Casa mia non ha le ringhiere – Lorenzo Mele

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Casa mia non ha le ringhiere, Lorenzo Mele (Ensemble, 2020).

Casa mia non ha le ringhiere (Ensemble, 2020) è il terzo libro di poesia del giovane Lorenzo Mele, libro che vede la luce dopo i precedenti Tu mi abbandoni (La Gru, 2018) e Dove non splendi (Controluna, 2019).

Nella prefazione a Casa mia non ha le ringhiere, Fabrizio Cavallaro giustamente osserva che la poesia di Lorenzo Mele «nasce da una lacerazione tutta familiare, e lì risiede; i traumi sono aperture verso l’inconscio, e le porte d’ingresso (e di uscita) sono sempre socchiuse. È una poesia “materna”, il farmaco per uno strappo vitale, esistenziale, che Lorenzo porterà sempre con sé ma che è riuscito, con la poesia, a […] lenire se non guarire». Infatti, come sosteneva Umberto Saba «per i poeti, la poesia è la madre». Tuttavia, la casa non è che la concreta metafora dell’io poetante e dei suoi «resti tra le briciole di pane; / nel lavello […] tra le pagine»; resti di un’identità che si cerca «dopo il terrore, / dopo lo sgomento» poiché, forse, è di residui ancora «troppo piccoli per reggere l’amore» che si tratta.

Dunque, cercarsi e ricomporsi «sovraccarico dell’emozione in onore dell’amore», di «quella dannata colpa di solitudine» che incide la sua presenza negli spazi bianchi delle poesie; che bussa, alle pareti del cuore, forte quanto «quella voce di madre mancata» e sostituita dalla poesia stessa.

Quella di Lorenzo Mele è una casa immersa «nel chiaroscuro dell’infanzia», costruita attraverso un susseguirsi di negazioni che ne tappezzano le pareti e ne confermano la speranza:

 
 
Casa mia non ha le ringhiere
è un giardino senza alba,
un ramo che scorre verso il mattino.
 
 

Si tratta di una casa costruita sulle negazioni: immersa nelle ombre del passato, è vaga e priva di ringhiere, fatiscente e indifesa. Un calco dell’abbandono.

In quest’ultimo libro di Mele, predomina una fitta rete di assonanze, consonanze, parallelismi, anafore, ma accanto ad esse non mancano alcuni richiami che rimano fra loro (si vedano, ad esempio, termini come «odore»; «amore»; ecc…), e che risultano abbastanza martellanti, così come la ripetizione – non solo nella cornice dello stesso testo, bensì all’interno dello stesso verso – di alcune parole e, a tal proposito, si legga Sangue sul sangue, dove la ripetizione, come il susseguirsi di negazioni, è un principio – o un ritorno, forse? – di pura ossessione, nonché spinta attrazione verso l’estate migliore del passato, quella stagione «che non finiva mai». Il tempo dei VHS, quando era ancora possibile l’amore, quando era possibile ricominciare da capo, imparando un altro nome.

Il libro si dirama in due sezioni: Casa mia non ha le ringhiere (quindici testi) e Mia madre non vuole morire (dieci testi). Potenzialmente, l’ultima sezione è la traccia di ciò che potrebbe essere un ulteriore libro a sé (magari una plaquette); tuttavia, essa presenta una continuità, sottile e notevole al tempo stesso, con la sezione che la precede. Sezione cui non è arduo riscontrare dei rimandi dal retrogusto ossessivo. L’inquietudine e il tormento si riversano nella confessione autobiografica e, all’inizio di ogni testo della seconda sezione, leggiamo: «Mia madre».

Lorenzo Mele riconosce il dolore e lo risveglia, non ha paura di nominarlo, nemmeno quando esso lascia trapelare dei ricordi scomodi. In una casa senza ringhiere, è inevitabile imparare presto a sporgersi.

Con ogni chiusa di Mia madre non vuole morire, Lorenzo Mele sbatte in faccia al suo passato la porta del presente, perché scrivere vuol dire anche aprirsi alla speranza e prendere atto del fatto che «Niente è serrato quando nasce l’amore».

 

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 
Mia madre fumava di nascosto.
Era l’unico segreto che aveva,
oltre a quelli che non ci ha mai detto.
 
 
 
 
 
 
Mia madre giocava
al lotto in continuazione.
Passava intere giornate
a tentare la fortuna.
Non sia mai che la vita
fosse più di una.
 
 
 
 
 
 
Le madri non vanno a dormire
 
Le madri non chiudono gli occhi,
se ne stanno sveglie tutta la notte
con la notte, poi al mattino il chiudersi
dei palmi, a pugni chiusi contro la vita.
Le madri non vanno a dormire,
fanno a botte tutto il giorno con il giorno,
poi di colpo uno strascico a terra,
un dirupo le attende in agguato nell’alba.
Le madri hanno la forza dirompente
delle balene: un canto di grazia perenne,
il perdono molesto verso il mondo.
No, le madri non chiudono gli occhi,
loro a pugni stretti sempre,
a doverci insegnare la vita.