Giulia Martini

 
 

Michele Paoletti intervista Giulia Martini

 
 

Giulia Martini (Pistoia, 1993) vive a Firenze, dove si è laureata in Letteratura italiana contemporanea con una tesi su Patrizia Cavalli. Ha pubblicato Manuale d’Istruzioni (Albatros, 2015)e Coppie Minime (Interno Poesia, 2018). Sue poesie sono state ospitate sulle riviste «Poesia» e «Gradiva» e sulle antologie Secolo donna 2017: Almanacco di poesia italiana al femminile (Macabor, 2017) e Un verde più nuovo dell’erba. Poetesse “Millennial” degli anni ‘90 (LietoColle, 2018). Ha curato l’antologia Poeti Italiani nati negli anni ’80 e ’90 (Interno Poesia, 2019).

 
 

Come nascono le tue poesie?

Difficile individuare un ‘sistema di nascita’ che valga per tutte. In generale, mi sembra che molte siano il risultato di un conflitto linguistico, (che riguarda la dicibilità, l’espressione), rispetto a un problema biografico, (che spesso ha a che fare con la mancanza, la non-coordinazione delle cose).

 

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Ho alcune ‘stelle fisse’ e sono gli autori delle origini; ma non è detto che i loro influssi agiscano sempre direttamente. Capita spesso, anzi, che a generare il cortocircuito formale di un testo sia un autore a me contemporaneo; per esempio, la poesia che c’è sulla quarta di copertina di Coppie minime («La traccia del poema / modulata su un suono / mi sembra la tua faccia. // Appare la facciata / del Duomo in piazza Duomo / come un grande problema») è una risposta a un distico di Francesco Vasarri, nato nel 1987: «Domandarsi, così, a tempo perso, che cosa tu faccia. / Dentro gli occhi il ricordo scaleno della tua faccia». La questione è semmai la mobilità dei nostri “punti di riferimento”: il fatto che ci sia questo continuo passaggio di testimone non toglie autorevolezza a nessuno, un grande maestro può esserlo (esaurendo il suo compito) anche per un solo pomeriggio.

 

Recentemente hai curato l’antologia Poeti Italiani nati negli anni ’80 e ’90 (Interno Poesia, 2019). Vuoi parlarci di come è nato questo progetto?

Il progetto è nato in un contesto vivo e fiorentino – come del resto dimostra anche il fatto che ben quattro dei dodici autori antologizzati (cioè un terzo) abitino a Firenze: ci ritrovavamo spesso per leggerci le nostre cose, ci facevamo da pubblico, discutevamo sulle varianti. Questo ha determinato anche (soprattutto) il senso profondo di tutta l’operazione, basata ideologicamente sui valori della reciprocità dialogante e dell’ascolto, e che è importante si mantenga intatto e continui a caratterizzare anche i volumi che seguiranno.

 

Collegandomi alla domanda precedente, che idea ti sei fatta dei poeti della tua generazione e di quella appena precedente?

Più che “farmi un’idea”, ho ravvisato alcune istanze che mi sembrano orizzontalmente condivise. Come ho detto nella prefazione e altrove, la più importante di queste istanze riguarda la propensione: la volontà desiderante di andarsi a prendere certe cose (come l’identità o una posizione da cui parlare), che mi sembra tanto più curiosa in una generazione che è stata la prima in cui le cose hanno cominciato a venire da sole.

 

Cosa pensi della diffusione della poesia nei social?

Che è un bene (questo non significa che tutto quello che passa nei social sotto l’etichetta di poesia lo sia effettivamente, tutt’altro – ma di per sé ci vedo solo una propulsione, un’occasione per ‘appassionarsi’).

 

Parliamo adesso di Coppie minime (Interno Poesia, 2018), appena giunto alla terza ristampa. Vuoi raccontarci il percorso di scrittura del libro?

