Fadía/Fatica – Variazioni

Bozza automatica 1811
 
 

Come consuetudine lunedì scorso abbiamo proposto sul Gruppo Facebook di Laboratori Poesia l’esercizio relativo a un testo tratto dal libro in presentazione oggi a Una Scontrosa Grazia. Il libro in questione è Fadía/Fatica di Silvio Ornella (Samuele Editore 2019). Di seguito il testo di Ornella e lavori svolti.

 
 
 
 
Fadía
 
Un trapano al sgnaurèa
al ters plan da l’ospedal.
“Ghi manciava doma il trapano…”
Ti s-ciassis il ciàf
cui vui di un azúr di possa ingelada:
“A saràn davòur ch’a sèin un bras
o ‘na giamba”.
I vorès iodi in musa il miedi
ch’a ti à dat la pastiliuta rosa
ché ch’a ti à ridusút
coma un grignèl clop
dopo la tampiesta.
A savarièa la memoria
e ti tornis fantassuta
cui ris di oru e di ran
la cotuluta lungia
i piè tíners tai sòcui.
Ti sos montada parsora
il rai di lenc da la roda
ti às slungiàt i deiç
a sgarbelí i raps in sima al ciàr
par ch’a no colin.
E la roda si mòuf
e ti mosena il piè.
I ti plans e to pari ti crida
ti peta tal ciaf cul ciapièl
dur di cragna.
Al «Jentrade des degjiencis»
il bust di padre Pio vorelòn
il radar di diu
cui lumíns.
«Jessude des degjiencis»
cun suspír.
Incuntra ai ciamps di blava
esercit vert
cui fusíi di farina
la pluma tal ciapièl.
 
 

Fatica
Un trapano miagola/ al terzo piano dell’ospedale./ “Ci mancava solo il trapano…”/ Scuoti la testa/ con occhi di un azzurro di pozzanghera gelata/ “Staranno segando un braccio/ o una gamba”./ Vorrei vedere in faccia il medico/ che ti ha dato la pastiglietta rosa/ quella che ti ha ridotto/ come un acino marcio/ dopo la grandine.// Delira la memoria/ e ritorni ragazzina/ coi ricci d’oro e di rame/ la gonnellina lunga/ i piedi teneri negli zoccoli./ Sei salita sopra/ il raggio di legno della ruota/ hai allungato le dita/ a ravviare i grappoli in cima al carro/ perché non cadano./ E la ruota si muove/ e ti macina il piede./ Piangi e tuo padre ti sgrida/ ti picchia sulla testa col cappello/ duro di sporcizia.// All’«Jentrade des degjiencis»/ il busto di padre Pio con le orecchie a sventola/ radar di dio/ coi lumini.// «Jessude des degjiencis»/ con un sospiro./ Incontro ai campi di granoturco/ esercito verde/ coi fucili di farina/ la piuma sul cappello.

 
 
 
 

VARIAZIONI

 
 

Francesco Sassetto

 
 
I murèri ancùo in ospeàl nel reparto
de quei che no camìna, un trapano
fa tremàr i muri, i méte i balcòni novi,
i dotòri core, i carèi co le medissìne.
Tuto che va come ga da ’ndàr.
 
Solo par ti el tempo se ga fermà, inciodà
a quèa volta che ti xe sbrissàda
su la ròda del caréto par ciapàr, putèa
picenìna, quel graspo de ùa in alto.
 
La ròda xe giràda, te ga desfà el pìe.
 
Dopo xe stà solo ospeàl, vardàr fora
del balcòn, spetàr l’ora che la gente
te vien a saludàr, destiràda in leto
nel reparto che ga davanti la porta
el busto de padre Pio soridente.
 
Ogni note te torna in mente quèa
ròda, quel sìgo sensa vose, 
ogni giorno sola
ti co la to crose.
 
 
Traduzione dal dialetto veneziano: “I muratori oggi in ospedale / nel reparto di quelli che non possono camminare, un trapano / fa tremare le pareti, mettono le finestre nuove, / i medici corrono, i carrelli con i farmaci. / Tutto procede come deve. // Solo per te il tempo si è fermato, inchiodato / a quella volta in cui sei scivolata / sulla ruota del carretto per afferrare, bambina / piccola, quel grappolo d’uva in alto. // La ruota è girata, ti ha distrutto il piede. // Poi è stato solo ospedale, guardare / dalla finestra, attendere l’ora delle visite, stesa nel letto / nel reparto che ha sulla porta / il busto di padre Pio sorridente. // Ogni notte ti ricordi di quella / ruota, di quel grido senza voce, / ogni giorno sola / tu e la tua croce.”

