L’attualità del messaggio di Seneca

Lucio Anneo Seneca era il secondo figlio di Seneca il Retore e di Elvia, donna di grandi qualità morali. Apparteneva a una illustre e facoltosa famiglia spagnola, nella quale era ereditario il culto delle lettere.

Nato a Cordova, forse nel 4 a.C., fu istruito a Roma e subito, nella giovinezza, manifestò la grande varietà delle sue attitudini, incline alle forme della poesia e dell’eloquenza e incline agli studi filosofici e anche alle ricerche scientifiche, fisiche, etnografiche e incline all’osservanza delle pratiche neo-stoiche di vita semplice e austera.

Ebbe come maestri Papirio Fabiano e Sozione e poi si aggiunse un altro stoico: Attalo.

Seneca padre definisce Attalo “uomo di grande eloquenza e di squisita dottrina filosofica”. Seneca frequentava con entusiasmo la sua scuola, prendendola, in un certo modo, d’assedio (così dice in una epistola a Lucilio) che provocava con le sue continue discussioni cum coeperat voluptates (piaceri) nostras traducere (schernire), laudare castum corpus sobriam mensam puram mentem (mi sentivo spinto a reprimere la mia gola e il mio ventre).

L’azione di Attalo si estrinseca nel campo morale della virtù, della forza d’animo, della temperanza, della indipendenza dal bisogno che costituisce la vera libertà.

Attalo diceva che il filosofo deve saper fare a meno non solo del molto ma anche del poco e che l’uomo per essere libero deve rendersi indipendente dalla fortuna. Questo implicava rinuncia al lusso, ai piaceri, alle raffinatezze della vita.

Su questa via Seneca si pose, fin da giovane, con ardore da neofito. Il suo maestro, Sozione, predicava il dogma pitagorico della metempsicosi (trasmigrazione delle anime dopo la morte) e quindi l’astinenza dalle carni: magni ista crediderunt, si vera sunt ista abstinuisse animalibus innocentia est (è questione di innocenza), si falsa frugalitas (se sono false è questione di frugalità di vita).

Seneca si diede subito alle pratiche di astinenza, ma ben presto dovette abbandonarle per volontà del padre che temeva per la sua gracile salute. Seneca dice che fu costretto ad civitatis vitam reductus cioè rientrare nel secolo, ma rinunciò sempre ai cibi più delicati, al vino e ai profumi e continuò a dormire alla maniera di Attalo su un materasso “che non prendesse la forma del corpo”.

Erano i primi tempi del regno di Tiberio: quando tutto ciò che sapeva di culto forestiero, di setta magica o astrologica, era sospetto.

Nel 16 d.C. fu emanato un decreto contro gli astrologi, e altri ne seguirono, nel 19, contro i culti egiziani e giudaici. Fra le pratiche proibite (inter argumenta superstitionis) c’era anche l’astinenza dalle carni. Perciò il padre lo persuase a uscire dalla setta sia perché philosophiam oderat (non amava la filosofia) sia perché temeva che il figlio stesse per cadere nelle reti della calumnia (delazione politica).

Seneca allora si allontanò da Roma recandosi in Egitto (dove la famiglia possedeva molti beni) presso una zia (sorella di sua madre) il cui marito fu prefetto della provincia d’Egitto dal 16 al 31.

Tornato a Roma, incomincia il cursus honorum e diventa questore. Frattanto si avvia alla attività oratoria.

Le qualità brillanti del suo intelletto, la sua persona, la sua parola, la sua stessa filosofia suscitavano ammirazione, acquistandogli un posto eminente nei circoli aristocratici. In Senato, per certi discorsi, egli attrasse su di sé il risentimento del successore di Tiberio, Caligola, il quale poco mancò che lo mandasse a morte.

