Il ricco Calvisio e la madre delle Muse

Doveva trattarsi di un personaggio piuttosto singolare: sfacciatamente ricco, disperatamente ignorante, ma con la mania delle citazioni dotte, che amava infliggere a ospiti e amici nel corso di lunghi banchetti per ostentare una cultura che era ben lontano dal possedere. A dire il vero, Calvisio Sabino aveva una pessima memoria, che poco andava d’accordo con le sue ambizioni culturali, ma non per questo si era perso d’animo. Detto fatto, aveva acquistato un certo numero di schiavi perché imparassero a memoria i grandi classici della letteratura greca: uno schiavo per Omero, uno per Esiodo, uno a testa per ciascuno dei nove poeti lirici e così via. Dovette essere un’operazione complessa e dispendiosa, ma alla fine Calvisio si considerò finalmente pronto per il suo debutto in società: ai suoi ospiti si era presentato seduto al posto d’onore, con gli schiavi accuratamente disposti ai suoi piedi e pronti a suggerirgli al momento opportuno la citazione che meglio calzava con gli argomenti di volta in volta affrontati durante la cena. E tuttavia la memoria di Calvisio era così cattiva da dimenticare persino le parole che gli erano state appena suggerite dallo schiavo chiamato in soccorso: possiamo immaginare il disappunto del padrone di casa e l’imbarazzo, o magari il sollievo, dei suoi invitati.

La storia che abbiamo raccontato risale al I secolo d.C. e ci rimanda a un mondo nel quale gli schiavi si accollano tutto il lavoro che gli uomini liberi non sono disposti a svolgere in prima persona e possono fungere persino da archivi viventi, chiamati a immagazzinare e rilasciare a comando le informazioni di cui i loro padroni hanno bisogno. Eppure, a ben guardare, il problema che Calvisio era chiamato a risolvere, con i mezzi che la sua cultura gli metteva a disposizione, non è poi così diverso da quello che ancora noi fronteggiamo ogni giorno: come supplire ai limiti della memoria individuale e alla sua drammatica incapacità di tenere a mente tutto quello che avremmo necessità di ricordare, richiamandolo nel momento esatto in cui tale bisogno si manifesta. A questo deficit strutturale le culture umane hanno risposto da sempre attraverso quelle che oggi definiremmo memorie esterne: banche dati, archivi di informazioni e documenti, registri e cataloghi nei quali stoccare l’informazione e ai quali rivolgersi allorché si rende necessario attingere a quella informazione. Fino a tempi molto vicini a noi, tali memorie esterne coincidevano soprattutto con i libri, e in particolare con quella speciale categoria di testi rappresentata da dizionari, enciclopedie, manuali e così via; da qualche anno a questa parte, invece, la memoria esterna per eccellenza coincide con l’immensa banca dati del web, cui ricorriamo in modo tutto sommato non dissimile da quello di Calvisio Sabino quando “cliccava” sui suoi schiavi perché gli fornissero il verso di Omero o di Saffo che intendeva citare.

S’intende che anche Greci e Romani hanno conosciuto i libri come depositari del sapere; ma si trattava di culture nelle quali la conoscenza veniva prodotta e circolava soprattutto in forma orale e che proprio per questo faceva affidamento in primo luogo alla memoria individuale, in una misura per noi sarebbe difficile da immaginare. Ed è proprio questa circostanza a spiegare un dato che potrebbe altrimenti apparire sorprendente: nei racconti del mito, la madre delle Muse, le nove sorelle che presiedevano alle diverse arti, dalla musica alla danza alla poesia, erano figlie di Zeus e di Mnemosine, e dunque di una dea il cui nome coincide con il termine che indicava in greco la memoria. Un bellissimo modo di esprimere, nella forma di una relazione di discendenza, l’idea che alla base della cultura non c’è la parola scritta, ma la capacità umana di ricordare.

Ecco perché quando all’inizio del suo capolavoro Virgilio invoca la Musa, come ogni poeta che si rispetti, non le chiede di dettargli le ragioni che avevano determinato le pene dell’eroe Enea, perseguitato per terra e per mare dall’ira di Giunone, ma semmai di ricordargliele. Anche Virgilio, insomma, faceva appello a una memoria esterna per richiamare alla mente ciò che non poteva sapere in prima persona, come avrebbe fatto un secolo dopo Calvisio Sabino; e anche per lui questa memoria esterna coincideva non con un libro, ma con una persona, anzi con una dea. Una dea certo più affidabile degli schiavi di Calvisio: come del resto ci si può aspettare dalla figlia della Memoria stessa.

 
 
 
 

Immagine di copertina di Ludovica Lanci, licenziata in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported via Wikimedia Commons.
L’immagine è inoltre tratta da un articolo di Treccani, La memoria: un tema letterario attraverso i secoli di Ninna Maria Lucia Martines, Qui.