Pubblichiamo il secondo (di due) Speciale sul centenario degli Ossi di seppia di Eugenio Montale, questo a firma di Giulio Mazzali (il primo, nella sua prima parte, a firma di Serena Mansueto, QUI). Un estratto è stato pubblicato su “Laboratori critici” num. 8 (QUI), dedicato anch’esso a Montale e in presentazione a BookCity Milano sabato 15 novembre alle ore 17:00 presso il Teatro Franco Parenti di Milano. Partecipano Matteo Bianchi, Giancarlo Pontiggia, Maria Borio, Marco Pelliccioli, Alessandra Corbetta (l’evento QUI).
Eugenio Montale e lo sguardo orfico
L’esperienza della perdita e la condizione del poeta
Narrati dagli antichi miti, ci sono gesti che hanno segnato il nostro immaginario e assunto, nel corso del tempo, valore archetipico. È il caso di un gesto apparentemente comune, che a partire dal racconto del cantore Orfeo è divenuto emblematico. Chi non ricorda la sua vicenda? Sceso nell’Ade per strappare alla morte la sua sposa, con la dolcezza del canto ottiene che l’amata torni tra i vivi. Una sola condizione: che non si volti a guardarla prima di aver lasciato il regno dei morti. Così non accade ed Euridice scompare per sempre. Come sottolineato da Maria Grazia Ciani nel volume dal titolo Orfeo. Variazioni sul mito, del racconto di Orfeo “[…] il Novecento raccoglie ed elabora soprattutto due temi: quello del poeta – cantore e il gesto del voltarsi indietro, il respicere che causa la perdita di Euridice”. Riferimento della studiosa è certamente il poeta latino Publio Virgilio Marone, che alla fine del quarto libro delle “Georgiche” racconta così il momento in cui Orfeo, “vinto nell’animo”, perde per sempre la propria amata:
“[…] si fermò / e proprio sulla soglia della luce, ahi immemore, vinto / nell’animo, si volse a guardare la sua diletta Euridice. / Tutta la fatica dispersa, e infranti i patti del crudele tiranno, / tre volte si udì un fragore dagli stagni dell’Averno.”
Che il voltarsi indietro e l’esperienza della perdita siano propri della condizione del poeta, è testimoniato dal ruolo esercitato dalla memoria nell’esercizio dell’arte poetica, animata dall’inesausto tentativo di evocare, fissandoli sulla pagina, oggetti passati ormai perduti. Se consideriamo le direzioni proprie della vicenda di Orfeo – la verticalità dei suoi spostamenti (verso il basso e verso l’alto) e l’orizzontalità dello sguardo rivolto all’indietro, verso Euridice – è possibile distinguere, condividendo le osservazioni di Roberto Deidier, un “orfismo verticale”, teso alla riappropriazione intuitiva di significati profondi e misteriosi, e un “orfismo orizzontale” che – come afferma Deidier – “circoscrive una precisa fenomenologia dello sguardo: quella di chi sceglie di guardare nonostante”. La prima direzione (forse la più diffusa) si concreta perfettamente nella poetica ungarettiana, che si delinea fin dal principio come il tentativo di esprimere in modo frammentario, attraverso un itinerario orfico di immersione ed emersione, l’abisso inesauribile dell’animo umano. La seconda, quella orizzontale, compare in Forse un mattino andando in un’aria di vetro, uno dei testi montaliani più noti e singolari di Ossi di Seppia. In esso – scrive sempre Deidier – il poeta “racconta l’esperienza di uno sguardo che è costretto a rivolgersi per potersi finalmente imbattere nel nulla, in un mondo percepito solo come ‘rappresentazione’, come lo aveva inteso Schopenhauer”.
Se il riferimento alla realtà fenomenica, intesa come rappresentazione illusoria e ingannevole, non può non richiamare alla mente le posizioni schopenhaueriane, a indurre alla riflessione è l’attenzione rivolta da Deidier alla necessità da parte del soggetto osservante di cambiare campo visuale, così da cogliere, nella sua nudità, la vera essenza del reale (“il nulla all mie spalle, il vuoto dietro / di me […], vv. 3 – 4). Tale urgenza colloca l’incerta esperienza immaginata dal poeta durante un mattino (“Forse un mattino andando […]”, v. 1) in un ambito di carattere percettivo – conoscitivo, richiamando alla mente il mito platonico della caverna, nella Repubblica, in cui Socrate invita a immaginare degli uomini incatenati, costretti sin dalla fanciullezza a guardare davanti a sé, senza potersi voltare, le ombre proiettate sulla parete dalla luce di un fuoco. Le parole di Socrate e Glaucone, interlocutori nel dialogo platonico, chiariscono le conseguenze provocate dall’esclusiva e forzata frontalità dello sguardo:
“E prima di tutto, credi che essi, di sé e degli altri, vedano qualcosa oltre le ombre proiettate dal fuoco sulla parte della caverna che sta davanti a loro? – e come potrebbero, rispose, se sono costretti a tenere la testa immobile per tutta la vita. – E anche degli oggetti portati non vedranno che l’ombra.”
