IL VELIERO CANNIBALE 19 – ULISSE

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Penelope di Angelica Kaufmann

 

 

Malinconie, anacronismi e moralismi del Capitano Peleg

 

 

Moby Dick è il libro che più si avvicina al Libro dei libri. In nessun altro si disputa intorno all’esistenza di Dio, o alle prove della sua inesistenza. In uno l’immensa Arca; nell’altro l’oscuro Pequod, che è di Achab, ma non è Achab, perché il Pequod è il suo proprietario, il quacchero, il dimenticato Peleg, che l’aveva addobbato “come un barbaro imperatore etiopico… Era fatto di trofei. Un veliero cannibale, che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici”.

Parafrasando le parole usate da uno scrittore per parlare di un altro scrittore, il nostro Capitano Peleg, risorto con un artificio, è un naufrago del passato che il Fato ha proiettato sulle sponde di un altro tempo. A cura di Frescobaldi MacIntyre.

 
 

Scegliete un veliero,
le rande a brandelli
pel vento a coltelli.
Lo date a un guerriero.
È male in arnese,
e a quel capitano
di diavolo mano,
si concedigli un mese.
Che in quei trenta giorni
si veda che stette
in ciascuno dei sette
e infine ritorni.
Nel mar che fu il primo
di barche fu strage,
ne vanno allo Stige
in mille io stimo.
Col mare dei greci
lottò per secondo,
digiuno e errabondo,
eppure egli visse.
Allor s’aprì il terzo.
Il mare dormiva,
e buia la stiva.
E parve uno scherzo.
Soffia laggiù!,
gridarono al quarto.
Balene da squarto
il compito fu.
Un dio senza leggi
nel quinto lo aspetta,
non lancia saetta
se non lo dileggi.
Il mare penultimo
il sole martella,
la mente cancella.
Si salva
e ora il settimo.
L’oceano alla fine,
per chi ha già sofferto.
Ma dopo il deserto
in tempo è al confine.
 
Incerte le rotte
seguite nel sogno,
oscuro il disegno
che traccia la notte.