Visioni dell’Aldilà prima di Dante


Visioni dell’Aldilà prima di Dante (Mondadori 2017).

 

Ecco un’opera ardua e utile: Visioni dell’Aldilà prima di Dante: testi di Bonvesin de la Riva, Giacomino da Verona, Uguccione da Lodi, Pietro da Barsegapè, riversificati in versioni poetiche moderne da Maurizio Cucchi, Mary Barbara Tolusso, Giorgio Prestinoni, Fabrizio Bernini, prefazione di Marco Santagata.

Come scrive Marco Santagata nella sua ottima introduzione, gli autori presi qui in esame sono nomi che anche i lettori più attenti difficilmente conoscono, quando non addirittura sentito nominare. Fanno parte di un territorio tradizionalmente trascurato della letteratura in volgare basso medievale italiana: quella settentrionale di area padana. Se escludiamo il trovatore Sordello da Goito (che tra l’altro scriveva in provenzale), ricordato da Dante tra i canti VI e IX del Purgatorio, in effetti, gli altri sono avvolti in un oblio quasi totale. Meritoria, dunque, è questa pubblicazione, che arricchisce l’orizzonte culturale, specialistico e non, sui secoli dove poggia la nostra letteratura.

 

Cominciamo analizzando il titolo.

Visioni dell’aldilà: sono questi, tecnicamente, testi di natura didattico-escatologico che, attraverso il vivido ed espressionistico racconto delle delizie del paradiso e dei tormenti dell’inferno (ovvero prosecuzioni di piacevolezze e orrori sperimentabili nell’aldiquà), si proponevano di portare sulla retta via i buoni cristiani del Duecento, persuadendoli ad una vita di penitenze e preghiera e ad abbandonare comportamenti giudicati peccaminosi e mondani. Il XIII secolo aveva assistito all’esplosione di ordini mendicanti come i Francescani, i Domenicani (e le loro propaggini ereticali come gli Apostolici e i Dolciniani) e soprattutto dell’elite nata all’interno di questi movimenti, cioè i frati predicatori che, come il famoso Salimbene de Adam, sapevano disputare in pubblico, tenere sermoni davanti alle folle e citare a memoria la Bibbia. In questo contesto fiorì un tale genere letterario, che ovviamente doveva essere svolto in volgare, poiché il pubblico al quale era rivolto – la nascente borghesia mercantile e finanziaria – al contrario degli uomini di chiesa, non conosceva il latino. Il resto dell’utenza, cioè la grande massa dei popolani e dei contadini, fruiva di queste opere in forma di sermone che, insieme alla biblia pauperum degli affreschi che adornavano le chiese, era il sussidio culturale per chi non era alfabetizzato.

Prima di Dante: questi poemetti sono di poco precedenti, o contemporanei, a Dante Alighieri. In ogni caso precedenti alla Commedia, della quale sembrano configurarsi come antesignani, se non altro nell’ambientazione. Come viene più volte notato nella prefazione e nelle introduzioni ad ogni poemetto, è improbabile che Dante, soprattutto durante gli anni dell’esilio, non avesse letto questi autori, o non ne avesse almeno sentito parlare, sebbene non possa esser provato con certezza. In effetti certe descrizioni, certi linguaggi, che troviamo nei poemetti di questa antologia riecheggiano, nella loro matericità, soprattutto nella prima Cantica. Tuttavia le analogie si fermano qui, poiché i poemetti dei nostri autori sono privi di protagonisti e persone, delle quali invece la Commedia è piena, come del resto sono privi dell’afflato teologico, politico e artistico che rende capolavoro l’opera di Dante. Non si creda, con questo, che Bonvesin e compagni non fossero persone culturalmente preparate: erano chierici, o comunque uomini vicino ad ambienti ecclesiastici, dunque indubbiamente persone acculturate. Non va dimenticato, in ogni caso, l’enorme sforzo che l’individuo dell’epoca doveva compiere per alfabetizzarsi, a cominciare dall’uso di supporti di scrittura impervi come la pergamena, la carta densa e irregolare, la penna e il calamaio, veri e proprio oggetti e gesti da specialisti, paragonabili all’odierna programmazione di un computer. Semplicemente, non era questa la sede per dar sfoggio di erudizione: l’intento dei loro poemetti era puramente salvifico e didattico. Ad ogni modo, sia le opere dei nostri chierici che il poema dantesco rientrano all’interno di una stessa temperie culturale, paragonabile ad una sorta di moda religiosa, della quale la Commedia è senza dubbio la summa e la conclusione.

