Nino Buccellato – cenni biografico-stilistici

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Nino Buccellato – cenni biografico-stilistici.

Nino Buccellato (1915 – data e luogo di morte incerti. Secondo il sito openlibrary.org sarebbe deceduto nel maggio del 1983, a Roma), nativo di Castellammare del Golfo (Trapani), ha trascorso la sua vita prima a Roma e a Salerno, poi all’estero, ed è stato rettore di convitto nazionale, preside, giornalista, narratore e poeta. È stato accolto favorevolmente dalla critica grazie alla raccolta di racconti Il vulcano non si spegne (Edit. Macchia, Firenze, 1953). Fra i poeti moderni è stato uno dei più originali e completi, dato che nella raccolta Le soste (Edit. Vallecchi, Firenze, 1966) ha saputo bilanciare il senso del divino e le istanze sociali del mondo contemporaneo.

Nella prefazione alla sua seconda ed ultima raccolta di poesie, Uomo di terra (Edit. De Luca, Roma, 1973), Gaetano Gangi scriveva:

“Le poesie più recenti […] brevi, essenziali composizioni, che quasi nulla concedevano e concedono alla sonorità, affidate esclusivamente a sorgenti di suono, pareva che s’irradiassero da nuclei intelligibili, e che ricomponessero emotivamente tutto un mondo, con una varietà assai più ricca di quanto, al primo incontro, non fosse possibile sospettare. Questa qualità della poesia di Nino Buccellato, «poesia notevole», com’ebbe a definirla Ungaretti, era già molto evidente nelle Soste, ma in Uomo di terra sembra giunta al sommo dell’intensità, della castigatezza e, se si vuole, del suo stile. Quando il silenzio in questo libro è più vasto, più prepotente, proprio allora traspare ciò che la parola ha evitato di dire. Se non mi inganno, Buccellato è ora massimamente sé stesso, come chi, avendo raggiunto una cima, deve darsi pensiero (anche in segreto) dell’altro versante. […] Se nelle Soste l’azione poetica di Buccellato era promossa, come volli giustamente scrivere, da un dissesto della natura umana assai più significativo di avvenimenti quali la prigionia dell’autore o il dopoguerra o le passioni intellettuali degli anni Cinquanta (le poesie documentavano necessità sociali, sollecitazioni autobiografiche, emozioni metafisiche), in un Uomo di terra Nino Buccellato dissolve il peso delle sue vocazioni (eco è una delle parole chiave del libro). Le composizioni che continuano il filo delle Soste appaiono ancora più rigorose, più aeree.

Sopraggiunge, intanto, un gruppo di poesie nuovo, coerente, chiaro. Buccellato lascia una traccia della sua terrestrità servendosi non di simboli ma di particolari: ora isolati e perfino misteriosi, ora profondamente inseriti se l’occhio del pensiero, allontanandosene, trova il giusto punto d’osservazione. Avventura offre un commosso progetto della macchina cosmica. Nelle Soste predominava, assolata, l’esperienza di un villaggio siciliano. Ma in questo nuovo libro appare, invece, una singolare notte. La terra stessa è notte, con la sua opacità, con i suoi giacimenti, con la sua memoria che è, anche, invenzione dell’incandescenza dei colori e delle stelle. Buccellato, uomo di terra, è questa sua terra la quale ama, genera, ripensa. Sempre dalla parte della riva, egli ha dentro di sé tanto mare, venuto da una terra soltanto madre, da una terra che in questo libro ha generato l’universo. E l’avventura dell’essere e del poetare non si compie, qui, oltre le soglie del mito?”.

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 
Estratto da Le Soste (Vallecchi, Firenze, 1966)
 
 
RISPETTO
 
Sono chicchi
d’una stessa melagrana
i nostri sogni.
Non tagliare la corona.
Non tagliare la corazza.
Lascia il segreto
della notte.
 
 
 
 
 
 
UN MURO DI BUIO
 
Ho vissuto altre vite.
Un’immagine rimasta nel buio
m’appare sol ora.
Non so in che mondo
che vite ho vissuto.
C’è un muro di buio.
 
 
 
 
 
 
NON SO DIRE
 
Non so dire
che libero
è lo spazio
al fiore che soffre
in un vaso ristretto.
 
Non so dire
che libera
è l’aria
alla fiamma che muore
che libero
è l’urlo del vento
a chi non ha voce.
 
Venne e mi disse:
tu nascerai
quando sarai morto.
 
Io chiusi gli occhi
e sognai la vita.
 
 
 
 
 
 
È ANCORA NEL GRETO
 
È ancora nel greto
quel sasso levigato.
Si cercavano i nostri piedi
nell’acqua di cristallo.
 
È già nel mare salato
di tutte le stagioni
quell’acqua dolce.
 
 
 
 
 
 
IL CARDO
 
Con chi divido
il mio cardo spinoso?
Ho diviso il mio pane.
Ho diviso l’acqua.
 
Con chi divido
il mio cardo spinoso?
 
Chiudon porte e finestre
lungo il sentiero.
 
Con chi divido
il mio cardo spinoso?
 
 
 
 
 
 
Estratto da Uomo di terra (De Luca, Roma, 1973)
 
 
IL MIO SUD
 
Occhiaie fisse sul mare.
 
E il vento reca
schianto di vele abbattute.
 
Dolore serbato nel nero.
Sorriso d’un bimbo
aperto fra due rughe.
 
Digiuno serrato fra i denti.
 
 
 
 
 
 
VISIONE
 
Una terra
dove l’orizzonte
non separa mare da cielo.
 
Sole e stelle
senza tramonti.
 
E il tempo non morde.
 
Vedo una terra
soltanto madre.
 
 
 
 
 
 
CAMPO XXIX
 
Sulla landa
i fili spinati
pendono
ancora crocifissi
ai legni marciti
ma il cielo
si è aperto.
 
Sulla terra risuscitata
steli d’erba bambini.
 
 
 
 
 
 
PICCOLA CANZONE
 
Vorrei ancora giungere inatteso.
 
Tu eri affaccendata
l’abito e i capelli non curati.
 
«Non t’aspettavo»
dicevi a scusa rossa
di gioia e di disagio.
 
«Non t’aspettavo»
 
Ed io crudele
mi beavo
della sorpresa.
 
 
 
 
 
 
AVVENTURA
 
E fu il primo punto
della linea.
 
Nessun resto di morte.
 
Solo il domani.
 
Poi fu la curva
e la curva si chiuse.
 
Cerco il primo punto
ma sul cerchio
la strada non ha fine.
 
Ogni attimo
è soltanto ieri.