Tu leggevi, antecedente – Marco Bellini

Tu leggevi, antecedente - Marco Bellini

 
 
NELLA MENTE DEL MONDO
Pensando a Emily Dickinson
 
Diciannove maggio duemiladiciotto.
 
Ore nove e ventidue.
New York, un bar del Queens.
Una ragazza legge:
“Di’ tutta la verità ma dilla obliqua -”…
 
Tu leggevi, antecedente.
Dalla finestra il dialogo accennato.
Odori e foglie si dividevano il vento
quel venirti incontro; sorpreso.

 
Ore undici e trenta.
Amsterdam, una panchina in un giardino pubblico.
Un vecchio sfoglia piano; legge:
“Le cose che la morte comprerà”…
 
Tu leggevi. Per le parole nate
tutto sarebbe stato dopo.

 
Ore quattordici e quarantasei.
Lecco, la terrazza di un ristorante guarda il lago.
Una maestra elementare è arrivata al caffè
in copertina un dagherrotipo; legge:
“Dopo un grande dolore viene un senso solenne,”…
 
Tu leggevi.
L’abito bianco era una voce.

 
Ore ventidue e sedici.
Massiccio del Monte Rosa, tremiladuecento metri
un alpinista nella tenda alla luce di una pila
prima della vetta. Un foglietto
una poesia trascritta a mano; legge:
“Non potevo fermarmi per la Morte.”…
 
Poter cogliere la luce che accendi
nella mente del mondo, nel tempo
di un sole nato e il suo declino.
Un tappeto fitto? Una trama larga?
Piccola energia che brucia, crea fili
inneschi nati sulla carta.

 
Venti maggio duemiladiciotto.
 
Ore tre e dodici.
Roma, una scuola media. Un’insegna luminosa
infila un raggio da una finestra nell’aula d’angolo.
Sulla lavagna affiora una scritta, un avanzo:
“C’è un senso di finito”…
 
Amherst la genesi
una casa, un rifugio per nascere
ogni mattino in segreto. Versi
su fogli che avrebbero incontrato
domani
il mondo rimasto.

 
Ore nove e ventidue.
Diversi turisti in Main Street. Le scale
la porta, vani, altre scale. La stanza:
movimenti lenti, scarpe premono il pavimento
qualche foto. Voci basse. Alcuni
hanno un libro in mano.
Aprono sulle parole:
“Dev’essere vicinissima la casa”…
 
Oggi qui, stai dentro la terra
conti i fili, gli inneschi intrecciati
sorridi al risultato di una distanza
che avevi accolto e nutrito.

 
 
Poesie di Emily Dickinson da cui sono tratti i versi riportati:
1129: Di’ tutta la verità ma dilla obliqua
382: Le cose che la morte comprerà
341: Dopo un grande dolore viene un senso solenne,
712: Non potevo fermarmi per la Morte.
856: C’è un senso di finito
911: Dev’essere vicinissima la casa

 
 
 
 

Uno dei principali rovelli di ogni scrittore, e in particolare di un poeta, è legato alla sorte che avranno i suoi versi, una volta che sceglie di sottrarli alla privatezza dei suoi manoscritti e renderli pubblici, condividerli con il lettore: saranno letti? come saranno percepiti e giudicati dal lettore? aldilà dell’effimero di una fruizione estemporanea sapranno durare nel tempo? potranno avere qualche influenza sulla vita e l’esperienza dei lettori? Sono interrogativi dai quali la maggior parte degli autori non può sottrarsi, ma esistono anche casi, molto rari, di autori che scelgono la scrittura come esperienza esclusivamente personale, per naturale ritrosia o riservatezza, tanto da sentire quasi imbarazzo nella condivisione, considerare la pubblicazione, certo, una prospettiva, ma non fondamentale. Fra questi uno dei casi più celebri è quello di Emily Dickinson, che scelse (o fu necessitata?) di vivere per quasi tutta la vita da reclusa, chiusa nella propria stanza al piano superiore della casa paterna ad Amherst in Massachussetts e isolata dal mondo, in comunicazione con esso unicamente con la poesia, peraltro, tranne per sette poesie, mai pubblicata in vita.

