Dialogo con Franca Mancinelli


da Pordenoneleggepoesia
 

Un dialogo nato dal progetto Non solo muse. Panorama della poesia italiana dal 1970 a oggi, a cura di Adele Bardazzi e Roberto Binetti, John Fell Fund dell’University of Oxford. Questa sua prima parte è uscita con traduzione inglese di John Taylor, sulla rivista “Asymptote” (QUI) nel 2023. L’incontro di cui questo dialogo raccoglie la traccia, è avvenuto a Firenze nell’agosto del 2021, ed è disponibile, insieme ad altre video interviste a poete italiane, su Youtube (QUI).

 
 

Roberto Binetti: Vorrei iniziare quest’intervista partendo da uno dei tuoi testi che mi è più caro e che è ora collocato a chiusura della tua prima raccolta poetica Mala kruna, pubblicata originariamente nel 2007 e ora inclusa insieme a Pasta madre, nel volume A un’ora di sonno da qui. Un verso è una vasca è un testo in prosa che può essere letto come una dichiarazione di poetica e al tempo stesso come un brevissimo e densissimo manuale di poesia. Mi pronuncio in questo senso in quanto ritrovo in queste pagine una verità singolare che parte dall’esperienza per approdare a un discorso più ampio sulla forma poetica e, in qualche modo, vuole farsi dono a tutti, vuole diventare materia universale così come la grande poesia sa fare. Leggo ora un estratto:

Penso che si arrivi alla fine di un verso, come di una vasca, muovendosi all’interno di una misura. Una serie di gesti si ripete fino a che si raggiunge una sorta di equilibrio per cui sembra di non muoversi, ma di essere portati. Chi infrange il codice di movimenti e si dibatte oltre la forma stabilita, affatica il suo corpo e alla lunga lo addolora. I suoi schizzi suonano stonati, non necessari. Sbaglia per incapacità o per ignoranza. Ne vedo diversi avanzare sul dorso battendo le gambe con le ginocchia piegate, oppure andare di continuo a urtare i galleggianti delle corsie. Il fatto è che i movimenti sono già tutti scritti. L’unico pensiero è quello di aderire, di eliminare ogni intenzione che fuoriesce dal tracciato.

F. Mancinelli, Un verso è una vasca)

Partendo da questa catena metaforica che ci rivela un elemento importante della tua pratica di scrittura, desidererei chiederti qualcosa in più riguardo ai concetti di misura e di fiato in poesia? Che tipo di centralità hanno (se ce l’hanno) nella tua pratica poetica?

Franca Mancinelli: Mi piace pensare alla poesia attraverso il “fiato” piuttosto che al “respiro”, perché la parola fiato è più vicina a una pratica del corpo, all’energia che ci consente di arrivare al termine di una vasca, sulla cima di una montagna, così come alla fine di un verso. La misura in poesia è data dal fiato, dall’aria che restituiamo dopo “l’inspirazione”. Quanto più profonda l’“inspirazione”, la riserva di ossigeno immessa, tanto più il fiato ci permetterà di portare a compimento un movimento del nostro corpo nello spazio, una custodia di significato nel bianco. All’interno di questo rapporto intrinseco tra fiato e misura, la scrittura è salva da tanti rischi, perché risponde prima al corpo che all’io, obbedisce a forze che travalicano l’identità individuale. Con l’indebolirsi e l’esaurirsi del fiato, la scrittura si ferma. Lascia spazio al silenzio, all’attesa di rigenerare nuove riserve di ossigeno, nuove provviste di senso.

Molti versi e immagini della mia poesia mi hanno raggiunto nuotando o camminando. Sia il nuoto che il cammino aprono alla meditazione, permettono di abitare alcuni movimenti ripetuti e di aderire a questa ripetizione, fino a ritrovarsi in uno spazio più ampio dove sembra dissolversi il nostro io con le sue scorie. Nuotando e camminando, così come scrivendo, siamo liberi ma all’interno di una misura inscritta nel nostro corpo, nei suoi confini, nelle sue possibilità e limiti. Ci sostiene il fiato che ci dà energia e insieme ci connette al ritmo che ci governa come ogni elemento dell’universo. Per questo, nella scrittura come nel nuoto e nel cammino, c’è una forma di obbedienza a una legge più grande di noi, una legge a cui cerchiamo di aderire con tutto il nostro essere. È all’interno di questa obbedienza che si fa ritualità, che si può entrare in quel particolare stato di narcosi per cui, più che muoverci e compiere gesti, siamo portati. Questo stato creato dalle nostre endorfine, ci cura, ci dona una forma di bene e di gioia, un senso di appartenenza e di ricongiungimento alla vita. È una forma di beatitudine laica, una possibilità di sentirsi parte di un corpo plurale, della comunità dei viventi. C’è una poesia di Pasta madre in cui la stessa immagine del nuotare in piscina che hai letto all’inizio, è tradotta in versi e aperta ad altri significati che trasformano la vasca in uno spazio sacro:

