Disponibile in tre versioni, con traduzione in inglese, spagnolo e svedese, la raccolta di poesie di Antonio Lera Ti amerai – Scrivere la Pace (Edizioni We, 2025, con prefazione di Claudio Ardigò e postfazione di Alessandra Della Quercia) traccia un percorso d’amore lungo una precisa quanto delicata direzionalità umana e di scrittura: dallo «specchio» interiore a ciò che «il mondo […] suggerisce». Sin dal titolo si evince una via di auscultazione e catarsi, un cercare dentro per poter trovare e far crescere libertà e rispetto. Configurandosi come una cassa di risonanza, l’opera scommette sulla parola che cura, consegna nel suo aprirsi all’Altro un centro di riverbero della voce, un desiderio in espansione di perdono e tregua «per noi artigiani del dolore».
Venerdì di Pasqua
Sembra ormai che
tutto stia per compiersi
stasera Venerdì di Pasqua
non si intravede più la luce
né l’uomo
che Dio possa conservare
qualche scampolo di pietà
per noi ostinati al non amore
per noi artigiani del dolore.
Un «vento di terra» attraversa i versi cogliendo la fragilità e la debolezza nascosta nel «non amore», il bisogno cocente di spiragli di grazia. «Scrivere la Pace» assume la fisionomia di un cammino condiviso, immerge pienamente nella sensorialità e nella spiritualità dell’attimo, custodendo sempre il tramando del sogno e dei legami: «passi antichi» dischiudono un «orizzonte amico che salva».
Antonio Lera accende e lascia propagare «squarci di luce / nel grigio pallido della metafora». Una domanda viva di connessione e dialogo plasma il linguaggio poetico, dove un’aura classica di formule e vocaboli cristallizzati nella tradizione si intreccia alla preziosa accoglienza di un’«osteria dell’anima», disegnando traiettorie di visione e guarigione a partire dalla polvere e dall’orma dell’esperienza. Atmosfere fuori dal tempo, a tratti spiccatamente di matrice letteraria eppure sentite e accurate nei riferimenti ai luoghi del cuore, risvegliano proprio la questione del presente, l’urgenza e la forza di proseguire in «pagine» tangibili come gesti. «Fa che non ti strugga / la malinconia della sera / e che la tua mano sulle mie labbra sia vera»: lo slancio d’amore chiede programmaticamente il superamento del foglio e del rimpianto, che la poesia non sia solo poesia ma stimolo all’incontro.
Il gusto narrativo del cantastorie salda un respiro antico ormai perduto alla strada del quotidiano, evocando un teatro di profonda bellezza paesaggistica e insieme di profonda solitudine e incomprensione. L’errare dei versi ha in sé l’esplorazione e l’errore: le figure ritratte di volta in volta si muovono lungo la difficoltà della scelta e della distanza, partecipano a qualcosa di sconfinato nel divario tra anelito e dura realtà, essere e apparire. La sacralità della vita chiama lo sguardo dal buio alla rinascita non solo il «Venerdì di Pasqua». Affonda la sua domanda improvvisa in tutti i momenti del giorno che aprono una porta: dentro il ricordo di posti e volti amati, mentre una «foglia» resiste «nell’aria», riflettendo sull’identità e sul «genere delle Nuvole», durante una battuta di caccia, di fronte alla ferita e alla maestosità eloquente della Natura.
Sole nella fortezza
Di là dalla cava
dove riposa il letto del Tronto
soffiava forte il Grecale
ed uccelli al passo si sparsero nell’aria
come schegge impazzite di piattello
andando a perdersi nelle nuvole alte di Primavera.
Noi a camminare considerati brutta gente
che in allegria razzia cielo e terra
sguinzagliando segugi coi fucili in spalla
sulle loro grida profonde a supplicarci di morire un po’
di vagabondare cercando verde pace
di rincorrere la ragione del vivere e del morire.
Tiri e colpi furiosi mietevano Beccaccini
mordeva l’aria come un’Aquila reale una Beccaccia
sfidandoci controluce ché andavamo ciechi
giorno buono per imparare a svanire come ultimo sguardo lontano
rinascendo poi facendosi invisibile sogno
dietro la Montagna dei Fiori.
Il sapore dei campi della sera ci chiedeva
“adesso sarete felici?”
che importa pensavamo che tutto sia menzogna o verità
quando non c’è più alcuna speranza sulla terra
appeso al passato prossimo un atto di nascita imiterà la mia vita
immagine di un nido nella mia casa Sole nella Fortezza.
Attraverso scorci di vissuto, «mescite generose / di colori suoni odori forme / funamboliche alchimie», la pace con sé stessi non risulta compiuta tanto nelle singole scene quanto nel canto che le riflette, nell’armonia che ricuce le tappe di un viaggio fino alla cognizione, anche se dolorosa e sanguinante.
Sulla scia di una «stella» che «cade […] tra gli uomini», ricorrenti allitterazioni, rime e apocopi fondono la ricchezza di elementi cromatici in una musica più grande. Nel segno oltre l’inchiostro che porta a desiderare, a nutrirsi ancora del cielo e delle stagioni, si raggiunge la gratitudine e l’estatica «gioia di essere».
Elisa Nanini
Ti amerai
Amerai te stessa
ogni volta che abbraccerai più alberi di quanti ne lascerai abbattere
ogni volta che i fiori saranno tuoi lasciti a prati e giardini
ogni volta che garantirai il volo agli uccelli
ogni volta che racconterai le tue avventure alla luna e alle stelle.
Amerai il diritto di amare e d’essere amata
ogni volta che ti fermerai colta da stupore
a ringraziare il sole che nasce e che sfuma dietro i monti
meglio star con te che avventurarti su sponde secche di conforto
di fiumi carichi di promesse d’amore e di gloria.
Amerai la piccola sorgente che cresce in te
nessuno ti deluderà se tu non ti deluderai per prima
né perderai forza d’andar di miraggio in miraggio
fino all’oasi finale
dentro di te cerca e trova la lanterna che guiderà il tuo viaggio
guardati con amore potresti essere la Via.
Ti amerai.
