Una rubrica-non rubrica, uno spazio aperto, libero, per conoscere i redattori di Laboratori Poesia. Un appuntamento nel quale, a propria preferenza, i redattori che hanno pubblicato nel mese precedente si presentano.
Oggi è la volta di Daniela Pericone che propone un suo testo tratto da Corpo contro (Passigli Editore, 2024), libro finalista al Premio Camaiore 2025 (QUI). Daniela, il 23 giugno, ha pubblicato una recensione a La vita che si versa di Paola Ballerini, in calce a questo articolo.
Nessun suono
[…] del mondo intero e delle infinite vicende e
calamità delle cose create, non rimarrà pure un
vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete
altissima, empieranno lo spazio immenso.
Giacomo Leopardi, Cantico del gallo silvestre
Nessun suono rimarrà in questi luoghi. Un fragore si ostina a invadere le strade, le città, paesi interi. La sua lunga coda dentata fende l’aria in un vano rigurgito di potenza. Presto sarà silenzio. L’estinguersi di tutte le onde, degli attriti tra corpo e corpo, la frizione finale tra pieno e vuoto. Ci agitiamo in una sorta di fluido, denso o diradato, che vibra alla minima perturbazione e si spande in soffio voce clamore. Ma se anche tacesse ogni suono, fino all’ultimo istante rimarrebbe il rumorio dei pensieri, familiare e ostile al contempo. La mente nel vivo della creazione – la sua opera inarrendevole – non porta che una parvenza di quiete, un’indole taciturna. Nel silenzio ascoltare è il solo talento.
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Un estratto da La vita che si versa – Paola Ballerini, a cura di Daniela Pericone:
Il libro di Paola Ballerini La vita che si versa (edito da AnimaMundi nel 2025, con la postfazione di Daniele Piccini) esce a poco più di dieci anni dal precedente Dentro l’iride radici (Coazinzola Press, 2014). Un lungo periodo di decantazione ed elaborazione di un vissuto, inciso da perdite e malattie, che si intreccia alla scrittura, sempre più orientata allo scavo e alla sottrazione.
Il titolo La vita che si versa evoca subito l’immagine di un flusso, come annota la stessa autrice nell’intensa e meditata intervista, a cura di Viviana Sebastio, inclusa nel libro a completare il dire in poesia. Si vuol dare l’idea di un movimento continuo, di qualcosa (un gesto, un evento) che attraversa lo spazio e trascorre nel tempo, e che pure si traduce nella parola poetica, appunto nel verso. Tuttavia, l’impressione che si tratti di un moto orizzontale è, a mio avviso, ingannevole.
Nei suoi Colloqui sulla poesia Milo De Angelis ricorre al binomio suggestivo, ripreso da Marina Cvetaeva, di poeti del fiume e poeti del lago per descrivere due diverse modalità di concepire (di vivere) la poesia: «I poeti del fiume hanno un corso, uno sviluppo, passano da un territorio all’altro, hanno un movimento che li porta a crescere e a maturare via via che incontrano nuovi luoghi e nuove genti. […] I poeti del lago sono invece i poeti dell’ossessione: due o tre temi insistenti, sempre gli stessi, che i poeti osservano camminando in cerchio lungo la sponda, mutando ad ogni libro il punto di vista, la postazione, la tonalità di luce attraverso cui viene guardata e detta. Il loro tempo è rituale, ciclico, senza progressioni né tappe, il loro sguardo non tende all’estensione ma alla linea verticale».
A me sembra che Paola Ballerini appartenga alla categoria dei poeti del lago, ossia di coloro che si inabissano per cercare e far emergere una luce, o anche solo un bagliore, con uno slancio appunto verticale. Anche la struttura del libro sembra confermarlo: le quattro sezioni che lo compongono sono incorniciate da un singolo testo in apertura e uno in chiusura, come a richiamare la forma in sé conchiusa e profonda di un lago, al cui interno s’inoltra la sonda della memoria e del linguaggio.
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