Marco Bellini dedica alla sua figura questo poemetto inedito in cui costruisce il proprio “messaggio poetico”, usando come filo di Arianna (e “fili” è termine che compare due volte nel testo) citazioni di versi tratti da alcune poesie dell’autrice americana, nella traduzione in italiano presente su “I Meridiani” di Mondadori, versi che rappresentano lo scheletro, la struttura portante della composizione. La poesia ha uno sviluppo narrativo nell’arco di una giornata, dal mattino al tramonto, (“nel tempo / di un sole nato e il suo declino”) fra il 19 e il 20 Maggio 2018 (data precisa e al tempo stesso indeterminata, potendo essere in realtà qualunque data) e vede avvicendarsi una serie di persone (“una ragazza”, “un vecchio” “una maestra elementare”, “un alpinista”, qualcuno che ha scritto versi su una lavagna, “diversi turisti”) in luoghi disseminati per il mondo (“New York”, “Amsterdam”, “Lecco” – città vicino alla quale Bellini vive -, il “Monte Rosa” – e la montagna è altro luogo del cuore di Bellini -, “Roma” “Amherst”), persone che, in attimi di vita quotidiana scanditi dalla precisione con cui si riporta il dettaglio delle ore, intrecciano le proprie esistenze con i versi della Dickinson. I versi diventano così parte integrante del loro vissuto, “tappeto fisso” o “trama larga” con un interrogativo che Marco Bellini lascia aperto: compito del lettore dirimerlo. Intervallati a queste storie abbiamo poi i versi che Bellini rivolge direttamente alla Dickinson, usando un tu familiare, tutti centrati sul tentativo di esplorare il mistero dell’autrice, capire le ragioni di una vita e di una scrittura così indissolubilmente legate, il suo “dialogo accennato” così discretamente, sottovoce, dal momento che i versi sarebbero diventati patrimonio comune solo molto più tardi, “tutto sarebbe stato dopo”, “domani” (termine che assume particolare pregnanza essendo isolato in un verso con un’evidenza speciale). Emblematicamente, come dice la Dickinson in uno dei versi citati: “Non potevo fermarmi per la Morte.”

La Dickinson, autrice così riservata, schiva, diventa nella poesia di Bellini essa stessa partecipe silenziosa delle vite degli altri, di tutti i suoi lettori, entrando davvero “nella mente del mondo”, a ribadire come la poesia sia patrimonio delle vite ancora prima che della letteratura, testimonianza che può durare, farsi carne e sangue, per incontrare “il mondo rimasto” (verso splendido). Allora la scelta della separazione dal mondo, dell’esilio è in realtà, per un gioco del destino, “distanza / che avevi accolto e nutrito”, misura che con la poesia si ricongiunge e si colma. La solitudine (cercata o imposta) è la chiave per la comunione – vera – con il mondo. Questa idea della poesia come luce, “energia” che attraversa l’esistenza dell’uomo e la sostanzia, è altro motivo conduttore del testo in cui il ricorrere due volte dei termini “fili” e “inneschi” è sintomatico, così come l’iterazione del verbo “leggere” (strumento con cui la congiunzione fra autore e mondo diviene possibile): “legge:” è ripetuto quattro volte in epifora, “Tu leggevi” due volte in anafora, figure di iterazione che rafforzano il concetto.
Con un’evidente struttura circolare la poesia si chiude con la visita da parte di alcuni turisti alla casa della Dickinson, il luogo da cui tutto è partito (“genesi”, “rifugio per nascere / ogni mattino in segreto”): i movimenti delle persone qui sono circospetti, quasi a sottolineare la sacralità del luogo, l’obbligo di difendere la consegna al silenzio a cui l’autrice si è data, e avviene la coincidenza perfetta fra versi e realtà: “Dev’essere vicinissima la casa”. L’anello si è perfettamente chiuso, l’innesco è avvenuto.

La poesia di Marco Bellini, come emerge dal poemetto, è caratterizzata dal bisogno di comunicazione, di interazione fattiva con il lettore ed è connotata dalla scelta di un registro linguistico piano, colloquiale, senza però mai cadere nel prosastico; è sobria nell’uso delle figure retoriche, controllatissime perché è la sostanza che conta: nessuna esigenza di sorprendere ad effetto il lettore. Per chi conosce la scrittura di Bellini e i suoi ultimi lavori, assistiamo qui a un’evoluzione chiaramente percepibile, al bisogno di una forma nuova, più orientata alla “poesia di ricerca”, che non è però sperimentazione fine a se stessa, rinuncia a un’impostazione tutta improntata – dicevamo – alla comunicazione (ci si può ancora fidare del linguaggio, servirsene come di un valore). Solo i suoi futuri lavori, nel loro insieme, sapranno spiegarci la direzione precisa che la sua poesia sta prendendo. Per ora, possiamo limitarci a dire che la poesia di Bellini cerca qui, con circospezione (la stessa dei turisti ad Amherst), la strada per inediti sviluppi dialettici, sia a livello contenutistico sia a livello prosodico, ma senza effettuare “salti quantici”, più fedele invece alla locuzione latina “natura non facit saltus”, perché la scrittura è applicazione, studio, lavoro nella riservatezza, scandaglio dell’interiorità, identificazione della forma esatta allo scopo poetico, progressione a derivata lenta. E chi conosce Marco Bellini sa bene come tutto questo naturalmente gli appartenga.

Fabrizio Bregoli