Co se iera muli – Quando eravamo ragazzi, la prima silloge poetica in dialetto triestino di Sandro Pecchiari, ha avuto origine in occasione di una presentazione a Washington, ospite di NeMLA Italian Studies, Journal of Italian Studies, Special Issue, Writing in a Different Language: Transnational Italian Poetry con la supervisione di Alessandro Canzian-Samuele Editore e di Simona Wright, The College of New Jersey, Volume XL 2018 (QUI).
Questo libro, nato in inglese, parlava delle variazioni di significato nei prestiti linguistici dall’italiano all’inglese, dovute alle aree culturali diverse – tra la lingua di partenza e la lingua della traduzione. L’idea di tradurlo in italiano, esperimento a quattro mani condotto con Monica Guerra, poetessa di Faenza, non portò al risultato sperato in quanto, nella traduzione, i testi perdevano tutto il gioco di alternanze e di rimandi tra le due lingue. Mancando quindi di efficacia e anche di genuinità, il libro rimase a decantare dal 2018 al 2024, “sobbollendo” irrequieto fino a quando, (molto) sollecitato dal marito affinché partecipasse al Premio Ischitella – Pietro Giannone, la versione, del tutto nuova, si ripresenta in un triestino “sfaccettato di radici diverse”, risultato di tutte le geografie del mondo bambino dell’autore, mantenendo e riscoprendo il gioco linguistico che era stato diluito nella traduzione in italiano e che invece il triestino permetteva di portare avanti. Co se iera muli è risultato terzo al suddetto premio ed è stato stampato pochi mesi dopo dalla casa editrice Arcipelagoitaca, nel 2025.
Alla mia richiesta se si fosse posto qualche problema, oppure se avesse avuto qualche dubbio, nel mischiare i vari idiomi (e anche se si aspettasse qualche critica per questa sua scelta), Sandro risponde che la miscidanza degli idiomi è una cosa ineluttabile, che le variazioni che si creano nell’aspetto orale della lingua condizionano sempre anche l’aspetto scritto. Il triestino qui utilizzato può essere considerato un idioletto, prodotto spontaneo delle diverse persone della sua famiglia e delle sue amicizie infantili e adolescenziali: un misto di veneto, istriano, sloveno… Sandro ha sempre parlato in questo triestino, pur conscio non fosse propriamente doc; così, per evitare spiacevoli situazioni, per i suoi libri aveva finora scelto l’italiano. Ma scrivere in triestino si è rivelata una specie di liberazione e anche un sollievo perché così è riuscito ad agglutinare in armonia tutti i diversi aspetti del suo lessico, rimanendo lui per primo sorpreso del fatto che questo fondersi di fonti diverse non portava una diminuzione bensì un arricchimento caleidoscopico.
Il libro procede per flashback memoriali, attraverso schegge di memoria, narrativi e lirici assieme. Il recedere nell’infanzia e il suo riaffiorare scheggiato, nel gesto reiterato del ricordare: “mi ricordo”, “di te mi ricordo”, “ti ricordi”, fa riemergere dal fiume carsico di stagioni ‘silenziose’, da dopoguerra, o da dopostoria, quando, per un attimo tutto sembra immobile e silente, quasi attonito tra un prima e un dopo, tra un disastro e un futuro tutto da inventare. Il lettore potrà cogliere tra le pieghe dei versi una quasi dolente e soave sfumatura: il sentore-sapore di un’epoca di passaggio, come di un guado da una sponda all’altra del fiume in un mondo che apparteneva agli adulti, allora più di ora. Erano due mondi paralleli, quello degli adulti e quello dei bambini nel dopoguerra, con lutti ancora da metabolizzare e il mondo bambino completamente mitico, in cui ogni giorno si ricostruivano realtà mediate dai giochi e scambiandosi oggetti, vocaboli, amicizie e lotte. Il mondo dei più giovani veniva ricreato da un continuo rilessicare la propria realtà che non aveva riscontro con quella dei cosiddetti “grandi”, che non li capivano. Due mondi che si toccavano a malapena, se non per le regole imposte senza spiegazione. Si viveva e conviveva in questo stare sospesi tra il prima e il dopo degli adulti, quindi di che cosa potevano nutrirsi bimbi e adolescenti se non di un mondo ricreabile continuamente?
