Accogliere gli altri nel proprio riflesso – Alessandro Grippa

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San Girolamo
 
Scrivere è più di niente, forse, ma è meno di tante altre cose:
i padri e i figli, le opere, i sogni. L’ingombro nei giorni.
 
Si scrive perché si crede
che sia inevitabile: ritrarsi, rispondere.
Parole udite, poi ripetute:
la sola scrittura plausibile.
Dette, o dette nel sonno.
Passate. Prossime ai morti.
 
Si scriva o meno, è comunque
lo stesso, significa esserci
insieme alle ombre.
Le braccia incrociate
 
sul petto, in ginocchio; la pietra di un teschio,
l’odore felino della bestia, la mano dell’angelo,
tutto cala
 
dentro la pagina: si chiudono gli occhi
si alza lo sguardo e anche l’estate
è passata, così come loro.
 
 
 
 
 
 
Ogni vocabolo contiene dentro sé
un tempo che non batte. È uno strumento
diurno, non segreto, sconsacrato;
potenziale tramite assemblaggio.
 
Il testo è nella storia. Ciò che vede
intorno a sé non lascia spazio
che al bianco; se c’è senso
è silenziosamente dentro
 
il flusso della mente, nei toni, nello sguardo…
 
Anche per oggi termini. Ciò che viene dopo
è uno spiazzo, il rifornimento, la strada verso casa.
Scrivere non è inevitabile.
 
 
 
 
 
 
amare le voci.
il modo in cui annullano
le proprietà del buio, si fanno
spazio e presenza, ti raggiungono.
tentare di vincerne la fedeltà di cane
verso il corpo che convocano. tracciarne
volto, nome, nuovi.
 
fare voce nei versi degli altri, accogliere gli altri
nel proprio riflesso. come pannelli dischiusi così
lo stupore di ritrovarsi di fronte
a uno specchio convesso
 
(Alessandro Grippa, Revisioni, Delta 3 Edizioni, 2021)
 
 
 
 

Memore della lezione fortiniana del “nulla è sicuro, ma scrivi”, Alessandro Grippa indaga la necessità dello scrivere con occhio lucido e scevro della visione post romantica che vede la parola come indispensabile funzione esistenziale di chi la opera, cui non può sottrarsi, quasi per dolorosa predestinazione, restituendo una riflessione critica sulle ragioni della scelta sottesa al testo poetico, alla sua raison d’être umana e culturale, sociale e antropologica.

“Scrivere è più di niente, forse, ma è meno di tante altre cose: / i padri e i figli, le opere, i sogni. L’ingombro nei giorni.” Immediatamente si fa spazio la distanza tra la concreta materia del vivere quotidiano, dei rapporti, delle aspirazioni, di cui lo scrivere è certamente “meno”, riuscendo ad essere “forse … più di niente”; “si scrive perché si crede che sia inevitabile”, appunto, ma non lo è – anche rinunciarvi cambierebbe poco, in apparenza, “è comunque lo stesso”: l’esperienza dell’esistere (“esserci / insieme alle ombre” … comprendere il contatto con l’altrove, “parole udite … prossime ai morti”) resta innanzitutto un esperire, solo eventualmente, e non necessariamente, da restituire attraverso la parola poetica, che, certo, è in grado di calare “dentro la pagina … la pietra di un teschio, / l’odore felino della bestia, la mano dell’angelo”, ma come l’estate rapidamente svanisce e passa, appena “si alza lo sguardo”, rapito nuovamente dalla concretezza del mondo circostante.

Nel secondo testo il corsivo distingue l’atto della scrittura dalla riflessione posteriore ad essa: e così, se la parola scritta registra il valore del testo, non senza ironia (esso è infatti “potenziale tramite assemblaggio”, “il testo è nella storia”), riflettendo sul senso di esso solo in quanto rappresentazione di fenomeni appartenenti alla vita, ai rapporti e al valore umano, di cui si fa strumento di rappresentazione e trasmissione (“se c’è senso / è silenziosamente dentro / il flusso della mente, nei toni, nello sguardo …), l’atto della scrittura appare poi come azione di routine quotidiana (“anche per oggi termini”), mentre “ciò che viene dopo” appartiene al quotidiano essere nel mondo (“uno spiazzo, il rifornimento, la strada verso casa”) e da tale frattura si perviene alla conclusione: “scrivere non è inevitabile” – scrivere, dunque, è perfettamente evitabile.

Perché farlo, dunque? Per amore. “amare le voci … il modo in cui … si fanno / spazio e presenza, ti raggiungono”, scrivere per “tracciarne / volto, nome, nuovi”.

Un esercizio di memoria e ritrasmissione, un atto di condivisione del mondo con l’altro da sé, ma non solo: “fare voce nei versi degli altri, accogliere gli altri / nel proprio riflesso”.

La parola scritta diventa in ultima istanza segno di celebrazione ed accoglienza, di cura dell’altro e del mondo, ricerca di significato e traccia di un allontanamento dalla propria esperienza individuale, capace di suscitare meraviglia e rivitalizzare il proprio essere nel mondo, nello “stupore di ritrovarsi di fronte / a uno specchio convesso”.

 

Mario Famularo