Attraversare i nomi propri: le allegorie dell’io nei versi di Matteo Bianchi


da Pordenoneleggepoesia
 

Christopher di Matteo Bianchi (Interlinea, 20251) è un libro allusivo, sfuggente; eppure, in ogni suo punto, ci sentiamo immersi in un’intimità raggiunta. La parola di Matteo Bianchi si muove intorno alle vite di tre uomini, le sfiora, le accarezza, le attraversa. Si sofferma sulle atmosfere di cui sono costruite, sugli incontri, sui luoghi, sugli spazi e sui gesti e, all’improvviso, si fa vicinissima a dettagli minimi, feriali, carichi di un’oscenità sepolta in altre mille parole non scritte, non dette. Tre uomini, tre nomi propri, tre figure della vita fragile e ineluttabile: destini unici, distinti, individuali e non comparabili l’uno con l’altro lo diventano perché sono convocati sulla pagina dallo sguardo di una poesia che si mantiene sempre sull’uscio e sulla lama – discreta, netta, feroce e partecipe – e che li trasforma in un apologo di ciò che passa, di ciò che lascia un segno non dimenticabile.

Il primo nome proprio che incontriamo è quello di Christopher. Chi sia davvero, non si sa: sappiamo soltanto che abita fra la lingua inglese e Parigi, che ha un destino di artista, di attore, e che ha nel corpo lo stigma di un amore omosessuale e totale, di un amore che vuole farsi dono, eredità, abbraccio, senza limiti. Christopher diventa il nome di una parola che si denuda, di una vita che si affida all’altro nel racconto di una memoria per istanti: Christopher è il nome della parola consegnata. La poesia di Matteo Bianchi ne segue i percorsi, le sottili inflessioni, i sottointesi e il silenzioso gravitare di spettri che ne promana: «Apriva la finestra della stanza / per sentire il mondo di fuori, / ma con i suoi stessi fantasmi».

La parola del poeta trova qui una prima figura allegorica. Non si tratta soltanto di mappare le vicende di un poliedrico irregolare nell’Europa del secondo Novecento, ma di dare spazio attraverso questa figura a una dimensione della parola. Il poeta si spoglia di ogni retorica dell’io per farsi testimonianza, anzi di più: registrazione. La vita di Christopher, la sua postura di affidamento totale, disarmano il poeta e lo lasciano alla sola funzione di “scrivente”: mero stenografo – “scriba”, direbbe Vittorio Sereni – delle parole pronunciate da un uomo qualsiasi, in una vita qualsiasi, che ha però importanza assoluta, perché incarnata in un’apertura non neutrale, affettiva. Christopher si commuove per le bolle di sapone «che restavano per metà / attaccate al tavolo / in attesa di scoppiare, di sparire», la casa di Christopher «non aveva fondamenta» e Christopher abita in «Stanze di cocci, distese di cocci / sui pavimenti, lungo le pareti / o sotto le porte», in un disordine totale («teiere dappertutto»). La sua è una vita che Bianchi definisce «accanita» («Sapeva la vita accanita»), che conosce il dolore dell’umiliazione, della miseria, dell’abbandono. Eppure, se Christopher è l’allegoria di una vita ferita, che dorme ai piedi di una croce del Sacro Cuore, è anche la possibilità di non ridursi a una triste pietà, a un miserevole compianto: dall’esperienza del mondo, Christopher non ricava rancore, né cinismo, né risentimento, nemmeno facile pietismo, ma anzi desiderio di cura e amore: «Un dettaglio respira / soltanto se viene curato».

Tommaso Di Dio

 
 
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1  Christopher di Matteo Bianchi sarà in presentazione a BookCity Milano sabato 15 novembre, Castello Sforzesco, assieme a In absentia di Alessandro Canzian, edito anch’esso da Interlinea. Presentano i libri Maurizio Cucchi e Giancarlo Pontiggia. Introduce Roberto Cicala.

 
 

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