Nel 41 un nuovo pericolo gli incorse da parte dell’imperatore Claudio che lo mandò in esilio in Corsica (fu coinvolto in un processo d’adulterio contro una delle tre sorelle del defunto Caligola). L’esilio di Corsica durò 8 anni, sino al 49, fu di grande peso nel pensiero di Seneca e intorno ad esso si ordina una parte cospicua della sua produzione.

Non è sempre possibile fissare le date di alcuni dialoghi filosofici, che sono condotti in forma di amabile conversazione. Erano scritti di argomento morale, di esortazione e di consolazione per le disgrazie della vita. Tale la consolatio ad Marciam che, già da tre anni, piangeva la morte di un suo (di Seneca) figliuolo.

Tutte le argomentazioni di circostanza o, suggerite dalla comune consuetudine, o elaborate dalla tradizione consolatoria greca e romana, entrano in campo: che il lutto non giova a nulla perché la sofferenza non può essere a noi risparmiata; che siamo nati per morire e la morte è inevitabilmente legata alla nascita, che il figliuolo di Marcia, morendo è stato sottratto alla vita piena di dolori e di corruzione.

Segue una abbondane esemplificazione di uomini e donne che, in simili casi, diedero prova di vera forza d’animo. La Consolatio investe la persona e l’opera del padre di Marcia, Cremuzio Cordo, il campione della libertà repubblicana, colui che, per le calunnie di Seiano, coinvolto in un processo di lesa maestà nel 25 d.C., aveva preferito darsi la morte, mentre le sue opere venivano date alle fiamme. L’opera di Cremuzio Cordo domina tutto il contesto ideale della Consolatio.

Marcia ha ricevuto in eredità dal padre i più alti sentimenti: del padre ha sopportato la morte, ed ha conservato e pubblicato gli scritti. Sicché “ora la sua memoria vive e vivrà, finchè sarà in onore la storia romana” (viget vigebitque memoria quamdiu in pretio fuerit Romana cognosci), finché vi sarà chi ami risalire alle azioni degli antenati, finché vi sarà chi voglia sapere che cosa sia un romano, che cosa sia un uomo rimasto indomito quando tutti gli intellettuali già erano piegati e soggetti al giogo di Seiano, che cosa sia un uomo libero di carattere, di animo, di braccio (quid sit homo ingenio, animo, manu liber).

Il sapiens piuttosto che accettare la schiavitù del tiranno ricerca la libertà nella morte: “La morte viene ad uguagliare e parificare tutto. Grazie ad essa nessuno più si trova soggetto all’arbitrio di un altro, essa è di facile accesso per tutti, essa è quello che tuo padre, o Marcia, ha intensamente desiderata, essa fa in modo che il nascere non sia un supplizio, permette che io non caschi davanti alle minacce degli eventi, che io possa conservare un animo equilibrato e sicuro di sé: so a chi ricorrere. E conclude: caram te, vita, beneficio mortis habeo” (ti ho cara, o vita, grazie al beneficio della morte).

Negli ultimi capitoli Cremuzio Cordo si fa avanti, in una specie di magnifica prosopopea, e dall’alto dei cieli, rivolge a Marcia l’ultimo definitivo discorso di consolazione. In sostanza la Consolatio ad Marciam più che consolazione della figlia è una celebrazione del padre.

Il libro forse esce nel momento in cui la figlia pubblica le opere paterne: “grande perdita per la repubblica, se, condannato all’oblio per aver difeso le due cose più belle, l’eloquenza e la libertà, tu (figlia) (Marcia) non l’avessi richiamato alla luce. Ora viene letto; ora risplende di gloria; è nelle mani e nei cuori di tutti e non ha più da temere dal tempo. Dei suoi carnefici invece nessuno parlerà.