 
 
 
 
 
 
E ti vengo a trovare ogni giorno, bambina mia,
ti porto qualcosa, una carezza un sorriso a illuminare
un poco il tempo opaco della corsia d’ospedale.
 
Ti leggo nel pensiero quel ricordo sordo,
quell’uva troppo alta, il tuo grido,
la ruota, il tuo piedino a pezzi.
 
E io che urlavo come un pazzo.
 
Lo vedo, amore, nei tuoi occhi stanchi, ogni notte
ritorna a soprassalto quel grappolo accecante
e gocce di lacrime e sudore ti rigano il viso
e non sai perché questo destino
 
e io non so con quale nome – se un nome esiste –
chiamare il tuo dolore.

 
 
 
 
 
 

Loretta Tartufoli

 
 
Terzo piano, reparto ortopedia, 
sala operatoria in gran fermento, 
forse segano un braccio, una 
gamba – o un piede -. Torna nitida, 
immagine remota, in mezzo alla 
vigna, un piede di bimba colto a 
tradimento sotto una ruota.
 
 
 
 
 
 
Un istante, un tonfo – dolore
buio – Suonano le sirene, luci
inquietanti del pronto soccorso,
diagnosi della mano benigna, si 
fa infausta – frattura mal saldata -. Il
pianoforte – triste – attende invano di
tornare a suonare.
 
 
 
 
 
 
Il busto di padre Pio accoglie
all’ingresso. Attorno corone fiori e 
lumini. Dentro, i reparti – catena di 
montaggio di sofferenza arginata -. 
Al numero d’ogni letto corrisponde 
un ricordo, un arto macinato, un 
tumore estirpato. Tutti si attende di 
arrivare all’uscita dei degenti e 
di andare incontro ai campi di 
granturco, liberati da un sospiro.
 
 
 
 
 
 

Vernalda Di Tanna

 
 
Dopo la grandine un trapano miagola 
tutta la fatica a ogni piano d’ospedale
scuoti la testa, non ti vuoi fermare
ti volti, torni ragazzina: hai per occhi
pozzanghere d’azzurro in cui mi perdo, 
lunga porti la gonnella. Ravvii i tuoi riccioli 
d’uva e rame. Hai teneri i calli a calzare 
zoccoli e sei farina in questa terra 
su cui gira la ruota della vita. Delira
la memoria. Tuo padre che ti sgrida
ti picchia col cappello duro di sporco
incontro ai campi di granturco – 
esercito verde coi fucili di piuma –
e tu acino marcio ridotto all’attesa 
resisti al terzo piano.
«Jentrade des degjiencis»
 
 
 
 
 
 
Dopo la grandine un trapano miagola 
tutta la fatica a ogni piano d’ospedale. 
Scuoti la testa, non ti vuoi fermare. Ora
ti volti, torni ragazzina: hai per occhi
pozzanghere d’azzurro, mille sbocchi. Sei
verticale. Ti vestono la gonnella ed i riccioli 
d’uva e rame. Hai teneri i calli a calzare 
zoccoli e sei farina in questa terra 
su cui la ruota della vita gira e delira
la memoria. Tuo padre che ti sgrida
ti picchia col cappello duro di sporcizia
incontro ai campi di granturco – esercito 
verde, fucili in piuma. Un colpo –
ed il piedino è rotto. Tu acino marcio 
ridotto all’attesa insofferente che ancora 
resisti, giunto al terzo piano, cantami un rumore
santo che fa bestemmiare dopo la grandine
«Jentrade des degjiencis».
 
 
 
 
 
 
Miagola un trapano la fatica
tutta d’ospedale. «Jentrade des 
degjiencis». Ti volti in un tempo
tu ragazzina hai in un gesto pupille
in pozzanghere d’azzurro brille. Ti 
vestono la gonnella ed i riccioli d’uva 
e rame. Hai teneri i calli a calzare 
zoccoli. Tu verticale sei farina di terra 
su cui la ruota della vita gira, e delira
la memoria di tuo padre che ti sgrida, 
ti picchia col cappello duro di sporcizia
incontro ai campi fra fucili di piuma e
smeraldi di granturco e calcoli di rosario: 
un colpo – ti invoco a cantami un dolce 
rumore santo che fa bestemmiare 
dopo la grandine. Il dolore del piede
rotto.
 