La costrizione patita, quella di volgere lo sguardo davanti a sé, obbliga i prigionieri a uno stato di schiavitù, di ignorante minorità che li spinge a ritenere veritiere le ombre proiettate sulla parete. Il racconto platonico, che si presenta come allegorica narrazione di un percorso di conversione, propone attraverso le parole di Socrate lo scenario di una possibile liberazione dai vincoli e l’inizio di un faticoso percorso di affrancamento in grado di emancipare il soggetto dallo stato di ignoranza, di provocare un mutamento di direzione nello sguardo dell’intelligenza.
Nel testo montaliano, nonostante il necessario cambiamento del consueto campo visuale, del tutto frontale, l’esperienza dell’io lirico appare dissimile. Il poeta, infatti, senza rinunciare alla sua proverbiale incertezza (il testo di apre con l’avverbio “forse”, v. 1), immagina di camminare e di assistere, volgendosi di scatto, all’improvviso compiersi del miracolo: “[…] il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco” (vv. 3- 4). Ben diversa dal salvifico “prodigio / che schiude la divina Indifferenza” (Spesso il male di vivere, vv. 5 – 6), quella del poeta è la rivelazione inattesa del carattere illusorio della realtà oggettiva, intuizione in grado di ingenerare la medesima vertigine di chi smarrisce sicurezze e punti di riferimento (“con terrore di ubriaco, v. 4). Una folgorazione, questa, seguita dall’immediato riorganizzarsi sulla scena degli oggetti fenomenici, che, come avviene nel cinema, s’accampano ingannevoli sulla superficie compatta di uno schermo (vv. 5- 6).
Anche il poeta Montale, come accaduto a Orfeo, deve affrontate le conseguenze non solo gnoseologiche della propria visione. Lo smascheramento del nulla, infatti, oltre a determinare la perdita definitiva delle certezze conoscitive, genera nel soggetto una condizione di solitudine e smarrimento. A tal proposito, riguardo al cantore trace, così scrive Maria Grazia Ciani:
“Il poeta è solo. Colpisce, nella storia di Orfeo, l’estrema solitudine in cui egli canta, ama, agisce, lotta e muore […] Da solo discende nell’Ade e solo ritorna, Canta il suo dolore in solitudine. È solo quando affronta il suo destino di morte.”
Se l’atto del voltarsi è causa di una perdita, quest’ultima non può non condannare il soggetto alla solitudine, anche nel canto. Lo stesso accade nella lirica in questione, in cui il poeta immagina di procedere silenziosamente con il suo segreto “tra gli uomini che non si voltano” (v. 8). Quest’ultimi, forse indifferenti, oppure inconsapevoli, o forse volontariamente inclini a non conoscere la verità temendone gli effetti, richiamano alla mente una figura presente in un altro testo contenuto nella medesima raccolta. Spesso ricordata per il suo valore programmatico, la lirica Non chiederci la parola presenta nella strofe mediana la figura dell’uomo che in pace con sé stesso e con gli altri procede sicuro, incurante della sua ombra impressa dal sole meridiano su un “muro scalcinato” (v. 8). Nel testo montaliano il dualismo luce – ombra, già presente nel mito platonico a definire il rapporto tra verità e inganno fenomenico, appare oggetto di un singolare rovesciamento atto a chiarire per opposizione la condizione di estraneità dell’io lirico al contesto di appartenenza. “Dire ciò che si è esplicitando il suo contrario”, questo lo schema adottato da Montale, il quale pone all’attenzione del lettore la figura dell’anonimo che procede deciso, senza voltarsi, indifferente al mistero e ai suoi tanti interrogativi.
Giulio Mazzali
Riferimenti bibliografici
Eugenio Montale, Ossi di seppia, a cura di Pietro Cataldi e Floriana d’Amely, Mondadori, Milano 2022;
Publio Virgilio Marone, Georgiche, BUR, Milano 1995;
Roberto Deidier, Poesia, ovvero l’arte di voltarsi indietro, venerdì 9 ottobre 2015, articolo pubblicato su: “robertodeidier.blogspot.com”, https: //robertodeidier.blogspot.com/2015/10/poesia – ovvero – larte – di – voltarsi- indietro. html;
S. Tagliagambe, E. Boncinelli, F. Cattaneo, P. Cresto – Dina, M. Guffanti, D. Zucchello, La realtà e il pensiero, v. 1 (la ricerca filosofica e scientifica), De Agostini Scuola SpA, Novara 2017;
Virgilio, Ovidio, Poliziano, Rilke, Cocteau, Pavese, Bufalino, Orfeo. Variazioni sul mito, a cura di Maria Grazia Ciani e Andrea Rodighiero, Marsilio, Venezia 2004 [Prima Edizione nell’Universale Economica (Feltrinelli) agosto 2023].