Nelle poesie di Sandro troviamo parole colme di antiche inquietudini, di affetti mai dimenticati, di relazioni interrotte, di amicizie svanite e tuttavia presenti nella memoria delle cose e delle lingue. I fiumi, la via e la strada sono stati terreno di crescita continua, di confronto continuo. Era quello il mondo “vero”, dove si accumulavano dati, informazioni, rivalità. Dove il gioco diventava una vera e propria metafora della vita. Il libro recupera il mondo complesso della Trieste degli anni cinquanta, ma nello scontro/incontro stava la soluzione: così il fiume metaforico (Timavo, ma anche il Patoc sopra Roiano con le lavandere, e anche le reminiscenze della sua infanzia veneta, lungo il Piave e il Monticano) era quello che viveva con gli amici con cui si giocava e baruffava, già creando un proprio linguaggio di gruppo.
Il “fiume” era il luogo di scontro e di incontro, “imprestandose un mondo”, dove persino le parole del mondo sono prese in prestito.
A forza di dimenticare, ci dice Sandro, le cose scordate riacquistano forza e diventano nuova ricerca della via e scavo lucido negli accadimenti passati fino a che, lentamente, i ricordi si affinano e fondono nel presente, fino ad arrivare alla poesia finale, che rivela un totale e inaspettato capovolgimento del libro e un desiderio di pacificazione di tutte quante le esperienze vissute, riecheggiando l’espressione triestina “deme pase” – “datemi pace”, nel riconoscimento del passare del tempo che va accettato, contemplato e mantenuto con cura. Le case sono la casa, la casa è casa anche nelle mutazioni, risultato di un gioco di passi troppo lunghi o troppo corti, basta che si abbia il coraggio di farli.
In queste poesie troviamo la capacità di riconoscersi nel fluire, nell’annunciarsi di un passaggio di stato non troppo augurabile e il coraggio di trattenere i ricordi, facendo finta di sorprendersi quando tornano tra le mani o tornano in mente. L’importante è farli rivivere come se fosse la prima volta.
Anche se, dopo aver ricostruito il mondo nell’infanzia e nella giovinezza, dopo aver vissuto, lavorato e lottato, si scopre che il mondo è mutato ed è a malapena riconoscibile. I posti del cuore sono spariti oppure riciclati in altri usi. Così a volte diventa difficile riuscire ad adattarsi e ci si chiede se sia ancora possibile trovare una nuova pelle. Ma il fiume è sempre presente, spessissimo, anche se con un fluire non più lineare. Per questo alla fine, il compratore di fiori decide di non portare i fiori sulla tomba della persona cara, ma di portarseli a casa, in un momento di gentilezza nei propri riguardi e con il desiderio che alla fine tutto si ricomponga, nella pace guadagnata a prezzo di una intera vita.
Andreina Cekova Trusgnach
1.
el fiume int’el vento iera un stante
una ramada un confin
pe’i muli de fora co se se patufava
ogni tanto se traversava l’aqua
per scanbiarse vis’cie e pessi
inprestandose un mondo
ladrandose le armi e le parole
infilandose indoso l’amicizia
come el còbian de’l morer
sui lavri, de scondòn
il fiume al vento era una ringhiera
un graticcio un confine
per i ragazzi forestieri nelle lotte –
a volte varcavamo i guadi a barattare
lunghe canne o pesci
il nostro mondo in prestito
rubandoci le armi o le parole
celando l’amicizia
indossandola come il bianco delle more
sulle labbra, senza sfoggiarla
3.
