Voglio morire rovesciato – Mattia Tarantino

Ecco, amate ostinati la grazia - Mattia Tarantino
 
 

A L.
lacerata fiori nudi in fondo al nome

 
 
I
 
Niente è vero, ormai, nella parola:
né gli angeli col cancro né Babele
rovesciata verso a verso dai profeti;
non ci sono buchi nella mano
o sangue nello specchio: resta solo
una cera tanto opaca da corrodere
la luce e le mascelle.
 
Vorrei sapere se il gatto sta mangiando
ancora il mio tabacco; se saltando
si esibisce per i morti e quanto forte
bussa alla tua porta in piena notte;
 
vorrei sapere dell’uva e dell’incenso,
dell’infanzia che urli e urlando avveri
voce dopo voce appena è inverno.
 
Nei polsi ho pochi chiodi per tenere
stretta la tua sagoma e allacciarla
al sangue. Nei polsi
ho le tue vene, e tu dovresti
 
accendere la candela che ho lasciato
accanto al letto per salvare i nostri morti.
 
 
 
 
 
 
III
 
Dici sia un altro il nome
cucito alla mia gola; un’altra
la voce che mi agita nel sonno.
 
Ma i miei verbi sono cavi, e solo
tu conosci la parola
che li occupa e si oppone
bordo a bordo lacerandoli.
 
 
 
 
 
 
IV
 
Prendi un nome e allaccialo
alle vertebre. Fa che sia
il mio. Apri
poi la finestra:
 
lasciami in frantumi con il gatto
allegro a fare un girotondo.
 
 
 
 
 
 
V
 
Tua madre è vera quando parlo,
quando striscio nella lingua e a poco a poco
dimentico che niente è mai esistito;
 
tua madre ha in bocca un ferro
e i tuoi nei si arrugginiscono ogni volta
che predice tutto quello che sappiamo
 
come fosse morta, ormai,
da molti anni. E noi con lei.
 
 
 
 
 
 
VI
 
C’è bisogno di una lingua senza segni;
di ripetersi le cose tra i molari;
confessarsi soffiandoci nel punto
esatto in cui i denti si dividono.
 
Qui in alto fa un gran freddo: le stelle
lo sanno e si nascondono.
 
 
 
 
 
 
VIII
 
Voglio morire rovesciato
in fondo al vento, con accanto
un libro sconosciuto che mi hai letto
prima ancora di conoscere le mani,
gli occhi, o la mia bocca fracassata
da bambino in fondo al petto di mia madre.
 
Voglio morire sanguinando dalle labbra
a furia di ripetere il tuo nome.
 
 

Esattezza: è la prima parola che si è fatta largo nella mia mente mentre stavo nuovamente leggendo alcuni inediti di un giovanissimo poeta, Mattia Tarantino, la cui scrittura è un castello dove albergano i fantasmi di alcuni autori che possono essere additati come suoi maestri; in particolare si ricordino Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud e Dylan Thomas.

C’è qualcosa che si contorce, eppure non allarma eccessivamente il lettore (almeno se reduce da letture ormai reputate classiche), anzi. Non è tensione, ma movimento, ossia tonicità e ritmo delle parole che esatte si contraggono fino a smembrare ogni logica, perché «c’è bisogno di una lingua senza segni». Il poeta ambisce a demolire semanticamente il linguaggio poiché «niente è vero ormai nella parola», così la poesia predice una frattura a tal punto da fargli ammettere con desolazione: «ma i miei verbi sono cavi». La figura materna è sempre chiamata a sé con violenza e inquietudine, è una figura oracolare che predice e destabilizza, ma che è resa tale solo dal linguaggio: «tua madre è vera quando parlo».

Ce ne sono diverse, di parole che si ripetono in maniera davvero ossessiva nei testi di Mattia Tarantino; assumono la stessa funzione di una chiave, dato che si tratta di parole esatte, devote a descrizioni anatomiche, ma che rischiano (qualche volta) di stordire il lettore.

Ci sono, poi, lemmi scevri di timidezza, scelti per mezzo di una geometria orfica, quella che regola immagini spesso gotiche. Cedono al grottesco anche versi che altrimenti sarebbero puliti e dolci. L’amore è platonicamente gotico e si «allaccia» alla tradizione vedica.

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 

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