Montale Collage

Dall’ottavo numero di “Laboratori critici” (l’indice QUI), in presentazione domenica 16 novembre alle ore 11.30, Spazio Hug, a BookCity, con Matteo Bianchi, Giancarlo Pontiggia, Maria Borio, Marco Pelliccioli e Alessandra Corbetta (l’evento QUI, un’anteprima su Pordenoneleggepoesia a cura di Giancarlo Pontiggia QUI), un particolare testo creativo montaliano a cura di Giorgiomaria Cornelio

 

 
 

MONTALE COLLAGE

Viene lo spacco.
La pietra voleva strapparsi,
la dura materia sentiva
il prossimo gorgo, e pulsava.
 
                      Poco s’andava oltre.
 
Certo guardammo muti
Nell’attesa del minuto violento.
E il gemito delle pendìe.
E la lima che sega.
 
Tutto fra poco si farà più ruvido.
 
Eppure il mondo è contento
della sua infinita fatica, e il frullo
che tu senti è soltanto
il commuoversi delle cose
malferme della terra;
la piccola stortura,
la pagina rombante.
 
Tu forse nel fantasma che ti salva:
l’intero passato in un punto dinanzi.
Meno acre la ruggine,
                      non t’impaura.
 
Ti scricchioli t’inciampi,
fa il passo     su la ghiaia
                      del tempo.
 
Ogni forma si squassa.
 
E tutto è più raccolto
e più vicino,
sotto il diluvio del sole.
 
                     (che non finisce)
 
 

Il fatto che, nella mia educazione sentimentale, sia venuto prima Carmelo Bene che Eugenio Montale può sembrare piuttosto buffo. Tra i due, com’è risaputo, c’era una tenera azzuffaglia — nel senso che amavano azzuffarsi sulla reciproca considerazione della poesia. Non starò qui a dire che febbre fosse a sedici anni leggere cose come: «[…] Non si può che confermarsi “stranieri nella propria lingua”». Eppure, nonostante la mia predilezione per Bene (mutuata da Emilio Villa), non fu un verso de l mal de’ fiori a darmi l’idea di cosa potesse davvero l’arte poetica, ma piuttosto la chiusa de Il primo gennaio di Montale: «Erano tanti e il più impresentabile di tutti / perché gli altri almeno parlano, / io, a bocca chiusa». In quegli anni la ripetevo al microfono come esercizio ricorrente in un teatro di ricerca che frequentavo nelle Marche: il Minimo Teatro. Ecco, non sapevo spiegarmi quel finale – lo sprofondare dei versi in una grammatica che pareva non volersi aggiustare, eppure funzionava perfettamente, una volta sciolta in voce. Era tutto un ribollire: scappava, e poi tornava a battere sul palato del mondo come un mistero: «Perché gli altri almeno parlano…».

Ancora oggi, leggendola, questa pila di versi mi sa di un portento che non chiede giustificazione e che — pur calando verso il basso — riesce a compiere, proprio sul finale, un voto di levitazione. «Erano tanti e il più impresentabile di tutti / perché gli altri almeno parlano, / io, a bocca chiusa». Ancora e ancora mi trovo a ripeterli, a ricopiarli qui… Così, la poesia da me amata mi è sempre parsa questo: l’estremo rovesciarsi delle cose in un destino di volo, e viceversa: la missione sotterranea di ogni compito veramente astrale. Soprattutto di tali considerazioni devo ringraziare Montale — e pure Bene, ne sono certo, sarebbe oggi d’accordo.

Giorgiomaria Cornelio

 
 
 
 

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