All’occhio sgomento lo sgranarsi – Martina Campi


 
 
Ho dormito settimane per tornare simulata,
pallida mimesi a distanza
infinita, simulacro del divenire
corpo trapiantato fuso alla voce
e nulla da dichiarare, se non la candeggina
 
 
 
 
All’occhio sgomento lo sgranarsi
era membrana sottile inganno
della memoria gli edifici del centro,
diramazioni in attesa di passi le strade,
un mostrarsi muto alla malinconia.
 
 
 
 
Non ci fu rito in quest’assenza
che affama di nulla polverizzato
addosso e fa il male di un’arma
un dolore in differenziabile non
ecologico, persino i passi sono
un soffio al niente che la bussola
non saprebbe orientare.
 
 
(Martina Campi, Quasi radiante, Tempo al Libro, 2019)
 
 

Nei versi di Martina Campi la presenza del corpo è elemento imprescindibile nel rapporto di osservazione del reale, dall’accoglimento dell’altro da sé all’esperienza del vivere contemporaneo.

Già nel primo testo il dormire appare come presupposto di una simulazione, una mimesi vissuta con distacco: la violenta, quasi scandalosa, esperienza della fisicità, appare evidente in espressioni come “corpo trapiantato fuso alla voce”, in un senso di rassegnazione che l’autrice non cela, anzi espone proprio come una intima nudità.

In una sorta di dissociazione tra mente e corpo, la Campi parla dell’occhio come di un elemento separato dal vedente: la memoria diventa ingannevole sedimento di una membrana corporea che non può registrare con precisione il passato, dove, tra diramazioni, edifici, passi e strade, ciò che si mostra è l’imperfetta evidenza, muta, della malinconia.

L’assenza che consegue a questa esperienza della fisicità, che evidenzia il distacco tra il proprio essere e ogni altra cosa e creatura, non è conseguenza di un rito, ma condizione esistenziale e esperienziale, che evidenzia, nuovamente, le esigenze del corpo: la fame dopo aver sentito la polvere del nulla addosso, che fa provare lo stesso dolore di un taglio; ancora, i passi che non sono altro che “un soffio al niente”, impossibili da differenziare, da orientare, cui bisogna rassegnarsi senza ostinarsi a cercarne un senso, una ragione.

In questi testi di Martina Campi, coerentemente con il percorso iniziato in “La saggezza dei corpi” (L’Arcolaio, 2015), il senso che emerge è quello di un tentativo di collocare l’insuperabile esperienza della fisicità individuale, nel conflitto che ne emerge con il pensiero e il sentire, nonostante un’apparente e dolorosa dissociazione: perché nella società dove ogni oggetto (e infine i soggetti) diventano una sorte di merce disponibile e intercambiabile, di pronta consumazione, è il corpo l’elemento più primitivo e sanguigno, che impone un sentire netto e privato, che non può essere aggirato o liquidato con il linguaggio della tecnica, se non in un rituale e dissimulato tentativo di ignorarlo. Tentativo che, in ultima istanza, si rivela tanto innaturale quanto impossibile, tracciando un invito a testimoniare l’evidenza della nostra carne, e il suo intimo e personalissimo valore.

 

Mario Famularo

 
 
 
 

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