Lunghissimo, durato quattro anni. La fatica più grande è stata quella della struttura, della disposizione dei novantacinque testi nelle quattro sezioni e nella costruzione di un rapporto delle sezioni tra di loro. Alla fine, sono giunta a un risultato che è anche un risultato matematico: non so quanto ne passi, durante la lettura – ma di sicuro adesso non si potrebbe spostare niente senza fare un ‘danno’ a tutto l’impianto (ed è solo a questo punto di consapevolezza che ho pubblicato).

 

A proposito delle tue poesie Maria Grazia Calandrone scriveva sulla rivista «Poesia»: «le parole vengono scelte dal sacro silenzio delle possibilità, nel quale, insieme alle parole, risiedono anche “le scelte possibili”. Dunque quello che circonda le parole è lo stesso silenzio esistenziale che precede l’azione, è il silenzio nel quale si scelgono anche  forme e funzioni della nostra vita. Tirare fuori una parola da quel silenzio ha lo stesso valore di un’azione». Scrivere una poesia, quella poesia, rappresenta quindi una scelta, ma, in un certo senso racchiude anche tutto ciò che è stato scartato, lasciato nel silenzio. Sei d’accordo?

Molto d’accordo. Piero Bigongiari ha parlato molto del rapporto tra l’esito poetico e il silenzio che lo precede. Dietro ogni acquisto linguistico c’è una prudenza prelinguistica, in cui ogni senso è possibile: quello che è veramente imprudente è la poesia, che mette in relazione il segno del mondo al simbolo della parola. Una parola capace di rompere, con una flagranza improvvisa, quello che Bigongiari chiamava il mutismo dell’universo. E questa parola, in ultima istanza, è necessariamente la più improbabile di tutte perché contiene in sé tutte le possibilità impensabili e irrealizzate. Nasce anche da qui la mia scelta di lavorare sulle coppie minime, che linguisticamente parlando sono il luogo in cui il linguaggio comincia a esistere.

 

In una recente intervista racconti: “[…] le poesie [contenute in Coppie Minime] sono 95. Sono 95 a coppie di due, perché i testi si rimandano tra loro a distanza. Però, se sono a coppie di due, il numero totale dovrebbe essere pari. Quindi una rimane fuori. Fai 47+1+47.” C’è quindi una precisa costruzione matematica, direi addirittura ingegneristica, all’interno del libro. É così?

Certo che è così.

 
 
 
 
Deserto come sfondo del tuo desktop
che popoli d’icone e di risorse –
risorgo proprio lì, da qualche pixel
sgranato per stanchezza in un miraggio
 
a seminarti altezze fra le app
e apparire grano e pastorizia
libera pascolare senza password
le dune dell’ambiente operativo.
 
Non è delirio che t’appanna gli occhi
l’ottava processione in pdf,
effetto ottico di certo guasto;
 
ma orde turco-tartare per l’hardware
avvicinarsi fino alla tastiera –
dove mi batti sullo stesso tasto.
 
 
 
 
 
 
Da quale astro alla mia stalla?
 
Il maniscalco che sta là
manipola la verità che calcolo
nell’ora che svetta questa canicola.
 
Sul digesto di quello che non so
scrive in calce dal comò una civetta
quello che ora preferisci, il gesto
che mi dilegua lì dove sparisci.
 
Quaranta volte il gallo ti rinnega
alla carrucola nel pozzo che non ha
attinto il volto, al carro in tregua all’aratro
finto, che nella terra scava
 
in rivoli la verità che viene a galla.
 
 
 
 
 
 
Le Ferrovie dello Stato dividono
l’ortofrutta dai nostri fragmenta.
 
Avanzo lenta rivolta all’indietro,
un occhio al finestrino e l’altro intento
al confortevole ambiente Smart. È martedì.
 
Anche così, è stato quel che è stato –
ma preferisco la semina alla cedua
cosa volgare che di nome ha nome.
 
Vado a riscriverti tra qualche
mese, da qualche casamento.
 
Amore, niente più si oppone
a che arrivi mezzogiorno.
 
 
 
 
Le poesie sono tratte dalla raccolta Coppie Minime (Interno Poesia, 2018).
 
 
 
 

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