Per fede essi chiusero le fauci dei leoni – Eleonora Ines Nitti Capone

Per fede essi chiusero le fauci dei leoni (Pequod, 2023), questo il titolo dell’ultima raccolta poetica di Eleonora Ines Nitti Capone. Per fede, cioè attraverso la fede, l’uomo può fare molto se lo sguardo è rivolto all’operato dei santi (ne parla Massimiliano Bardotti nella sua prefazione, i santi sono coloro i quali ammansivano le belve feroci, la natura crudele). Per renderci il più possibile edotti di questo concetto, troviamo a introdurre questa raccolta dei versi biblici dal libro degli Ebrei. Proprio dai versi citati viene il titolo del libro della Capone, e questi cominciano così: “Per fede, essi passarono il Mar Rosso come fosse terra asciutta. […] spensero la violenza del fuoco, sfuggirono alla lama della spada”. Imprese impossibile senza un sommo aiuto, un aiuto “sovrumano” nel senso più positivo del termine; ma con questi suoi versi la poetessa e come se ci stesse confortando e rivolgendo una promessa che viene da lontano: “Esiste un mondo oltre il volto delle cose visibili del mondo / che io sono capace di incontrare solamente a volte”. Siamo limitati: questa è sì l’umana tragedia ma altresì la nostra grazia, perché siamo condotti a conoscere poco a poco la vita nella sua pienezza e totalità.

Il tema principale della raccolta della Capone è questo piccolo grande miracolo: una presenza altra nel nostro mondo. Di nuovo, come un’entità scelta dal divino, il poeta è colui che questa presenza è capace non solo di percepirla ma anche di verbalizzarla e spiegarla a tutti gli altri esseri umani. Teatro del dono è la natura, prima vera creatura di Dio in terra: «[…] è veramente vero che prego soltanto se sento / soffiare dentro di me ogni vento del mondo.»

Quale ruolo assume la preghiera in questa raccolta poetica? Spesso questo gesto sacro torna nel momento in cui la poetessa si trova a diretto contatto con un segno dell’Altro, segno che l’ha sentita, segno che c’è. Allora la preghiera può essere implorazione a rimanere, ma può essere anche un più intenso gesto con cui si riconosce la grazia ricevuta. Di questa gratitudine sono pieni questi versi: «La casa dove vivo esiste anche se io mi assento alle sue mura / così, ugualmente, procede sola inerte la mia vita se io mi assento ad essa». È questo il riconoscimento di avere qualcosa che ci è stato donato, che amiamo follemente quando ce ne rendiamo conto, ma che se ignoriamo o dimentichiamo non ci abbandonerà. Perché Dio lo sa perché ne dimentichiamo i doni, l’amore, la presenza, e resta ad aspettarci.

È allora che anche il dolore diventa dono, attesa e segno di qualcosa di più grande. Perché se è vero che noi siamo creature del Sommo Bene, è altresì vero che abbiamo il tempo, la morte, il dolore. Ma tutto ci ricondurrà all’origine, al nostro vero e unico punto, e di questo abbiamo segno anche in questa vita. Ce lo spiega bene la poetessa con questi brevi versi: «Il senso è rivelato quando la tempesta / non uccide e invece mi conduce / con dolore alla riva che davo per perduta / ed il dolore è stato servo a questa luce.» Non esiste parola più bella ed efficace, in questi versi, che “servo”! Sempre più spesso intesa in modo negativo, ha invece una valenza estremamente positiva quando lo scopo è il bene. Perché nel momento in cui qualcosa di dannoso come un dolore conduce al miracolo finale, allora il ricordo non è più contaminato ma anzi viene visto con amore. Non può che comparire, nei versi subito successivi, un rimando alla scrittura e al mistero dell’ispirazione poetica: «Piangi cuore mio, di gioia e di dolore / che la lacrima fa inchiostro e l’inchiostro poi fa l’oro».

