Il percorso poetico di Marco Fazzini va dal 1990 al 2020 e porta con sé un ampio respiro europeo. Questa opera si presenta con l’introduzione di Douglas Reid Skinner che puntualizza sulla lateralità dell’autore rispetto alle varie tradizioni contemporanee italiane e riconosce lo sguardo del poeta volto a osservare la piccolezza umana «di fronte all’immensità dei cicli naturali, e la lotta della poesia in un mondo tecnologico che si fa sempre più ignorante circa l’importanza del mito, della metafora e della profondità del linguaggio.».
In una vita di viaggi favolosi risuonano gli accordi delle storie «Tra barche nelle vigne parcheggiate,/case in affitto, e ritrovi per sub,». L’odore che attrae è la tensione aurorale verso «una ricerca di miti che permane». È l’amaro che si coglie dentro, per quel senso di indifferenza che ci imprigiona nella Storia. E quando svanisce questo senso di colpa e si torna ad essere amici della coscienza, vi è il riconoscimento della Bellezza, della qualità primigenia di ogni cosa, si fa forte il senso di riconoscenza e quello di esistere per il mondo: «mai fu il vino così rosso/e il pane così bianco.». Il richiamo è all’isola, il guscio dell’estate dove il vento muove il mare e «muovono anche, gridando,/gli uomini le barche.» e tutto in essa si fa eterna resistenza al tempo, al destino. Tutto segue quell’ordine ontologico che mai spegne lo sforzo e la lucida imperturbabilità di fronte agli eventi. Nella memoria la combinazione dell’acqua e dei luoghi, di quell’odore interno che è «liquido di gravidanze/di mille e mille donne incinte,/e lacrime d’amori e dolori». Sono queste le sintesi indistruttibili perché gli odori del passato, le emozioni sono come i suoni musicali, sono «rari sublimatori dell’essenza della memoria». Tuttavia significare è poca cosa quando a tornare è il profumo di una conchiglia che non si è saputo ascoltare e quel Silenzio che parla del tutto e del niente vaga nel vuoto o nel cosmo senza dire. È un po’ come la solitudine infantile che è più segreta della solitudine dell’uomo, poiché, è nell’isola della maturità che riconosciamo quella solitudine. E in questo caso torna, forse, nel poeta la rêverie naturale sperimentata da bambino, libera di unirsi al suo mondo e al contempo di farsi cosmica. Si dà vita a questa ispirazione della rêverie dell’essere per il mondo. L’io cresciuto negli anni si ricongiunge alle memorie che riportano Il canto dell’isola, unita solo al«richiamo del chiurlo invece del riso degli uomini,/il gracchiare del gabbiano invece di banchetti conviviali». L’isola è il sé, nel suo nascondiglio ricco dell’infinito che ci portiamo dentro, delle esperienze fatte, delle conquiste amate e sofferte, ricco dell’io e del tu: «Il silenzio laggiù/è una porta sopra al cosmo,/l’origine pre-umana/d’un epoca incolore/quando si sogna tranquilli/davanti ad acque tranquille.». Quasi che la tensione e l’ansia siano dovute al consorzio umano, alla velocità del mondo che non sa fermarsi a contemplare il Silenzio e le sue ragioni, le Bellezze che vi si racchiudono e quelle dei luoghi che chiamano. I pensieri e le cose vanno in quel trapasso come semenza, e sono schiaffi, carezze e intemperanze, è come insegnare il riserbo alla gioia. La Natura per il poeta è metafora per eccellenza di tutto il sentire arcaico dell’uomo e la terra stessa dell’isola è una« profondità vivente», «e se è vero che si sogna/davanti a una sorgente,/l’immaginazione scopre/che l’acqua è il sangue/di quell’essere terreno./E le maree il suo respiro.». Quel che è vero, in questa sezione del libro, è che la Natura medica ogni cosa e il luogo si fa la «patria poetica» delle emozioni più profonde, dei sentimenti più veri e «l’occhio cuce vegetazione e sangue». Vi è un’amicizia stretta e difficile con la malinconia che muove le onde di quel mistero che ci portiamo dentro e poi si fanno strada quelle fluorescenze e penombre che sono le nostre fragilità e quelle che ci passano accanto ogni giorno. Ma qui la fragilità si fa risorsa che permette di crescere grazie a quello «specchio» del passato su cui nasce un pensiero lungo, una riflessione nostalgica e di cura, di conoscenza, «un segno del passato/che nel presente porti/luce e strada a futuri eventi.». E non c’è bisogno delle dediche a Seamus Heaney, a Douglas