In continuità con gli speciali pubblicati nell’estate 2024 (QUI), si propongono alcuni articoli aventi come oggetto autori rappresentativi della letteratura italiana. La redazione prevede l’individuazione di “una parola – chiave” indicante un sentimento, un’emozione, un oggetto, un’esperienza, a partire dalla quale presentare la lettura e l’interpretazione degli autori scelti secondo direttrici tematiche e/o biografiche. Possibile nel medesimo contributo il riferimento a più autori.
Le precedenti parole chiave, a cura di Giulio Mazzali, sono state Esilio (QUI), Specchio (QUI), Tempo (QUI). Quella di questo intervento, di cui pubblichiamo oggi la seconda di due parti la prima QUI), è: Dolori.
Nei versi il comune dolore: Elio Filippo Accrocca e Giuseppe Ungaretti
[continua dalla prima parte]Ma la poesia forse più intensa e struggente è inclusa nella raccolta Un grido e paesaggi, del 1952. Scritta in Brasile subito dopo la morte del figlio – e inclusa inizialmente nel canto Giorno per giorno – non venne inserita dall’autore nella raccolta del’47 perché sentita troppo immediata e personale. Al centro della composizione la morte tragica del figlio, la notte in cui l’insonne Antonietto, ormai stremato e agonizzante, gridò “soffoco”. In questa lirica, tuttavia, dopo aver riferito i suoi ciechi e angosciosi ricordi, divenuti addirittura tangibili, il poeta rovescia il comune senso del destino:
“Ti vado a prendere il vestito a casa,
poi nella cassa ti verranno a chiudere
per sempre. No, per sempre
sei animo della mia anima, e la liberi.
Ora meglio la liberi
che non sapesse il tuo sorriso vivo:
provala ancora, accrescile la forza,
se vuoi – sino a te, caro! – che m’innalzi
dove il vivere è calma, è senza morte.” 1
“[…] per sempre. No, per sempre” (v. 39). È a partire da questo verso, per poi proseguire nell’intera strofa, che “un per sempre” – come sottolinea Davide Rondoni – diviene “un altro per sempre”2. Alla perdita definitiva e annientante del figlio, infatti, si contrappone un altro “per sempre”, in cui il poeta, respingendo il baratro della cupa disperazione, inverte, rovesciandolo, il senso di un destino comunemente inteso come dissoluzione e perdita. “Sei animo della mia anima, e la liberi” (v. 40) – scrive Ungaretti. Il figlio libera la sua anima più di quanto accadesse prima della morte, e il poeta lo esorta a metterlo alla prova, ad accrescere la sua forza fino a innalzarlo “dove il vivere è calma, è senza morte” (v. 45). Il testo appare, ormai, la prova evidente di un’esistenza vogliosa di vivere, refrattaria a qualsiasi resa, nutrita da una fede che maturata nel tempo attribuisce senso all’esistenza nonostante il dolore inesplicabile.
Vicenda, quella di Accrocca, che pur altrettanto dolorosa, appare al contrario priva di rovesciamenti o inversioni. Uomo senza certezze e “solo dubbi” – come si definisce lui stesso in un’intervista rilasciata a Don Santino Spartà3 – dopo la dolorosa esperienza della guerra e la scomparsa del padre Livio nel 1972, il 6 settembre 1973 Elio perde tragicamente, in un incidente motociclistico, l’unico figlio Stefano. La morte del figlio è per Accrocca – citando il maestro e amico Ungaretti – “una spada invisibile”4 che sancisce per lui e la moglie Adriana la perdita definitiva di una condizione irrevocabile. Già nel 1974, nella sezione conclusiva della raccolta Siamo non siamo, dal titolo “Domande” (dedicata alla moglie Adriana per Stefano), compaiono sei liriche ispirate al drammatico evento, composte tra il settembre e il dicembre del 1973. Scrive Accrocca:
“[…]Settembre amaro, settembre crudele,
maledico i tuoi trenta raggiri,
il 6 venga impiccato sul quel tronco!
