Speciale Ossi di seppia: discorso sulla condizione umana

Pubblichiamo il primo (di due) Speciale sul centenario degli Ossi di seppia di Eugenio Montale, questo a firma di Serena Mansueto (il secondo a firma di Giulio Mazzali). Un estratto è stato pubblicato su “Laboratori critici” num. 8 (QUI), dedicato anch’esso a Montale e in presentazione a BookCity Milano sabato 15 novembre alle ore 17:00 presso il Teatro Franco Parenti di Milano. Partecipano Matteo Bianchi, Giancarlo Pontiggia, Maria Borio, Marco Pelliccioli, Alessandra Corbetta (l’evento QUI).

 
 

DISCORSO SULLA CONDIZIONE UMANA

I «cocci aguzzi di bottiglia» in cima alla muraglia rappresentano uno degli elementi cardine della condizione sociologica e ontologica che Montale imprime – seppur involontariamente – nella memoria collettiva. Ben più sorprendente è che a essere consapevole, con una «triste meraviglia», di ciò che è «tutta la vita e il suo travaglio» sia un giovane adulto di appena ventinove anni.

Il poeta intraprese presto un’intensa formazione culturale da autodidatta: molte delle letture filosofiche furono il frutto dell’influenza positiva di sua sorella Marianna, studentessa della Facoltà di Filosofia.

Dopo la guerra, nel ’19, sulla sua poetica influì l’immanentismo assoluto di Giovanni Gentile; le sue letture si districarono nei meandri della Teoria generale dello Spirito come atto puro. Proprio il primo capitolo, Soggettività del reale, parte da un’analisi dell’idealismo di Berkeley, in cui il filosofo evidenzia come l’essere consista nel suo essere percepito: conoscere è percepire.

L’argomento principale sostenuto da Berkeley è che «non possiamo sapere se esista qualcosa che non conosciamo». La conoscenza delle cose è, dunque, conoscenza per esperienza diretta. Nella poetica di Montale, la comprensione e la consapevolezza delle cose — e le cose stesse — iniziano a fondersi. Gli oggetti della realtà diventano stimolo di riflessione sulla condizione umana, in un continuo passaggio dal particolare al generale e viceversa. È così che si trasformano in temi-oggetto: «il rivo strozzato che gorgoglia», «uno scalcinato muro», «il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità».

Si tratta, in questi casi, di oggetti di pura origine materica: le immagini veramente evocative nascono dalla potenza biofila del circostante. È dalla natura che il poeta assorbe ogni elemento. La potenza della madre terra e l’evocativa immagine marina diventano emblemi dei limiti della condizione umana, la quale, di tanto in tanto, intravede uno spiraglio luminoso nell’incontro rivelatore come nell’odore di quei «limoni» o in quelle «trombe d’oro della solarità», nel «girasole impazzito di luce».

[Continua]

Serena Mansueto

 
 
 
 

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