torno a immergermi nel corpo
azzurro e buono di una domenica
mattina, fraterna ad altri
senza capelli e occhi, muti
come in un giorno di lavoro
per corridoi
con altre ombre accanto.
Ma in questo chiaro di saliva
cloro e seme, abbandonata ognuno
la sua scorza, gesto dopo gesto entriamo
bambini con un segno d’acqua in chiesa.

 

RB: La seconda domanda si riconnette al concetto di misura: il tuo evocare lo spazio della pagina attraverso lo spazio del verso e connettere questa spazializzazione immateriale di uno sforzo fisico mi ha riportato alla mente il Projective Verse di Charles Olson e alle teorie musicali di John Cage su silenzio e parola. In questa spazializzazione del verso, vorrei chiederti che tipo di valore ha la metrica e l’utilizzo di forme chiuse nella tua poesia? Come si relaziona la tua poesia con la tradizione metrica italiana? Vi è qualche modello in particolare di rilievo?

FM: Olson e Cage non sono stati dei riferimenti nella mia formazione, ma provo una risonanza profonda con le loro teorie. Il fatto di pensare, con Olson, alla poesia come un “campo di azione”, e di riconoscere, con Cage, il silenzio come portatore di significato quanto la parola, è all’origine della mia esperienza di poesia e del modo in cui cerco di tradurla sulla pagina. L’intensità e l’autenticità con cui la poesia può continuare a parlarci, e a raggiungere le nostre vite sempre più compromesse con il virtuale e con gli algoritmi del mercato, dipende dalla sua capacità di attingere a una dimensione originaria, in cui era rituale espressione del corpo che segue un ritmo, per ristabilire un’armonia distrutta o minacciata. Quando nella pagina risuona ancora questa vibrazione proveniente da un corpo, allora mi affido a quelle parole, credo alle immagini, al mondo che aprono. Che le abbia tracciate io o che le stia leggendo, è lo stesso. La pagina diviene lo spazio di un incontro, di un’esperienza che transita da un corpo a un altro. Il resto è necessità di espressione individuale, letteratura che cresce come una pianta parassita.

Più che la metrica, è fondamentale per me ciò che dà vita alle sue strutture e leggi, il ritmo. La parola poetica ha un potere trasformativo e di cura proprio perché riconnette la specie umana al ritmo del cosmo. Staccati da questa connessione, come spesso ci accade di vivere, siamo indeboliti, inerti, incapaci di azione creativa. I nostri stessi corpi, con la loro cassa armonica e archi d’ossa, sono strumenti che possono essere accordati attraverso la poesia. Ogni verso è un tentativo di ricongiungimento con l’armonia che presiede all’universo, con quel suono originario – Verbo per la tradizione cristiana, Om per quella induista– da cui tutto è stato generato e continua a generarsi.

La metrica della tradizione italiana è sicuramente presente nel mio orecchio, per la mia formazione e le mie letture, ma non è un modello né un riferimento consapevole. Però ricordo come, nell’incertezza ossessiva che ha accompagnato la scrittura di Mala kruna, il mio primo libro, trovassi una forma di sostegno ricorrendo a una sorta di metrica istintiva e molto rudimentale: tra diverse possibili varianti, affidavo la mia decisione definitiva a un calcolo di sillabe che effettuavo muovendo le dita nell’aria o battendole sul tavolo. In genere, se ritrovavo un endecasillabo o un settenario, mi affidavo a quel verso come avesse in sé una garanzia di solidità, nella costante minaccia di frana che sentivo incombere sulle mie parole, proprio come, ho scoperto poi, sul paesaggio che più mi è familiare – quello delle alte colline del San Bartolo che franano sul mare Adriatico e di zone collinari vicine a Fano. Sono luoghi dove emerge l’arenaria, una pietra dalla solidità solo apparente, che si sgretola facilmente in sabbia. Mi sento composta di una materia simile, e così la mia lingua. Per questo penso alla metrica che mi ha accompagnata soprattutto nel mio primo libro come a quella rete metallica, sottile, che ricopre alcuni dirupi, per limitare l’azione delle frane.

 
 
Continua su Pordenoneleggepoesia
 
 
 
 
In copertina uno scatto a cura di Laura Domenicucci

 
 

error: Content is protected !!