Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud
 
 

Arthur Rimbaud (Charleville, 1853 – Marsiglia, 1891) fa studi brillantissimi. Poeta a 7 anni, scrive tutto nell’adolescenza, un’adolescenza prolungata. Nella sua vita ha avuto un peso particolare la madre che si oppose sempre all’amicizia con Verlaine. I critici si sono almanaccati sul fatto che abbia smesso di scrivere così presto (è male, diceva lui) per diventare un mercante, e un mercante d’armi. Fattosi conoscere con Une saison en enfer (1873), il suo capolavoro sono le Illuminazioni, che ebbero successo dopo la pubblicazione tra il maggio e il giugno sulla rivista “La Vogue”. Delle Illuminazioni vi proponiamo qualche brano.

L’anelito a possedere “la verità in un’anima e un corpo” segna tutta la parabola di Arthur Rimbaud fino al capolavoro delle Illuminazioni e alla rinuncia alla scrittura poetica. Fanciullo prodigio, fece incontri determinanti, da Izambard a Verlaine. Quel che lo caratterizza è la simbiosi tra arte e vita in poesia, com’era logico per un poeta a tutto tondo come lui.  Ce lo immaginiamo nei suoi vagabondaggi, con e senza Verlaine, sdraiato sull’erba, la testa rovesciata a contemplare i dettagli della natura e della civiltà. Nel suo tentativo di riconquistare l’Eden perduto, ripercorre itinerari mistici di ogni tempo. Per Rimbaud la poesia è stata una figura del destino, di un “carattere-destino”. Ribelle fino all’anticonformismo in epoche non sospette e poi cercatore di “pepite d’oro” grazie al suo talento e al suo genio, risulta infine ancora oggi come “l’inarrivabile Rimbaud”.

Ho tratto tutte le informazioni dalle Illuminazioni di Rimbaud in un’edizione della Biblioteca dei Leoni (maggio 2019) curata da me nelle introduzioni e nella traduzione, fino alla quarta di copertina.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
Mistica
 

Sul pendio della scarpata gli angeli volteggiano le loro vesti di lana nei pascoli d’acciaio e di smeraldo.

Prati di fiamma balzano fino alla cima del dosso. A sinistra il terriccio del crinale è calpestato da tutti gli omicidi e tutte le battaglie, e tutti i rumori di disastri seguono la loro curva. Dietro al crinale di destra la linea degli Orienti, dei progressi.

E mentre la striscia in alto del quadro è  formata dal rumore avvolgente e scattante delle conche dei mari e delle notti umane.

La dolcezza fiorita delle stelle e del cielo e del resto scende di fronte alla scarpata, come un paniere, – contro il nostro viso, e fa l’abisso profumato e azzurro là sotto.

 
 
 
 
 
 
Alba
 

Ho abbracciato l’alba d’estate.

Nulla si muoveva ancora sul frontone dei palazzi. L’acqua era morta. I campi d’ombra non lasciavano la strada del bosco. Ho camminato, risvegliando gli aliti vivi e tiepidi, e le gemme guardarono, e le ali si levarono senza rumore.

La prima impresa fu, nel sentiero già riempito di foschi e pallidi lucori, un fiore che mi disse il suo nome.

Io risi al wasserfall biondo che si scarmigliò attraverso gli abeti: dalla cima argentata riconobbi la dea. Allora sollevai ad uno ad uno i veli. Nel viale, agitando le braccia. Per la pianura, dove l’ ho denunciata al gallo. Nella grande città ella fuggiva fra i campanili e le cupole, e correndo come un mendicante sulle banchine di marmo, io le davo la caccia.

In alto sulla strada, vicino a un bosco di allori, io l’ho circondata con i suoi veli raccolti, e ho sentito un po’ il suo immenso corpo. L’alba e il fanciullo caddero nel fondo del bosco.

Al risveglio, era mezzogiorno.

 
 
 
 
 
 
Fiori
 

Da un gradino d’oro, – fra i cordoni di seta, le organze grigie, i velluti verdi e i dischi di cristallo che anneriscono come bronzo al sole, – vedo la digitale  aprirsi su un tappeto di filigrane d’argento; di occhi e di capigliature.

Pezzi d’oro giallo sparsi sull’agata, pilastri in mogano supportano una cupola di smeraldi, bouquet di raso bianco e fini verghe di rubino circondano la rosa d’acqua.

Tali a un dio dagli enormi occhi azzurri e dalle forme di neve, il mare e il cielo attirano alle terrazze di marmo la folla delle giovani e forti rose.

 
 
 
 
 
 
 Il finale di Genio
 

Egli ci ha conosciuto tutti e ci ha tutti amato. Sappiamo, questa notte d’inverno, da promontorio a promontorio, dal polo tumultuoso al castello, dalla folla alla spiaggia, di sguardo in sguardo, forze e sentimenti affaticati, chiamarlo e vederlo, e e rinviarlo, e sotto le maree e nell’alto dei deserti di neve, seguire le sue viste, i suoi respiri, il suo corpo, la sua luce.

 
 
 
 

 

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.