Nell’infinita palingenesi del mito classico può capitare di imbattersi nelle più stravaganti e improbabili coincidenze: può capitare, ad esempio, che il bel capo rasato di Emma Stone rimandi immediatamente ad un flashback virgiliano, e che le api protagoniste di uno dei fotogrammi dell’ultima pellicola di Lanthimos evochino il ronzio che anima i versi del quarto delle Georgiche, poema di carattere didascalico, dedicato alla vita nei campi, suddiviso tra descrizione di attività agricole, allevamento, e apicultura. Per quanto molto articolato sotto il profilo tecnico, il testo, lungi dal voler rappresentare il manuale del buon contadino o del bravo allevatore, rivela il doppio volto di una scelta di vita bucolica, alternando a paesaggi idillici e rassicuranti, enormi difficoltà superabili solo grazie ad un lavoro duro e faticoso. Virgilio, d’altronde, concepisce la sua opera nell’ambito di un preciso perimetro ideologico, all’interno del quale fatica a contenersi, pur nell’ossequio sublime e solenne al volere di Augusto; frutto di una tale tensione, è un testo spesso animato da punte liriche di straordinaria efficacia, la più celebre delle quali racconta il mito di Orfeo ed Euridice, strettamente connesso ad una sequenza nota agli addetti ai lavori come bugonia:
Scegli quattro tori eccellenti per la bellezza dei corpi, che ora, tua proprietà, pascolano sulle cime del verdeggiante Liceo, e altrettante giovenche dal collo non domato. Colloca per questi quattro are presso l’alto santuario delle dee e versa il sangue sacro delle loro gole, poi abbandona i corpi dei buoi nel bosco frondoso. Più tardi, quando la nona Aurora avrà mostrato la sua prima luce, dedicherai ad Orfeo come offerta funebre dei papaveri letei e sacrificherai una nera pecora e tornerai a visitare il bosco; immolando una vitella renderai onore alla placata Euridice”. Nessun indugio; subito egli adempie ai comandi della madre; va al santuario, fa sorgere gli altari prescritti, conduce quattro tori eccellenti per la bellezza dei corpi e altrettante giovenche dal collo non domato; poi quando la nonna Aurora ebbe portato la sua prima luce, dedicò le offerte funebri a Orfeo e tornò a visitare il bosco. Ed ecco che qui, improvviso, mirabile a dirsi, un prodigio contemplano; per le carni putrefatte dei buoi entro tutto il ventre ronzano le api e ribollono fuori dai fianchi spezzati, e immense nubi si estendono, e già si raccolgono sulla cima di un albero, calano il loro grappolo dai flessibili rami1.
In questi versi, per due volte viene descritto il rito sacrificale dei tori, dalle cui carcasse putrefatte sarebbe nato un nuovo sciame di api: prima, come ordine che la ninfa Cirene rivolge a suo figlio, il pastore/ apicoltore Aristeo, poi come narrazione di quanto, effettivamente, Aristeo compie dietro suggerimento di sua madre. Egli, infatti, si era reso responsabile della morte di Euridice, innescando una drammatica sequenza di eventi alla cui fine si collocava la distruzione totale delle sue api: solo dopo aver espiato la propria colpa e aver cercato di placare Orfeo ed Euridice, avrebbe potuto finalmente riavere i suoi sciami e riavviare la sua attività grazie al rito della Bugonia. Ma cosa può aver a che vedere la vicenda di una CEO rapita e imprigionata perché ritenuta una pericolosa aliena con la vicenda delle api di Aristeo, tanto da indurre Lanthimos a scegliere questo titolo per la sua ultima produzione? I lettori più curiosi potranno decidere di vedere il film ancora in proiezione nelle sale, o, più semplicemente, di leggere una delle tante recensioni che si sono moltiplicate negli ultimi giorni all’insegna delle parole chiave “Lanthimos/ miti greci”, scoprendo, così, una fitta serie di corrispondenze tra il genio di un regista nato ad Atene e tenacemente legato alle sue origini e la tradizione classica, a partire dal film The Killing of a Sacred Deer, ispirato al mito di Ifigenia, in cui il riferimento al mito è in assoluto il più evidente. In realtà, la Bugonia, più che un mito rappresenta un rito, un processo di rigenerazione che solo nell’opera di Virgilio si connota in senso poetico e mitico, contribuendo a radicare nella storia della tradizione letteraria occidentale il topos della rinascita post mortem, capace di rigenerarsi sistematicamente in codici espressivi sempre nuovi. Nel mondo antico, oltre che in Virgilio, di bugonia leggiamo in opere e autori che praticano differenti tipologie di testo, per lo più di carattere scientifico e manualistico. Eppure alle origini di questa straordinaria intuizione che, attraverso la faticosa espiazione della colpa di Aristeo riesce a trasformare in un intenso passaggio lirico un mito di civiltà, si colloca un’opera quanto mai misteriosa su cui poco o nulla conosciamo tranne, appunto, il titolo e la sua attribuzione: della prima Bugonia, molto probabilmente un poema epico, sarebbe infatti autore Eumelo di Corinto, vissuto nell’VIII secolo a. C. In che misura questa “rapsodia arcaica” abbia inciso sulla conservazione di un rito di rigenerazione capace di attraversare infinite variazioni testuali, arrivando fino all’ultima edizione del festival del Cinema di Venezia, non è documentabile, ma senza dubbio straordinario.
1 Virgilio, Georgiche IV 537-558 ( a cura di A. Barchiesi, Mondadori 2003 )