POESIA A CONFRONTO – La figura della madre

 
 

POESIA A CONFRONTO – La figura della madre
UNGARETTI, QUASIMODO, MONTALE

 
 

Dedicare una poesia alla madre è uno dei temi più presenti nella letteratura di tutte le epoche. Consideriamo in questo caso come il tema è stato sviluppato da tre tra i maggiori maestri della letteratura del ‘900. Sono testi tra i più antologizzati e quindi, quasi certamente, ben noti al lettore.

In Ungaretti il tema viene affrontato con una compostezza classica, sottolineata dal ricorso al metro della tradizione (endecasillabi e settenari), dalla rigida selezione del lessico secondo un’impostazione purista, dall’ammiccamento alla forma chiusa del sonetto, pur con violazioni. Ne esce un’immagine quasi scultorea, michelangiolesca verrebbe da dire, della madre come tramite fra il figlio e Dio per ottenergli il perdono, nella prospettiva di quel ricongiungimento auspicato nella fede di una vita ultraterrena.

La poesia di Quasimodo si caratterizza per il tono colloquiale, dimesso, molto distante dal Quasimodo ermetico dei primi anni, di cui tuttavia restano tracce in certi elementi del paesaggio siciliano qui ripresi senza però allusività simbolica, ma con una particolare concretezza quasi espressionistica. Siamo di fronte alla confessione di un figlio alla madre vecchia e lontana, che il figlio sospetta di non rivedere mai più: di qui l’invocazione di clemenza alla morte, in un’auspicata interruzione del tempo su quell’orologio, testimone di tutta un’infanzia vissuta insieme. Ne deriva una poesia degli affetti in cui l’artificio tecnico è ridotto al minimo a favore dell’autenticità della dizione.

Nella visione tutta laica di Montale la scomparsa della madre, rievocata con un registro decisamente aulico, ricco di citazioni classiche e mitologiche, diventa terreno per ribadire la sfiducia in qualunque orizzonte metafisico (tanto più compromesso negli anni della scrittura de “La Bufera”, durante la seconda guerra mondiale).  Il metro, come in Ungaretti, è classico, ma il ritmo più frammentato, reso tragico dai frequenti enjambement. La morte qui è un “esilio” irrimediabile, la vita non è altra se non se stessa. Il ricongiungimento oltre la morte è reputato impossibile, tutt’al più una domanda che resta irrisolta, inevasa “all’ombra delle croci”, in un mondo che è solo lotta furiosa dei vivi, rovina, sterminio.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
GIUSEPPE UNGARETTI – LA MADRE
(Da Sentimento del tempo – 1933)
 
E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
 
In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
 
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
 
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
 
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
 
 
 
 
 
 
SALVATORE QUASIMODO – LETTERA ALLA MADRE
(Da La vita non è sogno – 1949)
 
«Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater.»
 
 
 
 
 
 
EUGENIO MONTALE – A MIA MADRE
(Da La Bufera e altro – 1956)
 
Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce dal sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
 
chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto di una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’esilio
folto d’anime e voci in cui tu vivi.
 
E la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.
 
 
 
 

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