che il poeta e scrittore omosessuale potesse essere indotto (salvo eccezioni molto coraggiose) a nascondere o non ammettere la propria omosessualità per non incorrere in conseguenze gravi, mettere in pericolo la propria incolumità fisica, mentale, sociale nel senso lato del termine. Quindi il lavoro del critico consiste anche nel sapere interpretare gli scritti (soprattutto quelli privati: vedi le lettere, i diari, gli appunti personali, insomma gli scritti dove l’autore poteva essere più libero di esprimersi, non essendo di pubblico dominio) alla ricerca di quegli indizi, di quei riscontri, che permettano invece di ritenere il fattore “O” plausibile o, per lo meno, ipotizzabile, a seconda dei casi. Silvia è un anagramma, dunque, perché riferendosi al caso specifico di Leopardi (replicabile in verità anche per gli altri), Buffoni cerca di decifrare – in modo convincente a nostro avviso, circostanziandolo con documenti e fatti difficilmente oppugnabili se non travisandoli – una serie di elementi relativi alle vite degli autori qui indagati, sbrogliando tutta una serie di “messaggi in codice”, spesso “crittografati” ad arte, manomessi o rimossi, per estrarre materiale capace di offrire una comprensione nuova degli autori stessi. Buffoni fa tutto questo con la massima onestà intellettuale e con metodologia scientifica, senza farsi condizionare da nessun preconcetto o tentazione ideologica (chi pensa il contrario sbaglia): i riferimenti ai testi, ai dati biografici, alle fonti sono sempre precisi, motivati.

Foto di Dino Ignani

L’immagine di Leopardi, di Pascoli, di Montale, che il lettore poteva essersi costruito a partire dalla formazione scolastica o riferendosi alla critica imperante risulterà profondamente messa in discussione dopo la lettura di questo libro, capace di generare nuove prospettive, chiavi interpretative che in molti casi appaiono più solide di quelle “istituzionali”: ad esempio rileggere “Il gelsomino notturno”, così ricco di riferimenti erotici, non solo alla luce di una generica esclusione dell’autore dalla vita coniugale, affettiva, sessuale, ma dovuta a un’auto-esclusione “forzata” imputabile al fattore “O” ci induce a acquisire uno sguardo nuovo, a capire in modo ancora più dirompente il dramma esistenziale di una vita così misteriosa e introversa come quella di Pascoli, sulla quale non sono mai mancate illazioni, anche in passato, sulla sua “ambiguità sessuale” per lo più dirette verso ipotesi sull’attrazione morbosa (o incestuosa?) verso una o entrambe le sorelle. Quanto cambia tutto questo se, più semplicemente, fosse stata un’omosessualità repressa o malcelata a generare questi “segnali” nella scrittura di Pascoli? E perché Montale a più riprese si dimostra così reticente, perfino equivoco, in merito alla dedica a K. in “Ripenso il tuo sorriso…”? Se è dato ormai acquisito che, spesso, la più agguerrita omofobia è indice di un’omosessualità repressa, dell’incapacità di ammetterla a sé stessi in un processo di rimozione profonda, di autonegazione, come leggere gli ostracismi e i sabotaggi di Montale verso Penna (fino all’offesa nel neologismo “pennerasti”), Rebora, Pasolini, se non anche in questa direzione, ammettendo questa possibilità? Testimonianze non ne mancano, compresa quella di Aldo Busi in “Seminario sulla gioventù”, in cui si raccontano le passeggiate di Barbino con l’anziano Montale, che Buffoni correttamente ci ricorda e evidenzia (pagg. 208-211). E per Pavese perché non pensare a una possibile omosessualità come causa della sua incapacità di vivere l’amore, di essere “adeguato” alla propria vita? “Ma non ci sono evidenze” ribatte Milo de Angelis all’amico Buffoni in un dialogo privato riportato a pag.276: vero, ma dovrebbero essercene di esplicite? – ci fa notare giustamente Buffoni – ce ne sono di altrettanto attendibili della sua eterossessualità? Ecco: in questa inversione dell’onere della prova sta il cuore del nuovo procedimento critico che Buffoni ci invita a intraprendere ed è difficile non concordare con lui in tale approccio. Lucidità e consapevolezza critica si uniscono così a una presa di posizione etica, di rivendicazione del bisogno di verità storica.