Rendere fruibili testi scritti nelle parlate dei volgari antichi italiani, sistemi blindati di tradizioni ormai estinte, richiede una riapertura della lingua, come scrive Tolusso nella nota introduttiva a Giacomino da Verona, l’autore da lei curato. Riapertura che si esplicita, per le quattro traduzioni, in tentativi focalizzati di volta in volta a mantenere il metro, il contenuto e in certi casi finanche il vocabolario, laddove si fossero conservate alcune vestigia di quest’ultimo nei dialetti correnti.

Vediamo alcuni esempi.

 
 
Bonvesin de la Riva
 
Zascun k’è nao de femena,         vivando pizen tempo,
è plen de molt miserie         e de grand cargamento:
la söa vita misera,         ked è pur un momento,
sì è pur un passagio,         strapassa com fa ’l vento.
La rosa molta fiadha         ke da maitin resplende,
lo so color da sira         delengua e dessomente:
cotal sì è la vita         de zascun hom vivente,
le glorïe mondane         tut cazen in nïente.
 
 

Maurizio Cucchi
 
Chiunque da femmina nato         e poco vivendo
è pieno di miserie,         di grandissima pena.
La sua misera vita         che è pur solo un momento,
è soltanto un passaggio,         vola via come il vento.
La rosa molte volte         che splende dal mattino
perde a sera il colore         che si spegne e svanisce.
Così è la nostra vita,         la vita di ogni umano,
finiscono nel niente         le sue glorie mondane.

 
 
Giacomino da Verona
 
Pur de li gran dïavoli         tanti ne corro en plaça
(ké quigị da meça man         no par ke se g’afaça),
crïando çascaun:         «Amaça, amaça, amaça!
Çà no ge pò scampar         quel fel lar falsa-capa».
[…]
Dondo a çascaun         ne prendo voia granda
de far mal quant el pò,         né unca se sparagna:
perçò lo cativello         duramentre se lagna,
quand’el se vé da cerca         star tanta çente cagna […]
 
 

Mary Barbara Tolusso
 
Corrono nella piazza diavoli giganteschi
ché qui di mezza tacca non pare ce ne siano
e ognuno laggiù grida: «Ammazza, ammazza, ammazza!
Ormai non può scappare il furfante mascalzone».
[…]
Accade che a ciascuno prenda una grande voglia
di fare il peggior male, nessuno si risparmia:
perciò il povero reo a voce alta si lagna,
quando si vede intorno l’orrenda gente cagna, […]

 
 
Uguccione da Lodi
Avaricia en ’sto segolo abunda e desmesura,
tradhiment et engano, avolteri e soçura:
çamai no fo la çente sì falsa ni sperçura,
qe de l’ovra de Deu unca no mete cura,
del magno Re de gloria qe sta sopra l’altura,
 
Quel per cui se mantien ognunca creatura.
Ben savì que ve dise la divina scritura:
tuti semo formadhi a la Soa figura.
Mai quel tegn eu per fole qe tropo s’asegura,
ni d’ensir dig pecadhi çà no vol aver cura.
 
 

Giorgio Prestinoni
 
L’avarizia in questo mondo abbonda a dismisura,
tradimento e inganno, adulterio e sozzura:
giammai la gente fu così falsa e spergiura;
all’opera di Dio non presta alcuna cura,
del gran Re, che sta nei cieli, di gloria pura,
Colui per il quale vive ogni creatura.
Sapete bene ciò che vi dice la scrittura:
siamo tutti fatti secondo la sua figura.
Non ho mai ritenuto stolto chi si assicura,
e di redimersi dai peccati non si dà cura.

