La frattura e il ritorno. Un’idea altra di modernità


da Pordenoneleggepoesia
 

La letteratura non avanza in linea retta: descrive orbite, deviazioni. Somiglia a una spirale, si allontana e ritorna, ma non nello stesso punto. Una delle traiettorie che trovo più significativa nella poesia bengalese del Novecento è quella che si apre con Tagore e arriva fino ai nostri giorni. Una parabola che, nei suoi snodi più profondi, riflette ciò che è accaduto anche nella letteratura europea. Tre poeti, apparentemente distanti, risultano simmetrici nel tempo e nel ruolo: Tagore, Yeats, D’Annunzio. Tutti e tre attraversano il secolo come figure di vati, ultimi forse a incarnare il mito della completezza: poesia, teatro, saggio, azione pubblica – come se la poesia fosse ancora matrice delle altre arti. Ciò che davvero li accomuna, soprattutto Tagore e Yeats – che per primo introdusse il poeta bengalese in Occidente – è l’aspirazione a una poesia totale, radicata nella propria lingua e cultura, capace di rappresentare un intero popolo.

Nel 1913 Tagore diventa il primo autore orientale a ricevere il Nobel e ad essere tradotto capillarmente in Europa. La dismisura dell’impatto è immediata: in Giappone appaiono testate con titoli come «Possiamo competere anche noi». Per la prima volta, l’egemonia culturale occidentale mostra una crepa, un punto in cui la periferia risponde. Ma cosa accade dopo Tagore? Dopo D’Annunzio, dopo Yeats, si può forse nominare tutto ciò che è accaduto? I cinque poeti tradotti in questa antologia sono solo una soglia, un primo gesto per colmare un vuoto storiografico. La poesia, come ogni arte, non conosce momenti di stasi: si evolve, devia, si contrae. E nel caso bengalese, dopo Tagore, è stata necessaria una profonda trasformazione.

«Il nostro mondo comincia a sapere di essere il proprio problema», scrive Valéry, cogliendo il momento in cui la modernità smette di rappresentarsi come fondamento e si percepisce come sintomo. Non più slancio, ma interrogazione, dislocazione, increspatura del tempo. Walter Benjamin descriverà questa dimensione tragica pochi anni dopo: «C’è una tempesta che chiamiamo progresso», scrive, «che spinge l’angelo della storia verso il futuro, mentre i rottami si accumulano ai suoi piedi» La poesia europea, da quel momento, si interroga sulla propria materia: diventa lingua che dubita, che si guarda, che si spezza. La parola non è più trasparente, non è più mezzo: è corpo, a volte ostacolo, opacità. La poesia non rappresenta, resiste, si apre a traiettorie che in anni più recenti hanno messo in crisi l’idea di continuità – rottura della lingua chiara, di un io integro, di un tempo lineare. L’ingresso nella modernità, in questo senso, non è epocale ma concettuale: è un disallineamento tra linguaggio e mondo.

Nel Bengala, quella stessa dislocazione prende una forma particolare: non solo crisi dell’io, ma della lingua stessa come spazio di dominazione e di desiderio, come luogo da rifondare. Scrivere in bengalese, dopo Tagore, significa interrogare cosa può dire ancora una lingua che è stata santificata, idealizzata, esotizzata. Significa interrogarsi sul come parlare dopo l’indipendenza, dentro una modernità frammentata e in un paese diviso.

Lingua antica, tra le più ricche dell’Asia, il bengalese è lingua postcoloniale, segnata da imperi, spartizioni ed esili, sottoposta al peso della memoria e alla violenza della trasformazione. La frizione è evidente nel rapporto con l’inglese, lingua della dominazione, ma anche della modernità; nella tensione tra sanscrito e urdu, genealogie divergenti del sacro; nella ferita del 1947, quando il Bengala viene diviso tra India e Pakistan e la lingua stessa diviene frontiera politica, sociale, intima. La letteratura, in tale quadro, non può più essere solo uno specchio della realtà, ma diventa zona di tensione, frizione, di influenze incrociate. Mondi, epistemi e lingue si incontrano e si scontrano. Più che rappresentazione dovremmo parlare di intersezione, zona di contatto, direbbe Mary Louise Pratt; spazio terzo, con Homi Bhabha: territorio non di una cultura dominante né subordinata, ma formato nel movimento, nella negoziazione tra le diverse visioni del mondo, nella dislocazione del senso. È qui, sulla soglia, che si produce lo scarto poetico. In questo senso, la modernità bengalese non coincide né con l’emulazione dell’Occidente né con il suo rifiuto: è una modernità altra, in cui la lingua non è solo mezzo, ma campo di battaglia tra identità in disaccordo, tra la rovina coloniale e l’urgenza del presente, tra la nostalgia e il corpo. Una modernità che non si definisce per stili o correnti, ma per la sua tensione irrisolta tra canto e ferita. La sua modernità nasce già come frizione, composizione instabile: oralità e scrittura, villaggio e metropoli, intimità e storia, sacralità e crisi.

 
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