Dalla cima del secolo

Nella rubrica Dibattiti in rivista proponiamo articoli da riviste amiche uscite in passato, e che sono degni di rilettura. Nello specifico questa serie tratta di “Avamposto” attraverso le premesse di Sergio Bertolino. Questa puntata viene da Dalla cima del secolo, serie I numero 3, giugno 2023 (il primo QUI, il secondo QUI).

Il ritorno all’origine è il primo dovere,
altrimenti l’uomo è finito.

Albert Caraco

 

… l’Intelligenza Divina abbraccia simultaneamente tutte le cose.
Il passato sta nel suo presente, e così anche l’avvenire.

Plotino

 

La nostra storia ha fallito.

Gettati nella colpa di un’immanenza eccessiva, ci rassegniamo al fatto che l’eternità non sia più di questo mondo (e quanto poco ci è bastato a scacciarla!) divenuto «teatro di una sofferenza immensa, costantemente esposta allo scacco»1. Siamo qui, mai altrove, né prima né dopo, sotto un diluvio di momenti incapaci di legarsi tra loro, e abbiamo perduto – con le nostre energie più vitali – lo sguardo contemplativo, la facoltà di meravigliarci, «soggiornare presso le cose»2:

Per quanto mi aggrappi agli istanti, gli istanti si sottraggono: non ve n’è neppure uno che non mi sia ostile, che non mi ricusi, e non mi significhi il suo rifiuto di compromettersi con me. Tutti inabbordabili, essi proclamano l’uno dopo l’altro il mio isolamento e la mia disfatta3.

Vorremmo «imprimere al divenire il carattere dell’essere»4; vorremmo ancora credere, ma non ci riusciamo. Ecco la differenza sostanziale rispetto all’uomo arcaico – guidato dal desiderio ontologico, in piena adesione alla totalità dell’esistente, al cosmo e ai suoi “ritmi” – che «è certamente in diritto di considerarsi più creatore dell’uomo moderno, che si definisce soltanto creatore della storia. Ogni anno infatti egli partecipa alla ripetizione della cosmogonia, l’atto creatore per eccellenza»5.

Va detto che l’idea di una struttura ciclica (archetipica) del tempo appartiene a tutte le culture arcaiche. Secondo quest’ottica, la realtà è sì divenire, ma la sua direzione non può che essere circolare, dove il procedere avanti è anche un andare a ritroso (revolutio). Ad esempio i Greci – immersi nel sacro, in un presente cosmico e infinito – ritenevano il tempo una copia sbiadita dell’eternità; e benché possa apparire strano, si tratta di una concezione profondamente radicata nella natura, e di una lingua (della natura) che occorrerebbe tornare a parlare:

tutto si trasfigura, tutto vola,
ogni sagoma è una nube, ogni porta
dà al mare, al campo, all’aria ed ogni tavola
è un banchetto: chiusi come conchiglie
il tempo inutilmente li asserraglia,
non c’è più tempo ormai, né muro
[…] tutto si trasfigura e si fa sacro,
ed ogni stanza è il centro del mondo […]6

Crollato il paradigma storicista, il tempo demitizzato si riduce a una corsa tanto cieca quanto spossante, che non conosce finalità o argini in grado di regolarlo, articolarlo. Ne deriva un’avvilente uguaglianza tra i momenti; nulla che emerga da questo muto fondo indistinto. A noi figli della decadenza, sonnambuli esiliati travolti dall’inutile, il “momento giusto” (kairós) ha cessato di palesarsi. E allora verso chi, verso cosa rivolgerci?

Se, per citare Schopenhauer, il presente «è la forma di ogni vita»7, compito della poesia è creare un presente eterno, che contenga in sé passato (memoria) e futuro (attesa). Dal chaos al kosmos, alla maniera dei Greci. Perché la poesia canta la transizione, l’attimo prima di. È un paradossale inno al mutamento, un tentativo di perpetuare il divenire, di fissare l’anello. È una riabilitazione dell’essere nell’istante in cui risplende, una riappacificazione, il grande sì:

dico, prego: sia grazia essere qui,
grazia anche l’implorare a mani giunte,
stare a labbra serrate, ad occhi bassi
come chi aspetta la sentenza. Sia grazia essere qui,
nel giusto della vita,
nell’opera del mondo. Sia così8.

 
 
 
 

1 A. Magris, Nietzsche, Morcelliana, Brescia 2003, p. 71.

2 M. Heidegger, Costruire abitare pensare, in Saggi e discorsi, trad. it. di G. Vattimo, Mursia, Milano, 1976, p. 101.

3 E. Cioran, La caduta nel tempo, trad. it. di T. Turolla, Adelphi, Milano 2004, p. 123.

4 F. Nietzsche, La volontà di potenza, a cura di M. Ferraris, P. Kobau, Bompiani, Milano 1994, p. 337.

5 M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno. Archetipi e ripetizione, trad. it. di G. Cantoni, Borla, Torino 1968, p. 152.

6 O. Paz, Pietra del sole, a cura di R. Trovato, Armando Siciliano, Messina-Civitanova Marche 2006, p. 51.

7 A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di G. Riconda, Mursia, Milano 1991, p. 319.

8 M. Luzi, Augurio, in L’opera poetica, Mondadori, Milano 2010, vol. I, p. 279.

 
 

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