zite zite le zornade de bùcoli e de bache
el mondo iera noma roba de magnar
el tempo stuzicava ortighe de ‘na lingua
nova su la pele
dismisiava le parole
a stramusoni sparlazava e le sponzeva
zite zite le domande
le zigale le parlava anca per noi
il mondo non era altro che cibo
il tempo suscitava una lingua d’ortica
nuova sulla pelle
sparpagliava le parole
a mani aperte irriverenti pungenti
zitte zitte le domande
le cicale parlavano per noi
9.
no go podesto
scovar el blu nel’aria fina d’i zorni ‘ndai
e gnanche ti –
qualchidùn disi crepà, qualchidùn partido
a volte gnanche ‘na parola –
floce come muri,
un no sta domandar s’ciafonado sora ’l muso
te me ga involtizado dove diolivo
una ferita el tu’ moverte qua drento
el cuor tajado
spalancai l’un su l’altro
gavevimo inganzado frasche de somaco
come corone e strascici
de due re domaci
intorno ‘l andar de le zornade
non ho più potuto
scovare il blu nell’aria sottile dei giorni passati
né te –
alcuni dicono morto, altri partito,
a volte nemmeno una parola –
bugie come muri,
un non chiedere schiaffeggiato in faccia
mi hai avvolto dove dolevo
una ferita il tuo tragitto in me
il cuore trafitto.
spalancati sull’altro
abbiamo intrecciato fronde di sommaco
in corone e strascichi tutto intorno
di due re nostrani
attorno al cammino delle giornate
12.
mai stanco el mio tempo de muleto
impiza de novo tute le ombre
quel che scavavo drento d’i tui oci
quel blu-note ‘co te me davi nomi novi
Nocoj smo poslušali burjo
in prav ni, prav nič nismo spali,
mislili smo, kako bi lepo bilo splavati
kar z burjo preko obali
no go mai ‘scoltado la mia vose
ma me ricordo de la tua
la me strasinava su piere e mus’cio
e su le creste candide de l’aqua
te vignivo drio
svolando rente de ti
partindo sperso nela mente
cussì lontan de ti.
go imparà cussì tanto
‘co te son ‘ndado via
mai stanca la mia infanzia
riaccende tutte le ombre
ciò che scovai in fondo ai tuoi occhi
il blunotte del tuo rinominarmi
stanotte ascoltavamo la bora
e non abbiamo potuto dormire
sognavamo di poter partire nel vento
e raggiungere altre rive
non ho mai ascoltato la mia voce
ma ricordo la tua
mi conduceva su pietre e muschio
e sulle creste candide dell’acqua
seguivo le tue orme
librandomi vicino
salpando sperso nella mente
15da te così lontano
ho imparato così tanto
dal tuo andare via
Sre
ko Kosovel, Stanotte, 1904
22.
prima dele quatro la portinara
ne gavessi scazà, noi muli
no se podeva far scandàl – a zogar
ala sesa, a manete, al portòn,
a rivar sul muro
co i pasi de sariandola, de leonfante
qualche salto de canguro o de lion
papagal papagal che ora xe
el muro iera la meta e el premio
ne bastava. iera ‘l movimento che contava
farlo coreto e controlà dai altri – no barar –
no savevimo che sarìa sta cusì el futuro
le scelte intorcolade
i pasi tropo curti o tropo longhi
senò se tornava indrìo
o ‘l paso del ganbero
a l’incontrario
come la vita a volte
e noi ’n corte a inventarse strade
e truchi per rivar
e ierimo schile e canguri
e lioni lofi e divertidi
chisà co’ quai de questi pasi
la nostra galasia se s’cianta
contro Alpha Centauri
come zogando.
prima delle quattro del pomeriggio
la portinaia ci avrebbe scacciato, noi ragazzini,
era vietato far rumore – giocare
alla sesa, al gioco delle cinque pietre, al portone,
ad arrivare al muro
con passi di lucertola, di canguro o di leone
27pappagallo pappagallo, che ora è?
il muro era la meta e il premio
ci bastava. il movimento che contava
farlo corretto e controllato dagli altri – non barare –
non sapevamo che sarebbe stato così il futuro
le scelte aggrovigliate
i passi troppo corti o troppo lunghi
altrimenti si tornava indietro
o il passo del gambero
al contrario
come la vita a volte
e noi nel cortile a inventarci strade
e trucchi per la meta
ed eravamo gamberi e canguri
e leoni goffi e divertiti
chissà con quali di questi passi
la nostra galassia si schianta
contro Alpha Centauri
come per gioco
23.
