Non è la fine del mondo – Maddalena Lotter

Non è la fine del mondo (Mar dei Sargassi 2025) di Maddalena Lotter è, a tutti gli effetti, un’opera di fantascienza. Già nel Prologo si manifestano i tratti distintivi del genere: l’ambientazione è un futuro (non troppo remoto) e marcatamente distopico, in cui l’Europa – e con essa il sogno europeo, che qualcosa di autentico e promettente lo aveva pur contenuto – è ormai crollata, lasciando spazio a un paesaggio scuro e devastato, dove regna un’atmosfera asfissiante, sulfurea e residuale. Le terre, spaccate e incrostate, emanano fumi e fuoco, mentre la lingua stessa del testo si deforma in una musica aspra, ripetitiva, dolente.

Già nel primo componimento la forte allitterazione di suoni duri e gutturali amplifica la desolazione e dà voce ad una terra agonizzante, corrosa dal tempo, dai fallimenti, dalla materia incandescente: E pensare che era stata l’idea migliore / nel tempo abbandonata, / così belle sono sempre e solo / le realtà impossibili. / Rughe fonde della terra / taglienti picchi di nera roccia / e fuoco, e zolfo furente / questa è ora / Europa / dormiente, che non sapeva di finire / niente nel niente, p. 9. In questo contesto, una navicella spaziale pilotata da una intelligenza artificiale, Humanity, si avvia verso un viaggio interstellare oltre l’orizzonte degli eventi di Ananke, un buco nero, il cui nome rievoca la forza della necessità, l’inevitabilità, l’unica soluzione futura veramente possibile, per dare all’uomo l’opportunità di lasciarsi alle spalle il Mondo e le brutture da lui stesso generate (oltreché le sue stesse responsabilità) e ricominciare altrove; la Terra, insomma, viene vista come un usa-e-getta spaziale (buttare tutto alle spalle / di un altro corpo celeste, / come a dire che è un nostro diritto / e che noi non c’entriamo niente / con quel relitto / ricominciare su un’altra Terra da un anno zero / così, facilmente, p. 11).

La scrittura della Lotter è estremamente versatile: pur partendo da una base narrativa di matrice fantascientifica, in cui però si insinua anche l’unheimlich, l’elemento perturbante, associato in questo caso all’horror cosmico (e d’altronde l’astro guida dell’esergo iniziale è proprio H. P. Lovecraft, un maestro in questo genere), Lotter si destreggia tra varie tipologie di scritture: dal diario di bordo tenuto da Humanity per documentare il viaggio interstellare alla ricerca, oltre Ananke, di nuovi esopianeti abitabili, alla forma di decreto legge in cui il governo dà la disposizione di distribuire antidepressivi ai cittadini ormai sopraffatti dall’ansia della fine, alle scene concitate in cui si descrivono i contatti tra Humanity e la Casa Bianca, fino ad arrivare ad una sublime poesia lirica.

La poesia lirica assume quasi un tono elegiaco, nostalgico, con picchi di forte intensità quando l’oggetto della contemplazione è il pianeta Prospero: irraggiungibile, in un angolo remoto dell’Universo anni luce da Cape Canaveral (località in Florida in cui si effettuano di regola lanci spaziali), Prospero “è un altro pianeta perfetto”, ricco di vegetazione, rigoglioso, è il pianeta verde, in cui gli alberi si parlano tra loro – come sappiamo che anche i nostri fanno – attraverso messaggi continui e intermittenti ((…) Una rete capillare scorre sottoterra / nelle radici e nell’humus, / senza bisogno di eleggere un capo / sotto il muschio è una tempesta di messaggi p. 49). È chiaro come il paragone con lo stato in cui abbiamo ridotto la Terra non potrebbe essere più impietoso. C’è però una variazione, rispetto alla poesia lirica tradizionale: spesso in Non è la fine del mondo a dire “io” non è una figura umana, ma è l’intelligenza artificiale, Humanity, la quale si esprime sia alla prima persona singolare sia alla prima persona plurale, come il prodotto e il risultato finale dell’intera umanità (meccanismo che mi fa pensare ad alcuni lavori di poesia contemporanea più innovativi, tra cui Fly Mode di Bernardo Pacini Amos Edizioni 2020, in cui l’io poetico è un drone, simbolo di un punto di vista sospeso tra tecnologia, umanità e distacco emotivo).

Sicuramente, l’ultima sezione (Qui, Altrove) del libro è quella in cui si fanno espliciti tutti i timori che il lettore avverte sotto la spinta di una sempre più acuta eco-ansia, peraltro continuamente alimentata dai fatti concreti del nostro presente: dopo la conflagrazione unversale durante la quale miriadi di uragani si sono abbattuti sulla Terra, gli smottamenti l’hanno devastata irreparabilmente, i fiumi e i mari sono esondati ricoprendo tutta la superficie terrestre, la vita certamente non scompare, ma verrebbe del tutto meno una soggettività raziocinante; ciò darebbe inizio ad una nuova era geologica post-umana ((..) In seguito alla marea grande / che sommerse ogni cosa sulla Terra, / ci fu un periodo felice di stasi. / La vita c’era ancora, invisibile, brulicava magnifica / ma solo interiormente / nei sogni senza contorno di una soggettività diffusa, p. 47). Se, prima del cataclisma, si avvertiva ancora il bisogno di un eroe e la voce caricaturale dell’epigrafe — “Ci salverà Duffy, è lui l’eroe!” (da Looney Tunes Back in Action) — mescolava all’urgenza del salvataggio un brivido farsesco, rivelando l’impotenza dell’eroismo stesso in un mondo ormai prossimo al collasso, subito dopo, la citazione da Lucrezio — Corporibus caecis igitur natura gerit res — strappa via ogni residuo di illusione: la natura agisce attraverso corpi ciechi, atomi privi di intenzione, e tutto, anche noi, è destinato a disfarsi nel vuoto. Oltre l’ironia, oltre la parodia, resta un determinismo radicale, in cui la dissoluzione della soggettività non è che un passaggio necessario: in balia del clinamen, potremmo forse un giorno assumere altre forme, ma non per volontà, né per salvezza — solo per caso.

Claudia Mirrione

 
 
E pensare che era stata l’idea migliore
nel tempo abbandonata,
così belle sono sempre e solo
le realtà impossibili.
Rughe fonde della terra
taglienti picchi di nera roccia
e fuoco, e zolfo furente
questa è ora
Europa
dormiente, che non sapeva di finire
niente nel niente.
 
 
 
 
Anno 2651 d.C., forse devo cominciare
a indicarlo sempre nei miei appunti
per non perdere il segno del nostro tempo,
di com’era,
visto che qui è tutto diverso
e non c’è giorno e non c’è notte
dietro l’orizzonte del grande Ananke,
volano gli ammassi e i superammassi
e la sensazione è di tornare indietro
alle esplosioni, ai processi di fusione
dove siamo già stati.
In questo silenzio mi è capitato infatti
di ricordare.
 
 
 
 
Nell’ultimo giorno del mondo
per come noi lo conosciamo
su muri rossi e affumicati
torreggia un immenso varano,
le scaglie del dorso rilucono
in brevi lampi d’argento
l’occhio sottile è puntato
su quello che resta della foresta
e la furia del fuoco sulle città abbandonate
segna l’inizio, o il ritorno
a una durevole e stabile
e leggendaria era dei rettili.
 
 

 
 
 
 

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