 
 
 
 
 
Una piuma è attendere la guarigione,
udire il tuo dolore, miagolio di pioggia
dopo la grandine – i lumini ed i santini
stretti fra le dita. Pozzanghere di sudore:
delirio è la memoria. Un padre, un piede
rotto e una dura ruota sporca di punizioni.
 
 
 
 
 
 

Monica Messa

 
 
Terzo piano d’ospedale, 
odore di formalina.
Un trapano miagola 
e tu piccolo acino marcio
dopo la grandine,
scuoti la testa. 
 
Sul soffitto sciami di pensieri 
e ritorni ragazzina, 
il piede rotondo macinato 
dalla ruota del carro.
Piangi e tuo padre ti sgrida 
ti picchia sulla testa d’oro e di rame
col suo cappello duro di sporcizia. 
 
Terzo piano d’ospedale 
ormai colmo è il dolore.
Hai portato nella borsa,
i tuoi campi di granoturco 
e qualche spicciolo di luna. 
Quante volte te li ho visti sbirciare 
e con un sospiro 
 
 
 
 
 
 
All’«Entrata dei degenti»
il busto di Padre Pio
con le rose e i suoi lumini.
 
Un trapano miagola
scuoti la testa
senza più i riccioli d’oro e di rame.
Prendi la pastiglietta
e con gli occhi segui
uno sciame di pensieri.
Torni ragazzina
il piedino macinato dalla ruota
del carro nella vigna.
Piangi e tuo padre 
ti picchia sulla testa col cappello
duro di sporcizia.
 
All’«Uscita dei degenti»
ti avvii con un sospiro.
Vai incontro ai tuoi campi di granoturco
esercito verde
coi fucili di farina
puntati su di te.
Ti trafiggono 
polvere bianca nel sole.
Porti con te
un dolore senza fine.
 
 
 
 
 
 

Yosella Caponnetto

 
 
Sembra la ristrutturazione di casa
ma sei in ospedale
e il trapano suona strano…
strumento di un concerto di pianto imprevisto
dopo vendemmia che ti ha intrappolata nelle ruote di un passato
macinandoti piede e cuore…
incompresa…
invisibile a tuo padre
la cui rabbia è come quel trapano: 
un suono fuori contesto.
Non è lecito soffrire.
Ci mancavi solo tu a disturbare col tuo dolore.
Aggiusta presto quel piedino
chè la vita è un camminare sempre
tra lumini e santini
tra campi di granoturco
e distese di mistero
 
 
 
 
 
 
Un trapano in ospedale…
suono ardito per riparare persone,
una pasticchetta rosa
e il ritorno al passato
tra i campi …
il tuo piede catturato dalla ruota del carro
tradiva il gesto di un braccio di bimba intento a raccogliere grappoli di vita…
mentre tuo padre sapeva solo sbatterti il suo cappello polveroso
adirato che tu soffrissi…
perchè mai poi?
Tra delirio e realtà
guarda serio il busto di Padre Pio …entrano ed escono i degenti
 
 
 
 
 
 

Matteo Piergigli

 
 
Un trapano miagola
al passaggio a livello 
di una linea gialla, 
occhi di bambina riccioli
di rame zoccoli e gonnella.
Il raggio morde
tenera la carne passata
di misura in una notte.
Non c’è colpa scritta
sulla ruga segno di sutura.
 
 
 
 
 
 
probabilità irrisolte
a pelo libero oltre
 
livello di soglia consumano 
gli orli del viso
e ripiegare di memoria
sul segreto del male
pregare Di-o sperare
vivamente di scolmare
in forza di sezioni 
dimostrate
 
 
 
 
 
 

Massimiliano Chiti

 
 
Con occhi d’azzurro
Di pozzanghera gelata
Scuoti la testa
Al terzo piano dell’ospedale
Acino marcio
Dopo la grandinata
Ti ha abbandonata
La pastiglietta rosa
E delira la memoria
Ritorni ragazzina
Coi ricci, gli zoccoletti
E la gonnellina lunga
Sali sulla legnosa ruota
Curante di non farli cadere
Ravvivi i grappoli
Ti morde il piede
Il movimento del carro
Lacrime
Le sgrida del padre
Percossa dal cappello
Duro di sporcizia
E sospiri
Nei campi di granturco
L’incontro di
Fucili di farina
E piume sul cappello.

 
 
 
 

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