Livingsone, … , la poesia di Fazzini è chiara, limpida, parla da sé perché: «Alla poesia non giungi/se non per il candore/d’un gabbiano che ride/su labbra, o nuvole.». E dunque tutta la bellezza dei luoghi della natura e dell’anima ci stupiscono e non ci distruggono, appartengono a quella vertigine di gioia che induce ogni cosa a rivelarsi e, così, come ogni cosa, ci chiama e ci offre una splendida interpretazione. Qui il dialogo con i due mondi interno ed esterno non è sulla soglia della parola ma manifesta il carattere già pronto dell’uomo a cogliere quanto di più vivo e vero ci sia in ogni cosa a dispetto di ogni ragionevolezza. È un gioco riuscito tra terra e anima, è un viaggiare che non ha un fine se non quello di provare una felicità mai provata prima, nel mentre si scrive e si racconta il mondo. È «il tagliente scandalo della felicità» e poi … via, via tutti gli incontri internazionali che il mio amico Fazzini ha intrecciato, come Un bacio, «un’aritmetica d’amore». Eppure prima o poi arriva l’”improvviso”, e, pezzo su pezzo, gli uomini e i limiti, le diminuzioni chiamano fiumi d’aria e l’inizio perduto si rammarica per non aver nemmeno iniziato. E, allora, all’orizzonte c’è la vita, quella vera e il poeta non la nega:
Non so
[ … ]
È l’orizzonte
a essere crudele,
spostando il nostro errare
sempre un po’ più in là
dove il vento cerca
muove vele
e soffia dritto
alla vacuità.
Marco Fazzini insegna inglese e letterature postcoloniali presso l’Università Ca’ Foscari (Venezia). Ha pubblicato saggi sulle letterature postcoloniali e la poesia contemporanea di lingua inglese. Ha tradotto, tra gli altri, Hugh MacDiarmid, Philip Larkin, Geoffrey Hill, Douglas Dunn, Charles Tomlinson, Douglas Livingstone, Norman MacCaig ed Edwin Morgan. I suoi libri più recenti sono due raccolte di interviste con poeti del Secondo Novecento: Conversations with Scottish Poets (2015) e The Saying of It (2017). Le sue sillogi maggiori di poesia sono: Nel vortice (1999), XX poesie (2007), 24 Poems (2014) Riding the Storm – 0 New Poems (2016), 21 poesie/poemas/poems (2017), e Island canto – A poem in 20 movements (2020).
Rossella Frollà
Deserto del Namib
Non rimane che l’attesa
a ora tarda di barcane
a mezzaluna sopra i rostri
d’un deserto inaspettato.
Di null’altro che il ricordo
è la vita un acumine di polveri.
Namib Desert
Nothing remains but the waiting
at a late hour for the half-moon
barchan dunes above the battering ram
of an unexpected desert.
Life is a sharp blade of dust
made of no more than memory.
Al Capo
Quell’anno s’arenò una ciurma stanca
sull’inganno di maree primaverili,
tra caleidoscopi di soli
e cetacei lenti alla deriva.
Quell’anno, prima delle ruggini,
delle geometrie di sali innervati
dall’oceano, prima che le rotte
divenissero mistero delle onde.
Quell’anno incominciai
a ridere di noi, dei coralli
delle nostre vite, atolli che s’orlano
ogni giorno di nuove scorie,
pulsando nel tumulto di forze
innaturali. Fu l’anno che vidi
alzarsi sulla riva la scia
d’un leopardo alla rincorsa.
At the Cape
That year, deceived by spring tides,
the tired crew ran aground
among kaleidoscopes of suns
and slowly drifting cetaceans.
That year, before the rusts,
the streaked geometries of ocean
salt, before the routes
became a mystery of the waves.
That year, I started
laughing at us, at the corals
of our lives, atolls fringed
daily with fresh scum,
pulsating in the turmoil of unnatural
forces. It was the year I saw
dust trailing in the wake
of a leopard on the run.
Welwitschia Mirabilis
Un assegai piantato tra dune
e venti e ritorni di dune
gravita ora nel tuo occhio
di conifera nana pulviscoli
di carne e di osso annotati
dal tempo sopra fogli di nebbia.
Bevendo, bevi tristi battaglie,
fondi d’attese, millenari kraal
deserti, motivi pizzicati sull’arco
d’un boscimano solo che s’attarda
sul tuo cuscino di foglia e trema
nella scheggia d’un sogno.
Welwitschia Mirabilis
An assegai planted among dunes
and winds and recurring dunes
now gravitates into your dwarf
conifer’s eye, the dusty pollen
of flesh and bone recorded
by weather on pages of fog.
Drinking, you drink sad battles,
aquifers of waiting, deserted thousand-
year-old kraals, tunes plucked from the bow
of a solitary bushman who lingers
on your cushion of leaf and shivers
in the splinter of a dream.
