Ta eschata

Ta eschata, Novissima. Negli anni Sessanta incomincia l’interesse della stampa laica per le sorti che attendono l’uomo dopo la morte: giudizio, paradiso, inferno. Nel 1977 Karl Rahner, il grande teologo del ‘900, cerca di conciliare la dottrina della reincarnazione con la fede cristiana. In questi anni si diffondono idee relative alla vita dopo la morte non derivanti dalla fede cristiana. Si parla di rinnovamento escatologico che si fa la domanda: cosa c’è dopo la morte? Ci sarà la fine del mondo? Come avverrà il giudizio? Come sarà l’aldilà? Che cosa saremo? Che cosa proveremo? Con chi ci troveremo? Le immagini fisico-cosmologiche tramandate dalla tradizione sono ingenue e primitive, inaccettabili dalla mentalità moderna. Si tratta di cogliere le verità che sottendono queste immagini. Oggi l’uomo si concentra sulla tecnica cui chiede di sostituire alle tematiche metafisiche le potenziali fornite dalla scienza. Quest’ultima promette all’uomo di prolungare all’infinito la morte fisica e si parla di transumanesimo. Ed essa promette che dopo la morte avviene la dissoluzione del corpo ma non della persona che sopravvive in una specie di cloud. Nelle religioni orientali essa si risolve nella reincarnazione, nelle civiltà occidentali nell’affidare le ceneri del morto al cielo, alle montagne, ai fiumi e al mare. Si allude all’unirsi del singolo nell’immensa vita cosmica dell’universo, una specie di sostituzione dell’immortalità dell’anima di origine platonica. Paul Ricoeur sostiene che le immagini escatologiche del passato debbano essere sostituite da altre immagini che vadano oltre il segno per arrivare alla relazione fra linguaggio e realtà. Anche Gesù Cristo ricorre a immagini (le nozze, il banchetto, l’attesa delle vergini con le lanterne ecc.) che hanno il compito di comunicare la realtà della salvezza eterna. Sono immagini feriali, adatte a un pubblico non colto, ma che trasmettono un valore conoscitivo e un senso dell’attesa. Ma cosa significa vita eterna (ze aionios)? Il vangelo di Giovanni usa il verbo menein, quando dice: “rimanete in me ed io in voi”. E meno in greco significa abitare stabilmente, dimorare, restare, perdurare: insomma una comune abitazione fra l’uomo e Dio. Il problema è complesso: il discorso sui Novissimi può godere di una rinnovata credibilità nel panorama culturale contemporaneo elaborando un linguaggio che, dopo la fase della demitizzazione, racchiuda due potenzialità: 1) quella di riuscire a comunicare qualcosa di reale; 2) quella di esprimere il senso del nostro vivere attraverso il legame con il compimento atteso (si veda l’articolo di Alessandro Ravanello su “CredereOggi”, n. 234, gennaio 2020).

Gianni Giolo