S’aggrovigliano in me rabbia e follia:
vivo nell’indecifrabile
che si avvolge nelle tenebre.”5
Questi versi, tratti dalla poesia Non accadrà più nulla, fissano la data orribile dell’incidente e confessano, nel groviglio di rabbia e follia, il permanere di una condizione di buio doloroso e indecifrabile. “Come si può resistere all’idea che tutto sia scomparso?”6 – si chiede Elio, riecheggiando nei suoi versi l’interrogativo che anni prima Ungaretti aveva rivolto a sé stesso preda di un dolore soffocante. Interrogativi, domande, che il poeta Accrocca nell’afflizione della perdita rinnova e moltiplica. Nella composizione Domande, che dà il titolo alla sezione dell’opera, ad accompagnare frasi dirette al figlio compaiono domande in corsivo rivolte al mistero sul senso profondo dell’esistenza, sul possibile artefice dell’intero corso umano:
“Siamo legati a un filo esilissimo.
Chi è che muove
Il filo esilissimo dell’esistenza?”7
Nel dolore più buio, tuttavia, Accrocca non smarrisce la sua amara lucidità, e lo sguardo sul suo tempo si fa sempre più acuto e nitido:
“Siamo convinti di essere noi a decidere del nostro domani.
Chi ha la forza di deviare il corso del programma
o di bloccarne lo svolgimento?”8
e ancora:
“Non siamo che insetti domestico – stradali
convogliati da una grande organizzazione di massa
che guida i nostri desideri.”9
Con questi versi scritti a caldo nel ’73 – e poi pubblicati l’anno successivo – Accrocca rinnova, ormai suo, lo strazio già ungarettiano per la perdita del figlio. In un convegno tenutosi a Urbino nel 1979, dal 3 al 6 ottobre, è lo stesso Elio a riconoscere il debito nei confronti del maestro:
“Ungaretti mi ha insegnato a superare l’abisso della disperazione, del vuoto, della solitudine e col suo esempio mi ha indicato quale sia la strada per parlare con un’ombra giovane. Mi ha svelato – a distanza di anni – che la parola (intesa come segno di voce senza limiti) può diventare ‘sentimento del tempo’, dare sostanza all’invisibile.”10
A differenza di Ungaretti, però, Accrocca non trova nella fede religiosa risposte e certezze. Il Caso, “informe legge”11 – così lo definisce il poeta nella raccolta Il superfluo (1980) – sovrasta le vicende umane e l’universo, destinato nella sua cieca noncuranza a fagocitare anche il volto più amato. Queste le risposte che la ragione può offrire:
La ragione – null’altro – mi consegna
un’unica risposta: l’universo
è continua presenza che ci assorbe […]
Termina il tratto di segmento, il numero
dei giorni che l’involucro racchiude:
è il Tempo senza cifre l’Infinito?12
Interrogativo, quest’ultimo, che dall’Infinito si estende alle varie facoltà ed esperienze umane, non risparmiando nemmeno il dolore:
[…]“L’involucro si sa come finisca,
ma il pensiero, il dolore, la memoria,
la fantasia, la parola, il segno?”13
Nonostante le domande, non cessa anche nell’opera di Accrocca il colloquio con un “tu” che continua ad ascoltare, a crescere dentro di lui come in Adriana, “con – sorte” con la quale il poeta condivide quotidianamente la penosa assenza del figlio. Ma chi lo crede solitario si sbaglia, il dialogo dopo la morte si infittisce, a volte orienta, e la memoria, unica realtà tra le mille finzioni e congetture umane, diviene “oggetto” da esecrare oppure benedire:
“Beato chi non sa, chi non ricorda:
la memoria è da uccidere, non l’uomo.
Altro che un dono, la memoria è un peso.
