Le trascurate – Giancarlo Majorino

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Le trascurate - Giancarlo Majorino

Le trascurate, Giancarlo Majorino (Stampa 2009, 1999, prefazione di Maurizio Cucchi).

 

Per comprendere un poeta, ma prima ancora un uomo, val la pena analizzare non solo ciò di cui ha cura, perizia, ma anche quel che ritiene marginale, trascurabile, di sé, di cui ha meno interesse ma forse più verità. Che non vuol dire poca attenzione ma meno aspettative, più sedimento.

Voglio allora omaggiare il poeta Giancarlo Majorino (7 aprile 1928 – 20 maggio 2021) rileggendo alcuni testi del suo Le trascurate che, in questa direzione, ci danno un bel spaccato di vita di quel che è stato da alcuni definito il decano della poesia italiana (ad es. Sempione news e Potlatch). Nel libro del 1999, edito da Stampa 2009 come primo volume inaugurante La Collana diretta da Maurizio Cucchi (e che nel tempo pubblicherà, tra gli altri, Mario Benedetti, Mario Santagostini, Biancamaria Frabotta, Vivian Lamarque, Gianni D’Elia, Roberto Mussapi, Silvio Ramat, Mary Barbara Tolusso, e chi vi scrive), il curatore scrive:

Questo libro è ricco di bellissime sorprese, di poesie che non costituiscono affatto un puro e semplice contorno rispetto alle opere già note di Giancarlo Majorino. Sono poesie trascurate, infatti, ma ingiustamente, e vengono ora a comporre un nuovo organismo, e dunque un insieme ben più unitario di quanto si potrebbe credere. Un elemento, ad esempio, che ha un rilievo quasi costante, è il calmo incanto che Majorino sa cogliere nella sfera del privato, naturalmente con una densità fisica del linguaggio e delle situazioni in cui lo riconosciamo benissimo. In questo senso la prima serie di testi (scritta negli anni Cinquanta, come ci avverte l’autore, e dunque al tempo della Capitale del nord) ha dalla sua, anche, una dolcezza che esprime ciò che di sottile e misterioso viaggia nella meraviglia dei rapporti umani e dell’amore: “Ti vengo incontro. È misterioso questo”. In Majorino, questa linea della quotidianità e dell’amore, delle gioiose sospensioni vitali nelle minuzie dell’esistere, ha sempre avuto una presenza centrale: ma qui la seguiamo in un lungo percorso e la vediamo sbocciare con pienezza già nei testi giovanili, che costituiscono uno degli aspetti di maggior pregio della raccolta.

(Maurizio Cucchi, prefazione a G. Majorino, Le trascurate, Stampa 2009, 1999, poi in Autoantologia di Giancarlo Majorino, Garzanti, 1999)

 

Un altro pezzo critico, a firma di Barbara Pietroni, parla di:

