Giovanni Raboni

Giovanni Raboni 1

 
 

Giovanni Raboni (1932-2004) parla della memoria della guerra e spiega: “Ogni volta urtavo contro un clima e un linguaggio che non volevo, che addirittura , mi ripugnavano, quello della memoria ossia, rispetto al presente, della smemoratezza elegiaca. A mettermi su una strada diversa e che mi è sembrata più fruttuosa sono state una frase di Goethe (“Bisogna confessare che ogni poesia converte i soggetti che tratta in anacronismi”) e più ancora, forse, la richiesta di riconoscibilità  formale che sempre più la poesia mi sembra rivolgere oggi ai poeti per poter continuare o ricominciare ad esistere, oltre che nella loro volontà e immaginazione, anche nella mente e nell’orecchio dei lettori. Il piccolo canzoniere che sta al centro di questo libro è nato così, credo, dall’intersezione di due tentativi o desideri: il primo di non perdita, l’altro di ritrovamento”.

Raboni spiega così la genesi di Versi guerrieri e amorosi (Einaudi, 1990). In copertina: “Con tutta quella morte in giro / nessuno moriva, era senza / patemi o rischi l’assistenza / al disertore sotto tiro // – eh sì, solo a fine emergenza / si contabilizza l’orrore / se a me è venuto con l’assenza / della tua assenza il maldicuore.”

Pierangela Rossi

 
 
 
 
Sì, ricordo: chi viene falla notte
ha il suo segno di luce, vivo o spento,
cerchio ovale o losanga, e il suo lamento
o il suo silenzio nella appena rotte
 
tenebre della strada. Ma non sento
se era a dinamo o a pila la tua spora,
anima, quando non essendo ancora
mi sfioravi nel buio come un vento
 
 
 
 
 
 
Di quello che ho nel cuore
Parlo poco, mi frena la paura.
E voglio e soffro, e mi farà morire
La cosa che la lingua non sa dire.
 
 
 
 
 
 
Niente non gela ma non soffro il gelo
perché Amore mi copre,
Amore è la mia casa,
Amore scalda e nutre il mio valore.
 
 
 
 
 
 
Vacilla il cuore e sbanda
se di lei solo gli occhi hanno vivanda
e palpitando a sapere m’invita
che questa poca vita è la mia vita.