Parte oggi una rubrica-non rubrica, uno spazio aperto, libero, per conoscere i redattori di Laboratori Poesia. Un appuntamento nel quale, a propria preferenza, i redattori che hanno pubblicato nel mese precedente si presentano.
Iniziamo oggi con Elisa Nanini che si propone alcuni suoi testi. Elisa, il 23 giugno, ha pubblicato una recensione a Osicran o dell’Antinarciso (Il Convivio Editore, 2024, collana “Ormeggi”, con lettera introduttiva di Eugenio Borgna) di Saverio Bafaro, in calce a questo articolo.
Perdono autunnale
Come i gradini di maioliche
con la prima nebbia, da solo
il giornale gira al tramonto
sospensioni di righe
fogli in volo
fogli distesi.
Dopo un punto fermo,
i colori spaesati delle storie
si specchiano nello spazio bianco:
ti affacci al balcone, la luce
fa emergere per contrasto
la pioggia che pesa sull’erba,
pianti sconosciuti, gioia di vivere.
Eleganza amara, in bilico
tra la danza classica e il graffio
del rock, il perdono autunnale
è un profumo ruvido
dal tuffo di libellula
imita i raccoglitori di tè
nella schiena piegata
nella selezione attenta di foglie
per dipingere l’acqua.
(dal volume di Maria Benedetta Cerro, Corrispondenze. Proposte di interazione e scrittura poetica, Macabor Editore, 2025)
Pupazzi di neve
E mettiamoci lì
faccia a faccia con i minuti
di silenzio per una morte,
con un armadio
invernale aperto in estate.
Allora capiremo
di non aver mai imparato a pregare
senza le mani
di qualcun altro.
La strada è spoglia, il tessuto
tenta di muoversi
in quel “Diceva”, “Suonava”, “Faceva”,
“Amava”, “Lavorava”, …
Ma la luce non torna indietro.
Guardala abbattere
la consistenza dei mattoni,
addormentare i bimbi
di ogni pallida trasparenza
di città invisibili:
siamo sparizioni sotto le stelle
di un cielo senza stelle.
Occhi bottone, braccia rami, sciarpe
del vento.
Più neve della neve che si scioglie
se riesci, guardaci da fuori
visionari nelle nostre dimore
parlare a metà con le cose.
L’anno e il faro
A Capodanno
i fuochi d’artificio
fioriscono a singhiozzo
ai bordi di città
magiche, quasi trasparenti.
L’incertezza accoglie un flash celeste,
gli sguardi sono così tesi in alto
da dimenticare le statue degli angeli
coi capelli mossi dal vento
e chi dorme accanto al marmo.
Nessuno pensa agli animali
terrorizzati,
a un’infanzia eterna
che non può farsi capire
se non con i versi e i rifugi
sugli alberi.
Però se un cane abbaia forte
come scossa, brivido, battito,
se per sbaglio lo vedi, trasformato,
schivare il significato di ogni mano,
lì, in quel punto esatto,
ritroveremo un’alba senza difese.
E saremo nel luogo giusto
per camminare
con un faro rotto tra le braccia.
Un estratto da Osicran o dell’Antinarciso – Saverio Bafaro, a cura di Elisa Nanini:
A partire dal grande enigma del sé in rapporto all’alterità, in «questa epoca divisa / tra massa e persona», un percorso di liberazione dischiude la prospettiva alla pienezza del silenzio. Personificazione dell’Antinarciso, Osicran capovolge la gabbia solipsistica dall’interno, inoltrandosi nel territorio psichico del perturbante freudiano (unheimlich), nella compresenza degli opposti. Trama ambigua di luci e ombre, la specularità accende i temi del doppio e della ripetitività, suscita familiarità ed estraneità, mettendo di fronte al dolore del taglio, alla frammentazione e al desiderio di riconciliazione armonica.
In un fluire poetico immersivo e sovversivo, privo di sezioni ma non di snodi, la profondità dell’inabissamento è metamorfosi, graduale ritorno corporeo alle radici del mistero che ci permea: «ossa», «millenari crocevia di sangue», «mosaico». Una scrittura introspettiva, ricca di suggestioni mitologiche e puntuali riferimenti psicoanalitici, trascina e coinvolge, dalla caduta al «fiore» della «resurrezione», nella rincorsa dell’immagine specchiata, troppo vicina e insieme troppo lontana.
«Dentro la cornice uno specchio / dentro lo specchio un ritratto […] dentro lo stagno una magnifica trasparenza»: come una matrioska votata a un inesausto rimpicciolimento, un viaggio di riscoperta e autoconsapevolezza scava dentro il dentro, ferisce e aderisce fino a farsi «seconda pelle», «incantesimo». L’oscillazione del cuore spazia tra interno ed esterno, individuo e mondo, fondo e superficie, morte e vita. Una continua «ricerca di equilibrio» interroga «il gioco sacro del contenitore e del contenuto», spalancando le finestre del mito sul tempo, sul potere trasformativo dell’arte, sull’inappartenenza.
La riflessione metapoetica non è invero disgiunta da quella esistenziale. La condizione del respiro e il motore dell’attività artistica si delineano in un «gesto circolare» della mano senza possesso, nell’«impermanenza / dell’apparenza». L’atto che tenta invano di afferrare i contorni, di scalfire l’acqua increspata dal vento, abbraccia nel desiderio presenza e assenza: la «vanità del rimanere» e la «rivelazione».
Gli articoli di Elisa Nanini in Laboratori Poesia:








