Viaggio incolume – Tomaso Pieragnolo

Viaggio incolume - Tomaso Pieragnolo

Viaggio incolume, Tomaso Pieragnolo (Passigli, 2017)

 
 
[…] Così rammenta lui le ore esperte, passato e
remoto come inedito avvenire, presente
in goccia d’acqua evaporata, attratto e
respinto da un rovello ormai affinato, sermone
senza peso recitato e arcano cartiglio
delle sue memorie corte. […]
 
 

Questi versi presi dall’ultima pagina di Viaggio incolume di Tomaso Pieragnolo (Passigli, 2017) potrebbero essere usati come grimaldello per intendere tutto il libro: un’opera sul passato, sul ricordo e sui suoi effetti sul presente, seguendo percorsi tutt’altro che coerenti e lineari, quali del resto la memoria stessa fa percorrere.

Il libro di Pieragnolo è un poema che incessantemente fluisce e intreccia, come suggerisce il prefatore “[…] intuizioni, attese, disinganni e ripartenze […]” e “[…] tematiche presenti fin dai suoi primi libri (l’amore come forza rigeneratrice, la figura femminile madre universale e custode della natura, l’incoscienza di una società indifferente e individualistica) […]”. Non credo, tuttavia, che queste tematiche siano preponderanti, o quantomeno le sole. Preferisco individuare come ragione di quest’opera una proposta di infaticabile inno laico (aggettivo ricorrente nel libro) alla vita, all’amore e alla forza generatrice del passato nella sua relazione con il presente, alle infinite possibilità e sfaccettature di questi elementi. Si percepisce un entusiasmo, una propensione al gioco semantico e sintattico da parte di Pieragnolo che genericamente molti di noi potrebbero sbrigativamente ricondurre alla letteratura latino-americana (con la quale il poeta ha professionale familiarità), ma che a me piace accostare al nostro Marinetti delle Poesie a Beny (da me recensite sempre su queste pagine di Laboratori poesia, qui) per l’amore per il dettaglio da noi percepito come esotico ma che l’Autore ha vissuto in prima persona, la problematica amalgama tra natura e presenza antropica, riflessioni che paiono involute solo per poi balzare in inaspettate evoluzioni… e in tutto questo un lui e una lei, le cui alternate riflessioni e ricordi sono davvero i motori generanti delle visioni caleidoscopiche dei versi di Pieragnolo.

L’aspetto che più mi interessa di questo poema è quello formale. Di primo acchitto, la libertà del verso e le immagini che fioriscono una sull’altra danno una sensazione quasi di fastidio e confusione nel lettore; ma procedendo ci si acclimata e si scorgono davvero la miriade di rifrazioni e rimandi tra loro coerenti, persino scolastici (la scelta di alcuni vocaboli da Ottocento manzoniano è deliziosa) e che svelano uno degli intenti di questo libro: raccogliere il mondo intero, come una sinfonia di Mahler (o meglio, visti i toni scelti dal Nostro, un brano di Villa-Lobos o ancora meglio, di Ginastera). E tutte le cose del mondo, come in una giungla, fioriscono appunto una sull’altra, una dopo l’altra in modo non lineare e quasi senza controllo. Se si aprisse il libro a caso, si rimarrebbe certo perplessi, incuriositi, finanche di stucco. Ma, collocata la pagina nel complesso del poema, la si riconoscerebbe in un ruolo pieno e consapevole.

Un interessante artifizio viene utilizzato da Pieragnolo per saldare una struttura così aperta: alcune parole chiave, come spunti tematici, migrano continuamente citate da un quadro all’altro dell’opera, dando l’illusione di una recitazione obbligata che richiama la forma chiusa: tuttavia nel nostro caso, il poeta sembra “chiudere” la forma mentre la sviluppa, senza cioè entrare in una forma già chiusa come normalmente accadrebbe. Un gesto poetico interessante e non banale, che si discosta dalla poesia che in questi anni ci viene proposta.

Qui sotto alcune pagine da Viaggio incolume

 
 
Lui sente come monta questo magma in notti
fuorviate ed allentate dai liquori, sotto cieli
buccellati da pianeti che gemono a fasce
sopra praterie e vivenze, l’assioma
lungo mesi inabitati e il lauto gravame
delle copule animali; lei sorpresa
sbigottita ad ascoltare il cornico e sordo
disaccordo della terra, con tutto
nei suoi pressi che respira e che lieve
s’irriga dentro un orcio necessario; i rosa
fenicotteri salpati durante
l’afflato zigrinato delle piogge, le doglie
che si odono cadere e sui legni l’arare
degli insetti senza un nome, l’armare
delle chele degli scorpioni che sotto la coltre
hanno trovato un abituro, silenzio
delle nottole notturne arieggiano
in volo questa cupida inflessione;
allora lei comprende come tutto
nel cogito esiste in una stessa dimensione,
un essere del tutto comprensivo e come
controvento l’aspra notte stia dicendo “vedi
la vita non lontano sta vigliando, c’è
il suo aroma sulla costa e dentro l’aria, c’è
il suo azzardo con scintilla quasi umana, c’è
quel lezzo melmoso alligatore che in ispidi
giorni sta ingoiando la sua preda e tutto
esiste in uno stesso movimento, in questo
inane inamidato spaziotempo, l’hai
sentito appena fuori dalla porta da sempre
socchiusa su un enclave o solo soglia
di un asserto scaturito dal futuro.”
 
 
 
 
Potremmo risvegliarci in sottrazioni
– esita lei percorrendosi a ritroso – nei plichi
di una cronaca imprecisa scoprire gli idiomi
che seguirono disusi, le abiure
di esistenze esonerate trovandosi in greve
antagonismo con l’urgenza
di un mondo che dileggia la bellezza, che l’aria
fruibile corrode eternamente. Ha infilato
le sue mani dentro un miele e ne ha estratto
fiori perturbanti da donare, come fosse
un salvataggio regredire al seme o al sogno
di questa astuta proiezione, girotondo che
si soffia da uno stelo come certi pollini
forieri dell’estate. Potrà così il futuro
in altre menti sognare in apice
sia retto il firmamento, il dubbio
in una lingua comprensiva di tanti saltuari
versi ilari degli uccelli, la ritmica
d’insetti tra le fratte e le coltri di foglie
che marciscono per vivere; perché
nel suo silenzio questo giorno è come attenuato
nella stretta di un abbraccio, la vita
in un pendente va passando eterea come lei
desiderava nell’infanzia – un soffio,
una perpetua tenerezza, soltanto tinta
brezza che attraversa il nostro azzardo – nel molto
è raggiungibile un futuro e con estro l’autismo
di un pensiero che non cambia, colore
che resiste dal suo interno o duplice umore
redivivo nel ritorno, per tutta
la smarrita purità.
 
 

Una lettura ricca e stimolante nella sua accidentata complessità verbosa, dalla quale si può uscire, per così dire, fecondamente indenni, come

 
 
[…]
lei nell’aria sollevata, leale non ora
dal futuro rintracciata, nella calle
solo ferma dove spera la pudica neve
di gennaio cadendo.
 
 

Federico Rossignoli

 
 
 
 

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