Con Le trascurate Majorino libera un mondo insolito, che procede parallelamente ai suoi grandi lavori poetici, ma che in qualche modo ne rimane estraneo. È un mondo in continua evoluzione, dove gli spazi si aprono e poi si chiudono, i sogni si sognano e poi si vivono, il tempo scorre a fianco e poi sfugge di lato, l’immaginazione spazia e poi buca. […] Nella sesta ed ultima parte (che sarà l’inizio di una nuova raccolta: Gli alleati viaggiatori), da metafore, da puri accenni, da posizioni completamente laterali e marginali, gli animali dilatano il proprio regno e si espandono oltre i limiti prima assegnati. Majorino stesso ai numerosi incontri di poesia fa fatica a spiegare questa “nuova entrata”. Ultimamente lo hanno interessato molto i documentari televisivi sugli animali, le terrificanti scene che li vede prede e cacciatori, l’atmosfera confusa di vita e la linea sottile, spesso spezzata, che la divide dalla morte. Sarebbe forse questa lotta per la sopravvivenza la spiegazione di questa nuova presenza. Facciamo sempre finta ma è l’unica vita. E in questa sola chance l’uomo non deve proprio uccidere per sopravvivere, ma deve lottare per rimanere in vita. Le crudeltà e le brutalità di uno scontro sanguinoso tra un giaguaro e una gazzella fanno dimenticare le nostre lotte per il potere economico, per una prestigiosa posizione politica, per un parcheggio, per la scalata all’azienda in cui si lavora. Ci riconducono perciò a quello che è veramente importante: a chi muore a causa di queste lotte (per gli embarghi economici, per le repressioni politiche, ecc.), all’unica vita, al ricco e al povero che faranno la stessa fine, alla lotta per la sopravvivenza in un mondo dove diventa sempre più marcato il divario tra chi ha e chi non ha ed anche alla disperata battaglia di ognuno di noi contro la morte che è in agguato sotto i cespugli o dietro una roccia o dentro una grotta. E che prima o poi avrà la meglio. Se da un lato la presenza degli animali ammonisce, ricorda e corregge la scala di valori qui in questo luogo e in questo tempo, dall’altro crea una porta per un’altra dimensione, non una via di fuga, ma una via di salvezza: un tempo nel tempo. E ogni volta che lo sguardo cade proprio lì, dietro la porta, su quei leoni che guardano immobili e fissi, il tempo si ferma, anzi si prolunga. È una presenza che incute paura, ma che nello stesso tempo conforta: ci dà coscienza di uno spazio-tempo che non è quello tradizionale, di una possibilità che accompagna sempre le nostre scelte in atto e che ci segue da vicino, di uno specchio che riempie lo spazio di piccole o grandi creature, di piccole o grandi gioie che vivono da sole, che vivono. Intensificano ogni istante temporale, spezzando e dividendo lo spazio vuoto che fa da contenitore. Sono piccole scintille con le quali il tempo brucia in eterno.

 

A quest’ultima parte anche Maurizio Cucchi aveva accennato in maniera particolare affermando:

L’immagine di un grande spostamento collettivo è poi sviluppata in un altro dei testi maggiori del libro, l’ultimo, dove il poeta descrive una formidabile migrazione di animali. Un testo di maestosa forza visionaria, che ci introduce già in un nuovo tempo della poesia di Giancarlo Majorino.

 

Testo che soprattutto oggi non può non essere messo in relazione all’appena edito di Alberto Bertoni (che su Laboratori Poesia abbiamo recensito la settimana scorsa, qui) in una relazione sempre più fertile e interessante con l’essere animale che partendo da Orwell interroga l’uomo.

E il poeta è l’essere umano ed animale che per eccellenza si interroga. Essere umano perché parte di una società che vive e subisce, ed essere animale perché non abbandona mai le idiosincrasie e gli ossimori a tratti aporetici che emergono dal conflitto (potremmo dire quasi intestinale) tra società e natura, tra realtà intelletto.

 
andavamo tutti come fosse un’emigrazione
chi per acqua chi per terra, allarmati
notammo che un leone ci oltrepassava
ma era come quando nella tundra incendiata
fuggivamo insieme felini e prede uccelli e serpi
cos’era cosa poteva esser stato nulla ricordo
non fatti precisi non odor di bruciato migravamo
in ratti gusci motorizzati e caschi a piedi scalzi
da chi sa che mossi transitavamo nel piano sembrante discesa
così potevamo saremmo riusciti a scampare a arrivare ansando entro
quando? in tempo e non contavano orario e luogo transitare
occorreva, altro corpo! snello basso e tozzo su quattro sciolte zampe
quasi una lotta di molte zampe gambe
una testa bianca tra colli di giraffe
sandali orme zoccoli nella sabbia
nel suo trotto a zig zag cinghiale irsuto
con famiglia a fianco bimbo su bici
gara di motocicli chiatte e scafi accanto
una universale processione forte respirante
sbandata ma diretta senza macchine da presa
o per quegli apparecchi occhialuti ritrasmessa
eravamo dentro pure per noi scorreva noi fissi davanti
cosa preoccupava il rinoceronte con intorno il vuoto?
la mandria pelosa che panicata quasi s’ingoiava?
la coppia remante arti e respiro sotto forte ipnosi?
il caduto rischiava tutto ma
capitava e dopo un grido d’aiuto
quasi tranquillizzato si chetava
trafitto schiacciato
 
trafitto schiacciato, per le mosche
i fastidiosi insetti non v’era tempo
di notarli, né i canterini uccelli
dardeggianti vi saranno stati
non era il momento di ricercarli non era il momento
andava come l’acqua un’acqua umana
e animale a non si sa che pozzo tentando
abbandonando non si sa che male
 
 

Giancarlo Majorino ne Le trascurate percorre decenni di poesia fatta da continui mutamenti, evoluzioni, trasformazioni stilistiche che sono un genitore dimenticato del secondo Novecento, soprattutto a fronte dell’appiattimento dello stile attuale verso una moda facilmente riconoscibile, ma omologata.

