Pubblichiamo la seconda parte del primo Speciale sul centenario degli Ossi di seppia di Eugenio Montale a firma di Serena Mansueto (la prima parte QUI, il secondo speciale a cura di Giulio Mazzali QUI). Un estratto è stato pubblicato su “Laboratori critici” num. 8 (QUI), dedicato anch’esso a Montale e in presentazione a BookCity Milano sabato 15 novembre alle ore 17:00 presso il Teatro Franco Parenti di Milano. Partecipano Matteo Bianchi, Giancarlo Pontiggia, Maria Borio, Marco Pelliccioli, Alessandra Corbetta (l’evento QUI).
DISCORSO SULLA CONDIZIONE UMANA
La prima opera di Eugenio Montale, e più in generale tutta la sua produzione poetica, rischia spesso di incorrere in un abuso interpretativo, rischio che qui si cercherà evitare con piena consapevolezza. Stando ai canoni scolastici vi è un’esigenza di disporre di un’esegesi valida e ufficiale, condivisa e condivisibile. Non tutte le poesie presenti in Ossi di seppia, tuttavia, possono essere spiegabili e puntualmente spiegate; e questo vale, del resto, anche per la poesia in generale. Talvolta il rischio, invece, rasenta la deriva del citazionismo facile e immediato, data la memorabilità di alcuni suoi versi. Per evitare tali semplificazioni, occorre ribadire che il discorso sulla condizione umana non si presenta mai, in Montale, come parafrasi esplicita: è piuttosto un’idea che aleggia, come un’ombra concettuale, sull’intera sua poetica.
Premettendo che, le poesie presenti in Ossi di seppia non possono essere considerate, in senso stretto, poesie sapienziali, si può affermare che esse non comprendano una verità ma mettano in evidenza una realtà dolorosa: la realtà del «male di vivere» da cui gli esseri umani sono inesorabilmente segnati.
Il messaggio poetico, che, a differenza del messaggio scientifico-filosofico è ambiguo e polisenso, segna la possibilità di eludere la linea netta di separazione tra la modalità filosofica e la modalità poetica del conoscere. Potremmo, dunque, affermare che esistono nella poesia montaliana interferenze e compenetrazioni tra queste due dimensioni.
È noto che Montale non volesse essere considerato fonte di verità, né dispensatore di risposte sulle grandi domande dell’esistenza. In Intenzioni (Intervista immaginaria) dichiara infatti: “non penso a una poesia filosofica, che diffonda idee. Chi ci pensa più? Il bisogno di un poeta è la ricerca di una verità puntuale, non di una verità generale. Una verità del poeta-soggetto che non rinneghi quella dell’uomo-soggetto empirico. Che canti ciò che unisce l’uomo agli altri uomini ma non neghi ciò che lo disunisce e lo rende unico e irripetibile”.
Tuttavia, se «la poesia è incontro, dono, scoperta venuta dal cielo [e] la filosofia è ricerca, urgente domanda guidata da un metodo», come afferma Maria Zambrano, allora possiamo intravedere in alcuni versi di Montale una posizione intermedia: l’atto della creazione come atto estetico e, al tempo stesso, di conoscenza profonda. Pur non essendovi, dunque, un intenzionale e deliberato proposito filosofico, il tronco simbolistico è costruito sull’alternarsi di descrizioni e riflessioni esistenziali.
Soffermandoci, ad esempio, sui versi di Flussi il tema è lo scorrere della vita, una vita smorzata, opaca, incompleta e interrotta, se si osserva che il «pigro sereno» è la «pausa che gli astri donano ai malvivi». Si tratta dell’io lirico che si fa portatore – pur cercando in parte di fuggirne – di un tempo lineare e irreversibile: «e soltanto la statua/ sa che il tempo precipita e s’infrasca». Va osservato che, nella poesia in esame, i versi i quali aderiscono maggiormente al filone esistenziale, pongono la vita come dispersione e spreco, il suo svolgersi è ripetitivo: «la vita è questo scialo/ di triti fatti, vano/ più che crudele».
La precarietà, in questa visione, si innesta alla consapevolezza schopenhaueriana del mondo come rappresentazione (e come inganno): nella stessa poesia presa in esame, «la rapace fortuna è già lontana» evoca, con estrema lucidità, la fugacità dei momenti favorevoli e la caducità della felicità umana, richiamando – per analogia – la meditazione leopardiana in cui la gioia precaria precede inevitabilmente il disincanto. In entrambe le prospettive emerge una consapevolezza radicale della condizione umana, sospesa tra desiderio e irreversibile perdita, tra attesa e ineluttabilità del tempo.
Come già enunciato nella prima parte, la postura montaliana presenta anche una dimensione sociologica. L’io lirico trasla, in alcune rare ma significative occasioni, in un più ampio ‘noi’, collettivo e collettivizzante, esplicito o implicito. Questo ‘noi’ non indica tanto un gruppo sociale concreto, quanto una comunità esistenziale di individui accomunati da una stessa condizione di crisi, di disincanto e di perdita di senso.
[…]
È ora di lasciare il canneto
stento che pare s’addorma
e di guardare le forme
della vita che si sgretola.
Ci muoviamo in un pulviscolo
madreperlaceo che vibra,
in un barbaglio che invischia
gli occhi e un poco ci sfibra
[…]
Tralasciando il già usurato – e usurpato – verso: «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», i versi su riportati, appartenenti ai cosiddetti “Ossi brevi”, sembrano altresì interessanti per quella sorta di soggettività plurale che ci rende tutti protagonisti o partecipi della scena. Montale approda infatti ad un ‘noi’ esistenziale, un ‘noi’ antropologico, che unisce gli esseri umani nella loro condizione comune di fragilità, disorientamento e fatica.
Questo plurale si lega a una postura sociologica implicita. Montale non descrive direttamente la società contemporanea, non è un poeta del realismo sociale. Tuttavia, il mondo che appare nei suoi versi porta le tracce evidenti della crisi del primo Novecento, come hanno più volte sottolineato critici e studiosi della sua poetica.
Il «pulviscolo madreperlaceo» diventa allora la metafora di una modernità frantumata, in cui gli stimoli si moltiplicano, la percezione si fa accecante («un barbaglio che invischia gli occhi)», ma la sostanza sfugge. Montale non denuncia questa condizione – non è il suo intento – ma la registra con lucidità, offrendo una testimonianza poetica della precarietà condivisa. Il suo è il gesto di un osservatore che vede il mondo sgretolarsi e, pur senza giudicare, ne rivela la consistenza friabile. In questo senso, la sua poesia esprime una forma di solidarietà silenziosa: la consapevolezza che tutti, indistintamente, ci muoviamo dentro la stessa incertezza.
Serena Mansueto
Riferimenti bibliografici
Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, Milano, 2024
Antologia della poesia italiana, a cura di Cesare Segre e Carlo Ossola, Einaudi, Torino, 2018
Claudio Scarpati, Invito alla lettura di Eugenio Montale, Mursia, Milano, 1973
Maria Zambrano, Filosofia e poesia, Edizioni Pendragon, Bologna, 2018
Lanfranco Caretti, Giorgio Luti, La letteratura italiana per saggi storicamente disposti, Mursia, Milano, 1973
Salvatore Guglielmino, Guida al Novecento, Principato Editore, Milano, 1971
Eugenio Montale, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976