Nel 41 d.C. Seneca è punito con l’esilio e viene relegato in Corsica, regione aspra e selvaggia. Seneca cercò di reagire al dolore dedicandosi all’esercizio della sapienza. Deve applicare gli insegnamenti stoici, sottomettersi serenamente al volere della provvidenza, essere fermi e impavidi davanti a qualsiasi evento, in particolare l’esilio (l’esilio è solo una commutatio loci (un mutamento di sede); la patria per il sapiente è qualsiasi luogo dove gli capita di vivere. In esilio scrive la Consolatio ad Helviam matrem per consolare la madre della perdita del figlioletto di Seneca e del figlio condannato all’esilio in Corsica. La trattazione è convenzionale e piena di molti luoghi comuni derivati dalla letteratura ellenistica de exilio. La madre lo deve pensare tutto teso allo studio del vero e dell’eterno. Il mio pensiero, dice Seneca, balza al sommo del cielo e gode il magnifico spettacolo delle cose divine (et pulcherrimo divinorum spectaculo fruitur).

Ma come mai la provvidenza permette che la sventura colpisca proprio i buoni, gli onesti? “Quaesisti a me, Lucili, si providentia mundus regeretur multa bonis viris mala acciderunt?”. Lucilio è l’amico cui dedica Le Epistolae ad Lucilum, cui ora dedica il De Providentia.

Seneca è particolarmente colpito dalle disgrazie: la morte del figlioletto, la morte della consorte, il processo, l’esilio in Corsica. Egli insiste sul pensiero di Demetrio, filosofo cinico: “Nihil mihi videtur infelicius eo cui nihil umquam evenit adversi. Non licuit enim illi se experiri” (nulla mi sembra più disgraziato di quello a cui mai capitò alcuna disgrazia. Non ebbe modo infatti di sperimentarsi).

Questo concetto è commentato e ripetuto in mille forme diverse: le sventure sono una prova utile a coloro che vengono colpiti. E insiste: la virtù senza contrasti infiacchisce: marcet sine adversario virtus. Iddio travaglia, mette alla prova chi ama; nos deos quos probat quos amat (mette alla prova chi ama) indurat, recognoscit, exercet (Dio indurisce, esamina, esercita chi ama). La provvidenza non perseguita i buoni, ma li rende più forti (non est saevitia, certamen est… fortiores erimus). Alla fine una prosopopea di Dio rivolta agli uomini: “Vi ho armati verso le avversità. Sopportate ogni cosa fortemente, disprezzate la povertà, disprezzate il dolore, disprezzate la fortuna. Se non volete combattere, ebbene fuggite con la morte: in proximo mors est (vi è vicinissima la morte, affrontatela).

Le Epistole a Lucilio chiudono la giornata mortale di Seneca.

Nel 65, caduto in sospetto di Nerone, come complice della congiura pisoniana, ebbe l’ordine di darsi la morte. Provvide a ciò stoicamente con la fermezza a cui si era preparato in ogni momento. Insieme alla moglie Pompea Paolina (sua seconda consorte che voleva morire con lui ma ne fu impedita) si fece recidere le vene, immerso nel bagno, e stentando il sangue a colare, ricorse alla cicuta, mentre rivolgeva, novello Socrate, agli amici parole di conforto e nobili ragionamenti, i quali (dice Tacito) furono dai suoi scrivani testualmente raccolti e pubblicati.

Nel XV libro degli Annales Tacito in cinque capitoli descrive la morte di Seneca. “Seneca, per nulla turbato, domandò le tavole del testamento. Al rifiuto del centurione si volse agli amici e disse che, non potendo altrimenti dimostrare la propria riconoscenza, lasciava loro l’unico dono, e tuttavia il più bello, che ormai gli restasse: l’immagine della sua vita:

Se ne avessero serbato ricordo, nella fama di uomini virtuosi, avrebbero trovato il compenso alla loro costante amicizia. E vedendoli piangere, con parole ora pacate ora severe, li richiamava alla fermezza: “dove sono – chiedeva – i precetti della sapienza, dove quei propositi per lunghi anni meditati contro le avversità della sorte? A chi è ignota la crudeltà di Nerone? Dopo la madre e il fratello non gli restava che uccidere il suo educatore e maestro”.

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