‘sai bei ‘sti fiori
la pensi, xe ‘pena rivai, freschi freschi
quanti la vol?
uno per ogni parola che no go dito e sarà un mazo grando
ah, sior mio, se dovesi dir quel che no go dito mi
parleria per giorni.
podessi far la guida turistica dela mia vita
e forsi anca de qualchidun altro.
però alora che consigliassi ‘ste rose
de due giorni fa
no xe fresche
ma granché noi più.
le tegnio perché le iera bele
e go preferì no venderle.
la ga ragion, grazie, fior adatti
ale robe fate senza coraggio
senza gnanca morbin
vergognandose de vergognarse
ma ormai ‘fata la xe’.
però el rosso xe ancora bel
fa ricordar le robe meio
e po’ ‘sti fiori dura meno
perché fa mal ricordarse tropo
magari un lo seco in t’un libro
quei che no verzo mai
cussì lo ritrovo co’ un zigo de sorpresa
el rosso sarà ormai più scuro e seco
come un sangue rappreso
e cussì forsi se guarissi
magari ghe lasserò ‘sti fiori ai muli
che forsi i ga la vita nele man
però no i sa
ghe li incarto? la tonba xe lontan de qua?
no, no, go pensà che i morti
ne ga lassà soli e no ghe frega
semo noi che se movemo ancora in te la scena
la me li incarti per favor che me li porto casa
anche mi me merito
qualche fior che me disi ‘basta’.
‘belli questi fiori’
sono arrivati proprio adesso, freschi freschi
quanti ne vuole?
uno per ogni parola non detta e sarà un mazzo grande
ah, signor mio, se dovessi dire tutto quello che non ho detto
parlerei per giorni e giorni.
potrei fare la guida turistica della mia vita
e forse anche di quella di qualcun altro.
però allora le consiglierei queste rose
di due giorni fa
non sono fresche
ma nemmeno noi lo siamo più.
le tengo qui perché erano belle
e ho preferito non venderle.
ha proprio ragione, grazie, fiori adatti
alle cose fatte senza coraggio
senza neanche entusiasmo
vergognandoci di vergognarsene.
ma ormai non c’è più niente da fare.
però il rosso è ancora bello
fa ricordare le cose migliori
e poi durano di meno
perché fa male ricordare troppo.
magari uno lo secco in un libro
di quelli che non apro mai
così griderò di sorpresa quando lo ritrovo
il rosso sarà ormai più scuro
come sangue rappreso
perché così forse si guarisce
potrei lasciarli a qualche giovane
che forse tiene la vita nelle mani
ma non lo sa
glieli incarto? la tomba è lontana?
no, no, ho pensato che i morti
ci hanno lasciati soli e a loro non importa
siamo noi ancora sul palcoscenico.
me li incarti per favore così me li porto a casa
anch’io mi merito qualche fiore
che mi dica ‘basta’.

I testi di questa raccolta, del tutto inediti in triestino, presentano qualche recupero da collezioni precedenti che si inseriva armoniosamente nel discorso dipanato in questa raccolta:
- la versione in italiano di “de ti me ricordo” e di “te te ricordi”, già in Scripta non Manent, Samuele editore, collana Scilla, 2018, anche se con qualche modificazione e semplificazione (una recensione al libro su Laboratori Poesia QUI); Scripta non Manent è sfogliabile gratuitamente QUI
- La versione in italiano parzialmente modificata di “Semo abituai a chilometri”, presente in Atropo, Lachesi, Cloto, Puntoacapo, 2024.
Il libro contiene dieci significative foto a commento dei versi, scattate da Manuele Elia Marano.