Verso le stelle glaciali – Tommaso Di Dio


Verso le stelle glaciali, Tommaso Di Dio (Interlinea, 2020).

 

Verso le stelle glaciali, la nuova silloge poetica di Tommaso Di Dio, edito da Interlinea, è una giubba di sete, una promessa di approdo in una terra non cartografata (terra/che sempre sarà/più in là di me/senza me), la mappatura di immaginari futuri e passati che convergono nella possibilità di un presente estensivo.

 

[…]
Chi scrive qui conosce
che ci furono inganni, macchinazioni. L’ammiraglio disse
che la nave era insicura, ma è l’uomo
davanti al vento quello
più esposto al vero.

 

Il libro è suddiviso in quattro sezioni, quattro itinerari che si districano tra la realtà urbana e le corsie ospedaliere, tra le grotte preistoriche e i luoghi oltre oceano. L’occhio del lettore si dipana tra mondi e molecole, universi frantumati e polvere vorticosa in una ricerca asmatica di un segreto futuro e di un passato dimenticato.

Nessun ordine è però prescrittivo” avverte l’autore. “In fondo l’ordine in cui ci si perde- qui come altrove- è in se stesso sempre libero”.

Le avvertenze richiamano Il gioco del mondo (Rayuela) di Cortazar nel suo invito al lettore di navigare tra le pagine seguendo le rotte di linee narrative parallele. Nel caso de Verso le stelle glaciali l’autore ha fornito anche mappe simboliche di cui si spiega il significato in appendice.

Vorrei che ogni linea della mia poesia coincidesse con un respiro, senza barriere e senza virtuosismi, perché ogni verso sia prova e contemplazione del fiato che finisce”.

La parola di Tommaso Di Dio è vento, vortice, fiato. Richiama a sé gli spazi ultratestuali circostanti per poi alitare verso l’oltre-verso. Uno stile che smargina immagini, mettendo sotto la lente d’ingrandimento la realtà e puntando con il binocolo la destinalità dell’altrove.

Il respiro metrico approda talvolta nella sentenziosità del fulmen in clausola finale.

 

[…]
Su questo inadeguato sangue. Su questo
si sta costruendo
un ancora indefinito ammassato, scaraventato
nella storia popolo
in apnea. Nella trachea che sta per esplodere
puoi sentirne
il battere.
 
Questo silenzio
Che ti esclude

 

L’istanza narrativa rievoca quella di Attilio Bertolucci, in particolar modo per l’esigenza di raccontare la realtà ma con una poetica intellegibile e mai ermetica. E nell’avvertire la poesia come prova dell’io davanti alla “storia del mondo”, una condizione di estraneità davanti ad un “popolo nuovo”, richiama Franco Fortini.

 

Noi non siamo così. Siamo
la luce delle scale
che scende verso il garage. Oppure una stanza
dove tu ti siedi
e ricopri le figure di filo e forbici.
Ma vengono altre immagini, tranelli
buche mobili. Ci abbracciano tracce
volti d’uomini o di donne
vestite con i calzini bianchi davanti ai disastri dei bar.
Ci inchiodano i paramenti
e la mortalità altrui. Come quanto tu alzi la mano
indichi una strada, mi guardi; e tutta la città s’innerva
verso le montagne, verso cieli larghi.
E a me pare che ogni cosa
si muova di noi; si muova con noi e tremi
amore mio

 

Tommaso Di Dio correla il detto e il non detto, dialoga con i versi di Petrarca, riscrivendoli liberamente, cita gli scritti di Cristoforo Colombo e si pone in ascolto dei maestri. La sezione “Occhio azzurro” è dedicata a Milo De Angelis, il primo a leggerla, e a Mario Benedetti, venuto a mancare lo scorso marzo.

 

Per il tuo poema. Inoltrato
e steso sul lettino; e con i piedi fuori e fermi
le unghie che crescono. Nell’euforia
di riflessi minimi, la testa e l’occhio
le ciglia fragili. Articoli
con le labbra disarticoli
parole nuove.
 
Per il tuo poema
intubato e senza suono alcuno
qui trovi finalmente
le parole possibili.

 

Le stelle glaciali, in realtà, come precisa l’autore a fine libro, non esistono. Rappresentano l’unico orizzonte che possa rendere pienamente reale il vero come il falso di tutto ciò che è stato e che non è stato. E queste parole cadute hanno imposto e richiesto silenzio per farsi orizzonte.

Chiara Evangelista

 
 
 
 

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