Libro dell’ansia di Alberto Bertoni


da Pordenoneleggepoesia
 

«Per andare a casa, giro di qua e poi di là?». All’Alzheimer «sopravvive il tuo odore/una radice della voce/siamo qui, io e te/bello e brutto di oggi/pietre lisce del muro.». Si sopravvive all’allarme di queste albe, al limite e alle diminuzioni, alle malattie nel mentre si crea, e avanza in noi stessi quel bene primigenio che si incarna nella parola e in tutta l’arte. E ancora un’altra lingua di fuoco, l’ansia, brucia il mondo da tempo e la cortina di fumo ha intrappolato l’Occidente. È un male comune che si è spinto fino alle alte profondità del cuore. Eppure non è solo esperienza negativa, comunicazione intransitiva col mondo e con il reale. La vita emozionale, quella ferita, e le funzioni neurovegetative hanno bisogno di un’azione emozionalmente distensiva, che possa medicare. E allora arrivano la creatività, l’arte, la parola, la fede. Ho sottomano questo libro di Alberto Bertoni che racconta dell’Alzheimer del padre e dell’ansia, il «convulso» che il poeta stesso dice di aver ereditato da sua madre. Ogni frammento di dolore si incarna nella parola e, lì, la parola, davvero, può farsi terapeutica per il sé e per gli altri che la condividono. Ci sono in questa raccolta le ragioni del cuore, l’ansia che lo fa accelerare e i battiti che invadono il corpo e la coscienza e poi ci sono le ragioni della ragione che analizza, controlla, categorizza. Ma l’ansia quando si fa risorsa ha lo stesso linguaggio dell’anima, quello del Silenzio che risale l’io con tutte le sue ricchezze e provoca la parola, e cura e non ferisce. Vi è in questi versi una facoltà intuitiva che si sviluppa da una contemplazione dura e tenace, faccia a faccia con la malattia. E poi le figure dell’ansia si muovono nella traduzione che Bertoni fa del libro L’età dell’ansia di Auden, in «un gioco di equivalenze poetiche (e metriche, prosodiche, linguistiche), più che rendere conto «all’esattezza letterale della lingua» del poeta. Già due premi nobel hanno collocato la portata storica e l’attualità del poema di Auden: Iosif Brodskij e Seamus Heaney. E così, il nostro autore, pagina per pagina, resta affascinato dal verso, dalla strofa, dalla parola di Auden che «è poeta di gelida, arguta, aspra ricchezza». È questo per Bertoni «un’ecloga barocca composta nel cuore del Novecento, vale a dire un poema strutturato drammaticamente fra dialoghi e soliloqui, la cui declinazione pastorale (soprattutto per quanto concerne talune allegorie dell’origine) e antropologica rimanda di volta in volta a effetti metapoetici e/o a interrogativi pressanti sulle cose ultime della nostra esistenza umana e terrena, percepita da un buco nero di una guerra.». E a noi, che oggi è dato di assistere impotenti all’eco delle bombe che risuonano nel mondo, viene dettata dalla storia una riflessione lunga sul come trovare dentro di noi le risorse proprie di ogni fragilità per apprezzare e ammirare ogni creatura nella sua qualità originaria. È questa l’unica forma di resistenza al male, l’unica arma pacifica.

Rossella Frollà

 
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