È il libro della terza età, in cui il ricordo rifulge negli sprazzi della quotidianità, aderente a un tessuto di conoscenza e di sapere profuso a piene mani e attinto da una lunga e profonda frequentazione della poesia: Silvio Ramat ci conduce con Il viola (Crocetti Editore) a immergerci nella sua caleidoscopica produzione, con versi per gran parte recenti in cui a issarsi sulla bandiera del tempo è la memoria.
Passano così in rassegna tempi, persone, incontri, luoghi che egli ha attraversato, conosciuto, sperimentato in una vita operosa e feconda, dispiegati nel verso con quell’acribia ed eleganza di stile che gli sono riconosciute da sempre. Sono richiamati, come a un consesso di amici, molti convitati di pietra, maestri del Novecento con cui ha avuto modo di rapportarsi nella realtà o solo idealmente incistando nella propria poesia l’eco, l’afflato delle loro: così Sereni e Raboni, Dante e Lucini, Montale, Fortini, Lalla Romano, e ancora Sbarbaro, Giudici, Loi, Erba, Carducci commissario d’esame fanno capolino affacciandosi in limine della coscienza, rinverditi nel guizzo vivace del rigo, sedimentati in percorsi di esperienze inobliabili poiché grandi, preziose, illuminanti. La loro è una presenza necessaria e preziosa, in barba a quanti, dice Ramat, non avevano/hanno a cuore la poesia: essi infatti furono alimento quotidiano, “intima gioia, ghirlanda trionfale” dei giorni andati, stilla di verità (“quanto vero nel verbo dei poeti”), solenni “frutti del cogitare umano”.
Voltandosi indietro, là dove di tanto in tanto la nebbia impalpabile si palesa, si rivà a un’epoca difficile e spettacolare insieme, negli anni verdi e sinceri, nella gioventù e nella maturità che significarono temperie culturali, svolte epocali, magmatici sviluppi di una ricca storia personale. A ciò fa da contraltare la centralità dell’oggi, dell’hic et nunc che in Ramat non è mero o semplicistico fermo immagine com’è in troppa scrittura da social e men che meno epifania di un sé narciso e sbrecciato bensì azione fervida, movimento senza soluzione di continuità, ideale legame con il passato e germe fecondo prodromo di futuro, talvolta anche metafora di un oltre.
Ecco, allora, prendere forma e sostanza il titolo eponimo della raccolta, quel viola che è ad un tempo “colore degli affetti” da cui “sgorgava memoria fervida” e altresì “breve preludio alla tenebra”: amore e morte, certezza e speranza, vincolo solido e salto nell’inconoscibile che attende ogni uomo, si rattengono sì che gli uni non possono esistere senza gli altri e viceversa, in una sorta di dialogo nella contemporaneità. Si giuoca sullo sdoppiamento di sé, come in Bassani che sapeva guardarsi da fuori, studiare la propria personalità: in “Uno e bino” emerge questa duplicità, l’io e l’altro io, l’uno vanaglorioso, l’altro incerto e circospetto, due universi riuniti in una condizione non troppo dissimile da quella che si prefigurava Roberto Pazzi, il quale sognava in gran segreto di farsi forestiero nella e della propria città. E a proposito di città si compulsi avidamente la terza sezione della raccolta in oggetto (Il polittico di Milano) che esprime con parole immaginifiche eternanti la metropoli meneghina, così intimamente collegata e connessa alla poesia da produrne l’odore. L’incedere dell’età riduce i desideri, fustiga le emozioni, ma non sopisce la capacità di amare e di gestire gli affetti: se, dunque, il decorso dell’esistenza è solo uno squarcio di luce, come citava Gesualdo Bufalino, a restare imperituro bene è l’amore poiché “esser vivi è tanto, ma non è tutto. /L’invidia corre a chi è riamato amando. /E non contano il dove il come il quando. – /”. In Ramat si respira la leggerezza calviniana, quel togliere peso da sé, dalla scrittura, dal mondo per accrescere la sostanza, la ricchezza delle relazioni, l’eleganza dello stile, l’indicibile tenerezza temperata dalla malinconia (“vivo raramente con i miei morti,/ pur così cari e muti sui miei torti”). Un libro, questo, da custodire sul comodino, e da rileggere, di tanto in tanto, per riconciliarci con il tempo, la memoria, noi stessi.
Federico Migliorati
Il viola
Non c’è che attendere a braccia conserte
il fatale tramonto della storia
si disse – da filosofo – il poeta
intanto che nel cielo si scioglieva
l’estremo azzurro e adesso era un viola
breve preludio alla tenebra.
Attendere,
braccia conserte, com’è greve.
Il viola
di quel cielo è il colore degli affetti
e da quel viola sgorgava memoria
fervida nell’eclisse della storia.
Affrancato il poeta da ogni scoria
di pensiero, felice che a quel viola
gli venissero le lacrime agli occhi,
un pianto vivo più della parola.
Lì nacque
Lì nacque Gadda. Non molto lontano,
le ultime due dimore di Montale
(non mi servono lapidi a richiamo:
più di una volta salii quelle scale).
Dove oggi è zona pedonale, visse
i suoi anni più fertili Gramigna.
Il giardinetto che Lalla Romano
prediligeva, a due passi da Brera,
ricorda il nome di lei sulla pietra.
In poche ore ho riafferrato lembi
d’una mia venturosa giovinezza.
Abiti un po’ consumati dal tempo
ma, dentro, è ancora l’aria di Milano.
Nomi che il cuore carica di echi.
Una di séguito all’altra riscopro
le strade in cui visse Sereni.
Poi lo sguardo rincorre le montagne
fino alla Grigna, il nido di Lucini.
La conversione (Il ritorno)
Sarebbe ora che mi convertissi?
Ma da che cosa a che altra cosa? Farmi
da creta, forma? Da terreno ingrato,
giardino schietto in ciascuna sua pianta?
Abbandono la pallida metafora
e ti parlo di fede. Non fu certo
diffidenza a tenermene lontano
ma banale disattenzione. Persa
mia madre, forse attendevo qualcuno
che mi educasse a nuova confidenza
col sacro. Non il sacro delle scene
dei pittori che ornano le chiese.
Non cercavo né clero né dottrina.
Credetti invece ai nomi, alle nazioni
in viaggio, alla forza dei martiri.
Neofita, oggi mi figuro l’attimo
che cederò serenamente a un sonno
di là dal quale vive senza orpelli
di gesti o di parole mi salutano
anima nuda fra anime nude.