Le trascurate infatti vanno lette non solo come opera a sé ma soprattutto come percorso, crescita. Che non è accatastamento ma studio.

 
 
Giorni di scuola
 
sopra il lenzuolo, per il caldo nudi,
ricordo che le griglie luccicavano
come strisce di fuoco
trasformandoti da ragazza in zebra
e io bevevo latte dal tuo petto
ero abbastanza stupido da giovane
predicavo, parlavo di me stesso
come dell’universo… il tuo silenzio,
lo strano corpo vivo di tante mosse
rispondevano giusto e io imparavo
sloggiando pregiudizi e falsi amori
assieme alle coperte giù dal letto
 
 
 
 
 
 
negli apparecchi grigiastri
del cemento e del ferro
che abbracciarsi
 
amorosa, una donna carezza
il gatto chiuso in casa, acqua versa
su vasi rossi colmi d’erba e terra
 
Milano per il poeta è un posto beato
ha fuori gli ossi cioè inganna meno
particolarmente oggi che
ogni parola toccata ha un suono che dice
“sono bella perché voglio essere comprata”
 
 
 
 
 
 
poi, per caso, dentro il negozio cavo
t’ho visto che poggiavi, disperata,
stanca come tirata su dall’acqua,
la faccia, mentre la commessa andava
colle scarpe e veniva, sulla spalla
di tua sorella, affranta, amore mio
dagli occhi scuri e fissi come un cane
 
 

Testi molto diversi dai ritorni, echi e ripetizioni che si incontrano più avanti:

 
 
tirare i conti urge
ma non lo si fa
e chi farebbe i conti
non sta qua
 
compagni di lottaglia
e chi solitario opponendosi crebbe?
ma le scene state non si toccano
salve, riassumiamo:
acqua minerale calda, per favore
 
sono sospiri di verdura al vapore
bipede strilla, gli occhi chiuderà
stendendosi a bombola
a bambola! a bombola
 
 
 
 
 
 
teste teste di teste un’uva d’occhi
altre scaglie mischiate a persone
fiancheggiando birìdono
chiunque preso a caso farebbe meglio
 
o archivio i due
sono stanca di vederti, disse
sono proprio stanca di vederti
sono proprio stanca di vederti, disse
se la membrana cominciasse a tirare
vita rasente vita mia rasente
 
un avvolgimento fondo ma pacato
pupille di mistero la schiena del mare
che sta per fendersi
ora sta lì ingoiando vagoni d’acqua
bel padiglione della
carnagione sino
 
 

O dai brevissimi componimenti:

 
 
sotto il rumore sta un silenzio
che i corpi stanchi frusciando rivelano
 
 
 
 
 
 
mossi dentro regolari
riquadri, confortati
ci liberiamo a sera
tra conoscenti vari
esito quieto
 
 
 
 
 
 
può essere, l’albero a lato
moltiplica nodi, rombi di spazio
si alternano ai rami, muri di case
tagliate, con volti umani,
spuntano dai legni attorcigliati
 
 

Libro manuale di come dovrebbe essere l’opera di un poeta che, come in un evento a Una Scontrosa Grazia (se la memoria non m’inganna, ovviamente), Gian Mario Villalta suggerì dover essere: legata non più al singolo libro o testo, ma all’intero percorso.

E l’intero percorso di Giancarlo Majorino, acuto ed elegante poeta decano della letteratura italiana, ne é un chiaro esempio. Che Majorino stesso chiosa in nota a Le trascurate scrivendo: Non è questa NOTA il luogo degli approfondimenti; rimane una certa aleatorietà del raduno, poco mitigata da ripartizioni, attribuzioni, date. Nota che oggi appare particolarmente significativa non solo come definizione dell’opera, ma anche come possibile chiave di lettura della letteratura italiana attuale.

Solo, in questo libro, assunta a poesia.

 

Alessandro Canzian