 
 
Piero da Barsegapè
 
L’una la superbia ke tene lucifero
Sego s’amigoe quando era tropo belo
E fo caçao del celo con essa in abisso
Posa l’a dada al mundo ke la stia con eso
L’omo l’a piliada e tenla per amiga
Per ço fira caçao dala corte diuina
La segonda e la gola quella maluax ancella
Ke fa uender la casa la terra e la uignia
No lasa da per deo nesuna caritadhe
Ke tuto uol per si et anche del’altro asai
Per le no roman a fare ni furto ni rapina
Ad oniunca pasto le’n uol esser seruia
Ela fe tol lo pomo ali prumer parinti
Cento anni ge pari k’ili aueseno ali dinti
Jn paradiso illi erano e steuan cortexe mente
Jlli foi caçai de fora molte uillanamente
Adam romase nudo e la conpagna nudua
No cala ala gora pur k’ella sia ben passuda
 
 

Fabrizio Bernini
 
La prima è la Superbia che a Lucifero appartiene
cercò la sua amicizia quand’era molto bello
e fu con lei scacciato dal cielo nell’abisso,
e poi l’ha data al mondo per farcela restare
l’uomo l’ha pigliata e la tiene come amica:
perciò verrà cacciato dalla divina corte.
Seconda è la Gola, quella malvagia ancella
fa vendere la casa, la terra e poi la vigna;
per Dio non lascia fare nessuna carità,
è ingorda e non si sazia, è senza dignità.
Ti spinge a fare furti, ti insinua la rapina
pretende ad ogni pasto di essere servita.
Ha indotto in tentazione i primi genitori:
che forti e vigorosi vivevano contenti in Paradiso
insieme sempre allegramente, ma furono scacciati
molto malamente: Adamo restò nudo e Eva altrettanto,
ma per quel vizio, la Gola, non contava poi tanto.

 
 

Per concludere, vorrei puntare l’attenzione su due aspetti che emergono dalla lettura di questi versi. La prima, come nota anche Santagata, è la perdita del senso di punizione o premio per come veniva percepito dai nostri antenati del XIII secolo: le iperboli paradisiache o infernali, che nascono dalla quotidianità e dalla contingenza di quei tempi, ora paiono scenette tragicomiche alle quali guardare con sufficienza. Ma come scriveva Ezra Pound: […] Il numero degli ostacoli alla vita, mentali, morali, e fisici, ostacoli del tutto al di fuori del nostro controllo, deve essere stato tale nel medioevo che nessun’altra credenza avrebbe potuto essere sostenibile o soddisfacente eccettuata quella della misericordia per sé stessi e della pena eterna per i propri persecutori […]”. E ancora: “[…] le condizioni del tempo significano poco per noi; ma l’intensità di certi versi, se li pensiamo cantati da uomini per i quali quelle stesse condizioni accompagnavano necessariamente ogni azione e godimento, risulta molto più accresciuta […] (E. Pound, Rose Rampicanti, appunti di viaggio nelle terre dei trovatori, a cura di Francesco Cappellini, 2008, Via del Vento, Pistoia). È dunque l’occasione per riflettere sul fatto che il nostro corpo umano, per buona parte della sua esistenza storica sul pianeta, ha dovuto far fronte ad una enorme quantità di problemi e sofferenze riferite ai bisogni primari che ora, almeno in questa parte di mondo, ci sono del tutto estranee (anche se l’attualità sembra da tempo contraddire persino questo assunto). La seconda, di natura più letteraria, è che questo lavoro non sembra configurarsi solo come “divulgazione filologica”, ma anche come tentativo di trovare un bon pére, o più di uno, a quella secolare tradizione letteraria settentrionale della quale la novecentesca “linea lombarda” è uno degli ultimi episodi.

 

Ben vengano, allora, operazioni inattuali come questa.

 

Federico Rossignoli

 
 
 
 

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