Ritornando ai tre principali protagonisti del libro, se Buffoni, indubitabilmente, di Leopardi ci offre il quadro di un giovane costretto a abbandonare la sua casa per vivere in maggiore libertà, nella città, il suo orientamento sessuale, capace di innamorarsi di un Ranieri opportunista che si serve di lui, fino a manipolarne la vita e gli scritti, per denaro e per fama personale, e quindi la sua immagine è di un giovane sfruttato, vittima dei propri sentimenti e della propria sensibilità, ma fondamentalmente onesto intellettualmente (che “maschera”, “scherma” il suo amore nel ciclo di Aspasia ma non lo nega), il quadro diventa più inquietante per Pascoli e Montale, personalità conflittuali e contraddittorie, a tratti manipolatrici di sé e degli altri: questo non va comunque a inficiarne l’indiscusso valore letterario (“Montale nonostante” a pag.220 e “Pascoli un grande” a pag.174), la capacità di innovare e trasformare la poesia italiana che a loro si deve. Ma – ci dice Buffoni – occorre anche parlare del resto, per capire meglio, più a fondo. Se non ora, quando?

Il lavoro condotto da Buffoni è serio, onesto; il libro scritto in modo avvincente, capace di tenere alta l’attenzione e la curiosità del lettore, anche quando si trattano temi più tecnici (come l’evoluzione delle legislazioni in materia di omosessualità o l’evoluzione della concezione di omosessualità nella società) sa mantenere un ritmo incalzante, senza cedimenti. È quindi un saggio leggibile da parte di chiunque, capace di fare cultura senza scadere però nell’ovvietà o nelle semplificazioni indebite. Buffoni si dimostra padrone della materia, sempre puntuale, con un’invidiabile capacità di sintesi (in “Le pastoie del ritmo”, ad esempio, a pagg.157-160 si condensa in sole quattro pagine, in modo magistrale – impresa che riuscirebbe a pochi – l’analisi delle evoluzioni delle forme poetiche fra Ottocento e Novecento).

Nell’ultima parte del libro, “Colpi di coda”, sono soprattutto gli affetti personali, degli amici più cari, che insieme a Buffoni hanno percorso il cammino della lotta per la difesa dei diritti omosessuali (come Mario Mieli ai tempi del FUORI), a dominare la scena: con il loro esempio Buffoni ci ricorda quanto ancora sia lontana una società auspicabile in cui non esista più la percezione di “differenze” legate all’orientamento sessuale e di genere, una società in cui un ragazzo possa innamorarsi del proprio compagno di banco – ci dice Buffoni – senza che questo sia avvertito come insolito, ma sia semplicemente la “normalità” (la fase 4, la chiama Buffoni a pag. 120 – mentre assistiamo ancora ai colpi di coda della fase 1: la criminalizzazione o la colpevolizzazione, pag.318-322). E questo nuovo lavoro di Buffoni ci insegna soprattutto a operare e a batterci per questo traguardo, per questa nuova società – tutti, nessuno escluso -, a prendere tutto il coraggio che serve per renderli una realtà. In Italia, nel resto del mondo. Ci vuole, questo coraggio. E Buffoni dimostra di averne. E molto.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
Per placare Monaldo
 
Occorre fingere per placare Monaldo
abbozzare
smettere di accusare il vecchio tonto
di clericale codinaggio,
piuttosto concentrarsi sullo Stato di Milano
sulla cultura libertina
di Settala e Cardano
tra scienza e medicina… O meglio
su ciò che è stato lo Stato Milano…
Perché dal catechista amico del Giusti
v’è ormai ben poco da aspettarsi,
palese è il voltafaccia,
col ritorno dei viennesi s’è dato
alla distribuzione del viatico agli infermi
e agli inni sacri.
 
 
 
 
 
 
Per Eugenio Montale
 
Aveva il sorriso di K.
l’amico di Gianni Testori,
proprio per ciò ne scansasti
la mano. Guardando fuori.
 
 
 
 
 
 
Montale sul Titano
 
Fu Scelba ministro degli Interni
a bloccare nell’autunno del cinquanta
ogni accesso stradale a San Marino.
Avevano aperto una casa da gioco coi croupier
italiani, e l’Italia non poteva tollerarlo
a dieci minuti da Rimini.
Con parte dei denari introitati
le autorità del piccolo stato
indissero anche un premio di poesia,
un milione di lire al vincitore
che risultò il Montale cinquantenne
della prima draft della Bufera.
Delle tre copie del dattiloscritto
oggi ne resta una in Sala Falqui
alla Nazionale
una carta carbone che leggo in anastatica,
perché Montale con tutta la giuria
il pomeriggio della premiazione
venne bloccato dalla polizia ai piedi del Titano.
Ma Eusebio non si diede per vinto
e a piedi attraverso i boschi risalì
il fianco scosceso del monte
giungendo inzaccherato all’agognato finisterre
del milione con la giacca strappata,
per quella che rimase la prima
ed anche l’ultima edizione
del Premio di Poesia di San Marino.
 
 
 
 
 
 
Rewind
 
Roberto io vorrei
non essere lì per cena
da tua moglie e da te.
E in sala poter non entrare
se no tua madre ti sgrida.
Ma solo nella stanza
coi chiodi alle pareti
il coltello l’inter le cartine.
Se stai in porta
domani
li freghiamo.
 
 
 
 

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