Di questo lavoro poetico stupisce, in più, il materiale in prosa che divide come in sezioni questo libro. In particolare, come ultimo testo, troviamo Il Popolo in cammino. Il lettore può trovare particolarmente evocative queste parole: «Di questo popolo non facevano parte tutti gli uomini della terra ma solamente alcuni, coloro che erano stati scelti poiché avevano scelto». Chi erano questi? Uomini chiunque che si sono ritrovati a riconoscere una voce, Qualcuno che li stava chiamando. Allora è come se si fossero riuniti e, tutti insieme, comandati dallo stesso desiderio e dalla stessa necessità, si fossero messi in cammino. Quanto spesso questa tendenza viene oggi assecondata? In realtà non ci importa, perché fosse anche solo un’anima a seguire questo richiamo basterebbe per dire “è vero”. Ne basterebbe uno solo per chiamarne altri cento e destarli da una specie di sonno.

La poetessa ci spiega come questa vera e propria vocazione che porta al cammino, alla ricerca, spesso, soprattutto all’inizio mi verrebbe da dire, non viene spiegata. Questo però non annulla la sua potenza, anzi la amplifica perché significa che dentro di noi ce n’è in abbondanza. Scrive: “Spiegami, amore, l’amore mio per te poiché io non lo capisco / questo incendio che mi brucia il petto / ed il fuoco che non lascia distruzione ma abbondanza […]”. Qui troviamo il senso di ogni vocazione, di ogni apparizione che ci chiama e sconvolge tutto. È un fuoco che non distrugge ma illumina, chiarifica le nostre vere intenzioni e rende l’amore più amore. E il lettore si accorge subito di un’evidenza: per dimostrarlo non c’è bisogno di parole complesse ma di questa semplicità disarmante di cui la Capone è capace dall’inizio alla fine.

C’è una poesia, tra le ultime di questo libro, che credo possa riassumere il senso della parola “consapevolezza”. Una parola difficile, che molti filosofi o religiosi possono cercare di spiegare e sviscerare nei più complessi dei modi. Ma basta dire semplicemente che: “Niente vale delle cose umane / nemmeno la più alta delle cose che conosci che tu credi ne sia esente / tranne la scintilla ardente in mezzo ai seni / che, infatti, è appartenente a ciò che in te travalica l’umano”. Non è facile, lo potrebbe dire chiunque, ma è necessario arrivare a questo grado di consapevolezza del proprio limite. D’altronde, come qui scrive la poetessa, è vero che tutto di noi è limite, noi in quanto esseri umano siamo l’urlo della parola “limite”. Ma siamo anche stati creati per portare quella “scintilla ardente” come testimonianza di Altro. Il nostro compito è, allora, scoprirla in noi per così renderla evidente nell’altro. Senza di essa saremmo poco più che carne condannata alla morte e alla disintegrazione. Invece siamo qui, chiamati all’infinito, con questa scintilla che ce lo annuncia.

Caterina Golia

 
 
X
 
La santità, ad esempio, è che cantano gli uccelli
                            [e che le orecchie tue sanno sentirli
è che in questo istante da qualche parte al mondo
                            [infuria il mare e qualcuno muore di questo suo
                                       [infuriare
e qualcuno di questo suo infuriare invece vive
la santità, ad esempio, è che tu mi puoi sentire
e il petto tuo respira e senza esitazione lui sa
                            [respirare senza che tu mai gliel’abbia chiesto.
 
 
 
 
XV
 
Tutti i venti del mondo soffiano dentro di me
quando nel modo in cui posso per un momento
                            [accade che prego
ed è veramente vero che prego soltanto se sento
soffiare dentro di me ogni vento del mondo.
 
 
 
 
LX
 
Niente vale delle cose umane
nemmeno la più alta delle cose che conosci che tu credi
                            [ne sia esente
tranne la scintilla ardente in mezzo ai seni
che, infatti, è appartenente a ciò che in te
                            [travalica l’umano.