Però se mi mancasse pure lei
oltre che te, mi resterebbe il nulla:
la condanna sarebbe straziante.”14
Ma è la memoria, nonostante lo strazio immedicabile, ad assicurare tra vivi e morti la persistenza di un legame, la continuazione di un colloquio possibile grazie alla “parola”:
“[…] perciò m’invade la fretta
di tentare un legame assurdo impasto
qualche segno che valga finché conta
la parola strumento che rimane
tra presente e passato”15
E durante la scrittura Accrocca sente affiorare un legame che seppur incerto diviene “aggancio misterioso”16, “labile alimento”17 in grado di sostenerlo. Il poeta dimostra di aderire a una religiosità laica fatta di memoria e destinata al fallimento con la scomparsa di cari e conoscenti in grado di preservare, nella mente, le tracce di chi è già vissuto:
“Quando scompariremo pure noi
e quanti ti conobbero,
che resterà di te?”18
Questa la domanda che Elio rivolge al figlio nella poesia Il quadrante, nella raccolta Il superfluo. La risposta è la medesima per Accrocca come per Ungaretti: la poesia, ponte ininterrotto tra vivi e morti, capace di perpetuare nel tempo la memoria di volti amati e ormai scomparsi.
Riferimenti bibliografici
Accrocca E. F., Siamo non siamo, Introduzione di G. Petrocchi, Milano, Rusconi Editore, 1974;
Accrocca E. F., Il superfluo, Milano, Mondadori, 1980;
Accrocca E. F., Poesie, La distanza degli anni 1942 – 1947, Roma, Newton Compton Editori, 1988;
Accrocca E. F., Portonaccio, Presentazioni di L. Luisi e G. Ungaretti, Cori, Edizioni Comune di Cori, 2009 (1949);
Armellino M., Elio Filippo Accrocca, Interprete e testimone del suo tempo, Roma, Fermenti, 2002;
Rondoni D., Il verso crudele e il grido di dolore, in Avvenire, 2020;
Ungaretti G., Vita d’un uomo, Milano, Mondadori, 2022 (1969).
1 G. Ungaretti, Gridasti: Soffoco, vv. 37 – 45, Un Grido e Paesaggi, in Vita d’un uomo, op. cit., p. 304.
2 D. Rondoni, Il verso crudele e il grido di dolore, in Avvenire, 2020, p. 22.
3 M. Armellino, Elio Filippo Accrocca, Interprete e testimone del suo tempo, op. cit. 253.
4 G. Ungaretti, Tutto ho perduto, v. 6 , Il Dolore, in Vita d’un uomo, op. cit., p. 241.
5 E. F. Accrocca, Non ti accadrà più nulla, vv. 21 – 27, da Siamo non siamo, Introduzione di G. Petrocchi, Milano, Rusconi Editore, 1974, pp. 99 – 100.
6 E. F. Accrocca, Ivi, v. 34.
7 E. F. Accrocca, Domande, vv. 4 – 6, da Siamo non siamo, op. cit., p. 103.
8 Ibidem, vv. 10 – 12.
9 Ibidem, vv. 13 – 15.
10 M. Armellino, Elio Filippo Accrocca, Interprete e testimone del suo tempo, op. cit. 155.
11 E. F. Accrocca, La misura, v. 18, da Il superfluo, Milano, Mondadori, 1980, p. 35.
12 E. F. Accrocca, L’infinito?, vv. 7 – 9 e 13 – 15, da Il superfluo, op. cit., p. 26.
13 Ibidem, vv. 4 – 6.
14 E. F. Accrocca, L’impronta,vv. 4 – 9, da Il superfluo, op. cit. p. 30.
15 E. F. Accrocca, La voce,vv. 6 – 10, da Il superfluo, op. cit. p. 32.
16 Ivi, v. 24, p. 33.
17 Ibidem, v. 25.
18 E. F. Accrocca, Il quadrante,vv. 10 – 12, da Il superfluo, op. cit. p. 31.